Ricettari Manuali di cucina e Gastronomia dell’Ottocento

Alcuni manuali di cucina e ricettari dell’800 per curiosare e, perché no, sperimentare

In questi tempi di ozio forzato lo zapping in tu mi ha fatto scoprire un numero impressionante di programmi di cucina. Sapevo che il tema è di gran moda ma non immaginavo fossero così numerosi.

Pur avendo pubblicato un paio di post sul tema dell’alimentazione – Mettersi a tavola (possibilmente con gusto) e Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare… – molto resta ancora da leggere e studiare. Molto resta anche da scoprire on line.

Frugando qui e là ho cercato un po’ di ricettari, libri di ricette ecc. dei secoli scorsi e sono emerse scoperte interessanti.

Possiamo suddividere il materiale in vari modi. Lo si può fare per regioni: Il cuoco milanese e la cuciniera piemontese manuale di cucina indispensabile per ogni ceto di famiglia; Il cuoco maceratese; per il napoletano, Cucina teorico-pratica: col corrispondente riposto ed apparecchio di pranzi e cene, con quattro analoghi disegni, metodo pratico per scalcare, e far servire in tavola, lista di quattro piatti al giorno per un anno intero, e finalmente una cucina casareccia in dialetto napoletano con altra lista analoga di Ippolito Cavalcanti.

Oppure si può scegliere di procedere per temi:  Il cuciniere italiano moderno, ovvero, L’amico dei ghiotti economi e dei convalescenti : opera necessaria pei capi di famiglia che desiderano fare una cucina economica, famigliare, e sana … e per chi vuole imparare l’arte del pasticciere, confetturiere, liquorista e diacciatore (un’opera che pare sia ancora oggi un punto di riferimento); Trattato di cucina, pasticceria moderna, credenza e relativa confettureria di Giovanni Vialardi; il classico di Pellegrino ArtusLa scienza in cucina e l’arte di mangiar bene – oppure per stagioni: La cucina sana, economica ed elegante secondo le stagioni

Su come fare confetture e liquori ce lo spiega Vincenzo Agnoletti nei 2 volumi Manuale del credenziere, confetturiere e liquorista di raffinato gusto moderno; sempre sulle vivande c’è il monumentale L’Apicio moderno, ossia l’arte di apprestare ogni sorta di vivande in 6 volumi di Vincenzo Leonardi (qui è linkato il vol. 1) Per la cucina popolare, ad esempio, abbiamo: La cuciniera universale, ossia L’arte di spendere poco e mangiar bene secondo il metodo delle cucine triestina, milanese, venezianaLa Nuova Cucina Economica: In Cui S’Insegna La Più Facile E Precisa Maniera Di Imbandire Con Raffinato Gusto Ed Economia Qualunque Delicata Mensa Di Ogni Sorta Di Vivande sì di grasso, che di magro Disposta per ordine Alfabetico.  sempre di Vincenzo Agnoletti in 4 volumi (quello linkato è il vol. 2, basta scorrere la pagina verso il basso per trovare gli altri).

Non mancano anche traduzioni di manuali di altre scuole e paesi: La cucina classica studii pratici, ragionati e dimostrativi della scuola francese applicata in servizio alla russa per Urbano Dubois ed Emilio Bernard

Sulle opere che si soffermano sull’alimentazione in tempi di ristrettezze mi sono già soffermato nell’articolo Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare…

Altri testi si possono consultare nella Biblioteca Gastronomica della Academia Barilla

Non ci resta che andare a curiosare, consultare e, perché no, sperimentare.

Fonti per la storia delle epidemie: il tifo petecchiale

Una serie di opere tra quelle reperibili on line sull’epidemia di tifo petecchiale del 1817.

In questi tempi quando pensiamo alle epidemie ci viene alla mente immediatamente quella nella quale siamo immersi – Covid 19 o Corona virus – e in secondo luogo, alla peste, che è in qualche modo la “madre” di tutte le epidemie successive (vedi William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa e Fonti per la storia della peste, articolo che dovrò aggiornare). Tanto è vero che da allora in poi furono chiamate “pestilenze” le malattie contagiose che mostravano alti gradi di letalità.

Pochi mesi fa, prima dell’esplosione della pandemia di Corona virus, ho pubblicato su una rivista un saggio su un’epidemia di tifo petecchiale nella Legazione Pontificia di Ravenna negli anni 1817-1818. Ho studiato un solo caso tra i molti. Quell’epidemia infatti convolse tutta la penisola, da Milano alla Sicilia.

Dato che alcuni amici – per ingannare il tempo in questo periodo di ozio forzato – mi hanno chiesto di parlarne online, mentre preparo questa “chiacchierata” indico alcune fonti che è possibile reperire on line nelle biblioteche digitali.

Ancora una volta, come ho già detto in altre occasioni (Entrare “di traverso” nella storia), le monografie pubblicate dai medici su questi temi sono importanti non solo per gli storici della medicina o per la ristretta cerchia degli addetti ai lavori, ma contengono informazioni che aprono piste di ricerca su molti altri aspetti: dal clima alla produzione agricola; dalla condizione igienico-sanitaria delle città alle reazioni di fronte all’epidemia delle classi dirigenti governative e locali; dalla situazione ospedaliera alle forme di soccorso e/o reclusioni ecc.

Al di là del valore scientifico – ovviamente oggi del tutto superato – queste opere coeve sono però importanti e, anzi fondamentali, per comprendere non solo lo sviluppo della medicina, ma le singole realtà e il mondo di quell’epoca.

Materiale “grezzo” indubbiamente – fonti appunto – che deve essere vagliato con gli strumenti degli storici, ma utilissimo per la comprensione della nostra storia. Queste “memorie” e relazioni si inseriscono nel filone di “topografie mediche” ampiamente utilizzate di recente da Adriano Prosperi per indagare Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento.

Ecco dunque le principali opere che ho trovato. Su Google Libri e Internet Archive se ne trovano parecchie. Un’opera importante per la sua rilevanza nel dibattito tra medici è quella di Giovanni Rasori Storia della febbre petecchiale di Genova negli anni 1799 e 1800, ed alcuni cenni sull’origine della petecchiale

L’elenco delle opere è corposo: Sul tifo petecchiale. Osservazioni del Dott. Palloni per la ToscanaStoria del tifo petecchiale dominante nella provincia mantovana di Carlo Speranza, Raccolta di osservazioni e preservativi contro la febbre petecchiale ossia tifo contagioso per l’UmbriaOsservazioni intorno al morbo petecchiale di Giuseppe Cerri per Milano, sempre per Milano Dimostrazioni medico-filosofiche sulla febbre petecchiale epidemica: e metodo semplice e facile per guarirla prontamente e prevenirla di Luigi Bucellati, Narrazione Dell’Origine, Propagazione, Andamento, Cura, Esito Del Tifo Contagioso Che Ha Regnato Nella R. Citta Di Padova Nelli Primi 8 Mesi Dell’Anno 1817 di Giovanni Maria Zecchinelli per Padova, per Brescia disponiamo di Sull’influenza contagioso-epidemica, nuove ricerche del Dott. Anotonio Bodei e di Saggio di Topografia Statistico-Medica di Menis, per Pernate (NovaraStoria della febbre petecchiale manifestatasi in Pernate negli anni 1817, 1818, 1819, per Taranto Nuovo metodo sul trattamento della febbre petecchiale sporadica contagiosa di Taranto, arricchito di annotazioni e semi della nuova patologia del dottor R. Vinella, per Napoli Trattato di patologia nosologica sulla febbre petecchiale appoggiato alla nuova dottrina medica italiana corredato di osservazioni ed esperienze … del dottor fisico Gennaro Tasca medico in Candela., per Viadana () Ricerche intorno alla provenienza della malattia petecchiale che ha regnato nella comune di Viadana anno 1817, per Pavia Trattato Della Febbre Nosocomiale Carcerale E Rurale ; Tradotto dalla seconda Edizione fatta in Pavia l’anno MDCCXCII., per Genova Sulla febbre nervosa ossia tifo petecchiale riflessioni di Giovanni Battista Jemina, su Pistoia Memoria sull’indole, metodo di cura e preservativi della corrente malattia petecchiale d’un clinico pistojese data in luce dal dott. Luigi Cecchini, ancora sulla Toscana Epistola patologica del dottore Giacomo Barzellotti … sopra la malattia da esso sofferta con riflessioni e dilucidazioni sulla febbre petecchiale contagiosa dominante in quest’anno 1817.

Opere che si incentrano sui provvedimenti adottati sono: Prospetto, nosologico dell’ospitale provisorio nel lazzeretto in Rovigo, destinato alla cura dei tifici nell’anno 1817 di Agostino Gobbetti per Rovigo, Giuseppe Ferrario Statistica medica di Milano dal secolo XV. fino al nostri giorni escluso il militare. Vol 1 eStatistica medica di Milano dal secolo XV. fino al nostri giorni escluso il militare. Vol 2

Sui contagi, sui modi per prevenirli, sui consigli alla popolazione, le opere sono numerose. Mi limito a indicare quelle riguardanti quella epidemia di tifo: Istruzione al popolo sulla corrente epidemia petecchiale del dottor Giacomo Franceschi, G. Paganini Lettera d’un medico di città ad un parroco di campagna sulla febbre petecchiale e sui preservativi contro di essa.

Il tifo petecchiale ha avuto una storia lunga, ben addentro al Novecento e perciò la letteratura medica sull’argomento è amplissima. L’elenco di lavori che ho indicato qui è sicuramente incompleto, ma sufficiente per farsi un’idea di quel che  accadde.

SHARE una piattaforma di libri e riviste

Share, una piattaforma open access per la storia, le materie umanistiche e non solo

Da qualche tempo è attiva SHARE una piattaforma di libri e riviste pubblicate ad accesso aperto dalle università aderenti alla convenzione Universities SHARE (Scholarly Heritage and Access to Research). Lo compongono le Università di Napoli Federico II, Napoli L’Orientale, Napoli Parthenope, Salerno, Sannio e Basilicata.

Il progetto si articola in tre grandi sezioni:

  1. riviste scientifiche (SHARE Journals), sulla piattaforma SeReNa
  2. collane di libri elettronici (SHARE Books), su questa piattaforma FedOABooks
  3. prodotti, dati della ricerca e documentazione storica (SHARE Open Archive), sulla piattaforma EleA.

Per quanto riguarda le opere di storia, il catalogo – ben nutrito – offre opere interessanti che spaziano nei campi più disparati – dalla camorra o la polizia a Napoli, a carteggi, alla rivoluzione russa, al paesaggio, dalle scritture femminili alla musica e altro ancora.

Naturalmente, considerando le università consorziate che hanno dato origine al progetto, molti testi sono incentrati sull’area del Mediterraneo e sull’Italia meridionale.

Tuttavia non si può dire che si tratti di un progetto rispondente a finalità localistiche – tutt’altro. Collegando questa collezione col materiale reperibile in Mediterranea. Ricerche storiche: rivista e Biblioteca digitaleStoria della CampaniaBiblioteca Digitale sulla Camorra il quadro per approfondire si amplia di molto. (Inoltre è possibile esplorare altri percorsi tematici – psicologia, fisica, scienze umane ecc. ecc.).

Dunque non resta che andare a curiosare in: SHARE libri: Storia e scienza della politicaSHARE Riviste

Bodleian Digital Library

Una delle più antiche biblioteche del mondo ha realizzato un progetto di digitalizzazione del proprio sterminato patrimonio veramente impressionante: la Bodleian Digital Library

La Bodleian Digital Library non è una biblioteca digitale incentrata in senso stretto sulla storia contemporanea. Essendo una delle biblioteche più antiche d’Europa, con i sua 12.000.000 di documenti conserva materiale di ogni genere ed epoca.

Da qualche tempo la Bodleian Library ha realizzato un grande progetto di digitalizzazione di parte del suo sterminato patrimonio. Il risultato è un portale incredibilmente ricco che soddisfa curiosità ed esigenze di  ogni genere.

Attualmente sono on line oltre 40 collezioni: manoscritti, mappe, musica, poster, ephemera, fotografie, scienze naturali, collezioni di università e college collegati al progetto, manifesti elettorali, ritratti, dipinti e molto altro ancora.

Si aggiunge così un altro tassello alla pagina delle Biblioteche Digitali che un poco per volta sto proponendo.

Si corre il rischio di “perdersi” nel labirinto di un materiale così vasto, ma la navigazione interna è ben organizzata e strutturata.

Non ci rimane che andare a curiosare in questo splendido portale che è già ora un colosso, ma che il tempo diventerà un patrimonio sterminato. Buona navigazione:  Bodleian Digital Library

Recensione. Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia

Un ottimo libro sulla Repubblica di Weimar che unisce alla ricchezza delle fonti, chiarezza espositiva e fermezza nelle valutazioni.

Guerra e rivoluzione: binomio terribile e liberatorio, oscuro e abbagliante, utopistico e tragico appunto. La Repubblica di Weimar, molto di più di un tumultuoso e tormentato periodo di passaggio tra la Grande Guerra e il Terzo Reich, fu l’espressione di molteplici contraddizioni.

Eric Weitz ci guida con mano sicura nella storia di questa repubblica nata sotto una cattiva stella: il riassetto dell’economia nel dopoguerra, anni di iper-inflazione e, pochi anni più tardi, gli effetti devastanti della Grande Depressione del 1929. “Tre capovolgimenti del mondo” come li definisce Weitz.

Fare i conti con il dopoguerra fu un compito estremamente difficile. Basterebbe citare i 2 milioni di morti e i 4,2 milioni di invalidi quale lascito per rendersene conto. Eppure ciò che la Repubblica di Weimar riuscì a mettere in campo fu qualcosa di straordinario: democrazia parlamentare, voto alle donne, riduzione dell’orario di lavoro nelle fabbriche, un maggior intervento dello Stato nell’economia, libertà di stampa, welfare diffuso (sussidi di disoccupazione agli operai – ma non ai contadini e ad altri lavoratori, che ne restarono esclusi – pp. 123-24). Furono – e restano – misure straordinarie.

Senonché la Repubblica dovette fare i conti con altri lasciti della Grande Guerra, veleni estremamente corrosivi. Molti tra le centinaia di migliaia di reduci tornarono a casa sconvolti nel fisico e nella mente dalle tragedie della guerra. Una buona parte di loro non riuscì più a tornare ad una vita normale e divenne un potenziale destabilizzante per la Repubblica. Un altro lascito della guerra fu l’immissione nel dibattito e nel confronto politico di un tasso di violenza verbale e fisica enorme e fino ad allora sconosciuto. L’odio divenne un elemento onnipresente nella vita politica di quegli anni: odio verso l’avversario politico, gli stranieri e gli ebrei, verso le potenze che avevano vinto al guerra e che avevano imposto riparazioni umilianti, devastanti e ingiuste (così furono percepite, in modo trasversale, da tutte le forze politiche). “L’assassinio politico praticato da gruppi di estrema destra […] diventò quotidianità tra il 1919 e il 1923” (p. 94).

Non può sorprendere che la Repubblica, anche nei momenti in cui godette di maggior consenso, non fu “mai completamente legittimata” (p. 45). Non lo fu alla sua sinistra dal partito comunista che, pur non essendo in grado di compierla – come dimostrano i ripetuti tentativi falliti miseramente – cercava di scatenare una rivoluzione sulla scia di quella russa. Non lo fu, soprattutto, alla sua destra – una destra composita, che sommariamente si può suddividere in due parti:  una comprendente la destra vecchio stampo della antica nobiltà terriera prussiana, alcuni settori del mondo degli affari, militari, alti funzionari pubblici, magistrati (che usarono la mano leggera con i gruppi eversivi di destra ma molto pesante nei confronti della sinistra), docenti universitari e prelati di entrambe le chiese; l’altra, quella dei gruppuscoli della destra estrema e paramilitare dei frei korps, rozza e violenta e che poi confluirono nel nazionalsocialismo.

La prima destra era ben installata nella Repubblica fin dalla sua nascita. La socialdemocrazia, sebbene potente e ben organizzata, non ebbe mai la maggioranza necessaria per dar vita a governi stabili. Giunse così a patti, incorporandoli, con gruppi potenti che erano avversi alla Repubblica e lavorarono incessantemente per indebolirla e affossarla. Se si può sostenere che fino al 1920 in Europa nel temere forze capaci di rovesciare governi liberali le classi dirigenti guardassero con apprensione a sinistra e non a destra, nella Repubblica di Weimar “era la destra a rappresentare la vera minaccia all’esistenza stessa della Repubblica” (p. 105).

La Repubblica nacque con questo tarlo. L’atteggiamento di Hindenburg e Ludendorff che crearono la leggenda della “pugnalata alle spalle” rovesciando la colpa della sconfitta sul parlamento, sui partiti democratici e sui del tutto inventati traditori interni (partiti di sinistra, ebrei, pacifisti ecc.) fu solo il primo segnale della presenza attiva di forze ostili che vedevano nella Repubblica di Weimar un ostacolo o qualcosa di illegittimo. Dopo la rivoluzione russa e la sopravvivenza politica dei bolscevichi, per la sinistra radicale il miraggio di una rivoluzione proletaria era una calamita potente e da questo punto di vista la Repubblica era qualcosa che si frapponeva sul percorso della rivoluzione.

Diametralmente opposte, naturalmente, le convinzioni della destra. Questa considerò il robusto impianto democratico della Repubblica come se non l’incarnazione di una forma appena più edulcorata di socialismo, quanto meno il suo preambolo e comunque un miscuglio di forze liberali e progressiste disposte a lasciar umiliare il paese sul piano internazionale e ad abbattere steccati sociali e di genere al suo interno.

Le donne ad esempio, che durante la guerra avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, conobbero forme di indipendenza economica mai sperimentate in precedenza. Indipendenza che, col voto e col riconoscimento di altri diritti legati alla maternità divenne emancipazione (anche se l’aborto rimase illegale). Si parlò spesso di “donna nuova”: indipendente, sportiva, libera di scegliere chi amare, come e quanto. Se ne parlò con ammirazione come fece Zweig (pp. 361-62), con stupore paternalistico nel caso di Hessel (p. 64), con toni velatamente intimoriti in quello di Eggebrecht. Certo, per le operaie la vita restava dura. Weitz ci descrive il duro lavoro e le abitazioni scomode delle operaie. Non a caso la propaganda di sinistra le raffigurava oppresse dai datori di lavoro e bisognose di un compagno forte che le proteggesse. Ma per le donne che potevano permetterselo gli anni di Weimar furono un periodo splendido: liberate da quella sorta di imbalsamazione che era l’abbigliamento ottocentesco, ora vestivano abiti leggeri e alla moda, che esaltavano e lasciavano vedere parti del corpo. I grandi magazzini e la stampa femminile dettavano le leggi da seguire, Berlino brulicava di locali in cui poter ballare musiche americane e fare conoscenze. La contraccezione si diffuse e una vita sessuale soddisfacente divenne un diritto rivendicato – anche in forme paternalistiche da parte di maschi che pure si ritenevano progressisti.

Il welfare a favore delle classi lavoratrici furono un altro terreno di scontro. Far quadrare i conti dello Stato era un’impresa disperata e forze di centro e di destra vedevano nei sussidi alla disoccupazione e altre coperture uno sperpero di denaro. L’estensione del welfare poteva considerarsi un ampliamento di quanto già iniziato tempo addietro da Bismarck, ma le élites ne accettarono l’impianto soltanto perché timorose di una rivoluzione e quindi come strumento per togliere acqua al mulino dei comunisti. In ogni caso considerarono sussidi e protezione sociale non come diritti riconosciuti ma come espedienti temporanei che avrebbero dovuto essere se non cancellati, quanto meno ridimensionati. In un contesto completamente trasformato dalla guerra, la formazione culturale formazione di molti esponenti del governo considerava ancora il libero gioco della domanda e dell’offerta una regola dalla quale era bene non deragliare e una politica deflattiva, di contenimento dei costi e delle spese, il miglior modo per tenere la barra dritta e risistemare le finanze. Buona parte delle protezioni sociali furono tagliate e i costi del risanamento furono fatte ricadere sulle classi popolari.

Eppure, nonostante le enormi difficoltà, la Repubblica sprigionò energie straordinarie. La fioritura delle arti, e delle scienze ha qualcosa di incredibile e difficilmente spiegabile. Sulla scena erano presenti cervelli di prim’ordine: Einstein per la fisica, Mendelsohn, Taut, Gropius in architettura, Brecht nel teatro, Weill nella musica, Moholy-Nagy e Sander per la fotografia, Anna Höch  nel fotomontaggio sono solo alcuni dei grandi nomi che trovarono nella Germania di Weimar il loro momento creativo migliore e irripetibile. Così pure di movimenti come il Bauhaus e il dadaismo

Forse ciò che rese unico quel periodo è il fatto che l’arte si fuse con la politica e con la vita delle persone comuni. Nel secondo capitolo Weitz prende a prestito lo sguardo di osservatori intelligenti del calibro di Joseph Roth e altri per farci da guida nella Berlino dell’epoca. Ne viene fuori un quadro affascinante e divertente. In giro per quartieri, locali, ritrovi per artisti troviamo “tante” Berlino: dal quartiere ebraico innervato di viuzze strette sulle quali svetta imponente la Sinagoga – simbolo di integrazione per molti ebrei – ai lugubri quartieri operai, a quelli innovativi progettati da Mendelsohn e altri che a volte si innestano nella natura circostante mentre altre, per singoli edifici, si contrappongono alle costruzioni che li attorniano: edifici leggeri, sinuosi, la cui imponenza si dissolve nelle curve; edifici funzionali, “organici” – come si diceva all’epoca. Vale per i grandi magazzini, le cui immense vetrate consentono di vedere all’interno clienti e merci, come per i cinema. Nel caso di Mendelsohn, come in quello di Taut l’architettura si fondeva in un messaggio dalle valenze sociali: gli appartamenti per i lavoratori erano pratici, ampiamente illuminati di luce naturale e funzionali; sono pensati per agevolare e sveltire le faccende di casa e facilitare il riposo nei momenti liberi. La Berlino di quegli anni era una città inebriante, elettrizzante, capace di accontentare tutti i gusti: dalle esigenze culturali a chi andava a caccia di svaghi e emozioni forti. Per contrasto era anche una città che destava repulsione e veniva guardata con sospetto, soprattutto da chi abitava in campagna.

Sociali erano le intenzioni di Sander, che intendeva fotografare la società tedesca attraverso una forma di realismo dei volti ripresi: una sorta di Comédie humaine andata purtroppo in gran parte distrutta. Lo erano anche, almeno in alcune occasioni, i fotomontaggi bizzarri di Anna Höch, che smontavano certezze acquisite e provocano il lettore con quesiti inquietanti (p. 338).

Cinema, musica, teatro e radio modificarono la vita delle persone. Se alcuni capolavori come Metropolis non raggiunsero la grande massa, il cinema divenne un passatempo per milioni di tedeschi; Brecht sconvolse le regole del teatro facendo interagire attori e spettatori, il jazz e altri generi di importazione americana spazzarono via il modo di ballare dei tempi andati: i corpi si sfioravano, si toccavano, ci si lasciava andare a ritmi vertiginosi.

La società di Weimar – cosa di cui, nei suoi momenti migliori, la Repubblica tenne conto – era diventata una società di massa. Gli intellettuali si interrogarono su questo fenomeno. Alcuni, come Brecth e molti altri artisti di sinistra lo considerarono un evento positivo e promettente; altri lo osservarono con molto scetticismo e giunsero a conclusioni più negative che positive: tutt’al più le masse si sarebbero trasformate in consumatori ma avrebbero mantenuto la propria subalternità; era sufficiente osservare attentamente ciò che succedeva nei paraggi dei grandi magazzini, o  nei cinema, oppure nei parchi che attorniavano Berlino brulicanti di gente nei giorni di festa.

Tutto questo era destabilizzante per larghi settori della società. Nella “donna nuova” le chiese protestante e cattolica vedevano minate alla base la famiglia, il loro pilastro della società. Non era concepibile che la donna rifiutasse la sottomissione all’uomo e sconvolgesse gli equilibri della società disponendo di sé stessa come voleva – tanto più dopo la guerra che aveva portato sotto terra milioni di maschi e quindi stava conoscendo un deficit demografico. (L’atteggiamento e la sicurezza in sé stesse acquisita da tante donne destabilizzava perfino, in una certa misura, settori delle forze di sinistra dato che per loro il posto in fabbrica spettava all’uomo).

Anche altri settori della società erano sconcertati da quanto stava accadendo. Nei primi anni Venti di iper-inflazione e poi più tardi con la Grande Depressione, per la classe media era umiliante perdere il proprio status sociale e vedersi allo stesso livello – se non più in basso – di manovali, falegnami e operai (p. 159). Impiegati, piccoli commercianti e altre categorie nutrirono invidia per una classe operaia che consideravano inferiore ma che vedevano rafforzata e maggiormente tutelata. Era tutta gente desiderosa di stabilità, ordine e tranquillità e che avrebbe guardato con favore chi prometteva di darglieli.

Per larga parte della destra la fioritura di arti innovative era ciarpame, “arte degenerata” come la qualificò Hitler. Cos’altro dire di un movimento come quello dadaista che dileggiava tutto e tutti e rifiutava qualunque impegno serio? Chi non riusciva a comprendere che quelle reazioni riflettevano angosce profonde maturate nelle trincee o nell’imperante clima di incertezza restava privo della chiave per comprenderne il significato e finiva col rifiutarlo a prescindere (su questo, per un contesto più ampio, vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)). Inoltre, buna parte di questi innovatori erano di sinistra e, non pochi tra loro, ebrei. (Ciò però non toglie il fatto che la propaganda di destra – soprattutto della destra estrema – si impossessò di buona parte della tecnologia all’avanguardia sfruttandola egregiamente a proprio favore: l’organizzazione dei nazionalsocialisti si perfezionò e divenne molto più efficiente rispetto a quella degli altri partiti).

Schocken bei Nacht III. Foto: Michael Jungblut

Nei nove capitoli che compongono il libro, Eric Weitz ci mostra egregiamente la tensione continua tra queste forze, tra l’utopia e la tragedia. Le forze di sinistra persero lo scontro perché la Repubblica fu incessantemente logorata dal lavorio indefesso e implacabile delle due destre – quella rispettabile ben annidata in posti di responsabilità e fondamentali per il funzionamento dello Stato e della società e quella di strada, rozza e violenta delle squadracce. Quando la Grande Depressione del 1929 bussò alle porte, la Repubblica era ormai moribonda: da quel momento, fino all’avvento al poter di Hitler il Parlamento fu praticamente paralizzato e il governo diresse il paese per decreto in base all’articolo 48. La crisi mondiale del 1929, provocando 1/3 di disoccupati sull’intera forza lavoro diede il colpo di grazia, ma il grosso del lavoro era già stato fatto.

La forza del pensiero conservatore può essere illustrata dal percorso tormentato di un grande intellettuale come Thomas Mann. Mann era già famoso prima della nascita della Repubblica, non era quindi un suo prodotto ma è indicativo il fatto che se più tardi riconobbe il valore della democrazia, negli anni di Weimar lo troviamo su posizioni conservatrici con la sua adesione alla legge della protezione della gioventù dagli scritti turpi e immondi (p. 122), nel difendere la kultur in contrapposizione alla civilisation, nel mantenere uno stile di vita e di abitudini genuinamente borghesi come una corazza per non confondersi e non essere confuso con la massa anonima della gente comune e sottolineare la sua appartenenza di classe.

La Repubblica di Weimar ha una folta letteratura anche in italiano. Ho scelto di cominciare a parlarne da questo libro di Weitz per due ragioni fondamentali: la prima è la chiarezza dell’esposizione. Weitz ha una scrittura scorrevole e accattivante. La seconda riguarda la presa di posizione dell’Autore. Weitz non ha paura di schierarsi. Ha parole piuttosto dure nei confronti del partito comunista e ne indica puntualmente gli errori, ma le sue posizioni democratiche emergono senza mezzi termini. “Weimar non crollò: fu assassinata. Distrutta deliberatamente dalla destra tedesca antidemocratica, antisocialista, antisemita che, alla fine, saltò sul carrozzone del nazionalsocialismo” (p. 426).

Hitler non fu affatto il prodotto inevitabile di quel percorso. Weitz documenta i rapporti tra “destra rispettabile” e destra violenta fin da subito, con la prima larga di finanziamenti e atteggiamenti compiacenti. Quando giudicò che la Repubblica era diventata troppo debole per reagire spinse avanti Hitler e i suoi scherani nella convinzione di poterli controllare in un secondo momento. Ma le cose non andarono così e Hitler divenne il padrone della Germania.

Il libro di Weitz merita davvero di essere letto e la vicenda di Weimar di essere studiata ancora e approfondita. La sua fine dimostra cosa può accadere “quando un sistema democratico non è in grado di soddisfare […] richieste basilari, persino i democratici più convinti possono volgergli le spalle e auspicare posizioni più autoritarie” (p. 428).

Direi che visti i tempi in cui stiamo vivendo sarebbe bene tenerlo a mente. (Einaudi ha recentemente ripubblicato in una nuova edizione leggermente più lunga della prima, da me usata).

Periodici e Giornali digitalizzati – Parte XI – Emerografia Lucana in Digitale

Una grande raccolta di periodici, giornali e riviste dal 1808 al 1950 compone questa splendida Emerografia Lucana in Digitale.

Questa parte XI dei periodici e giornali digitalizzati ha per oggetto un grande progetto della Biblioteca Provinciale di Potenza: l’Emerografia lucana in digitale, una collezione di giornali lucani d’epoca che racchiude la storia della Basilicata.

Si tratta di quotidiani, quindicinali, riviste letterarie, riviste di agricoltura che racchiudono la storia, non solo editoriale, della regione. Tra le moltissime altre cose troviamo gli Atti dell’Intendenza di Basilicata fino agli Atti del Consiglio provinciale, dal periodico La Provincia del 1908 a La Basilicata nel mondo del 1924.

La raccolta digitale comprende attualmente 147 testate105.556 pagine7.500 fascicoli tutti stampati in Basilicata o attinenti ad essa, nel periodo che va dal 1808 al 1950.

Il fatto che questo splendido deposito di materiale sia disponibile su Internet Culturale, dal quale ho ripreso dati e titoli, rende piuttosto complicata la consultazione, ma con un poco di pratica, sfruttando la colonna di sinistra (anno di pubblicazione, dati editoriali ecc.) la ricerca si semplifica di molto e si velocizza.

Questo materiale – del quale devo la scoperta, ancora una volta, a Emanuele Catone – ci aiuta dunque ad approfondire lo studio del nostro Meridione e può essere integrato e confrontato con materiale che ho indicato in altri articoli: in primo luogo, ovviamente, con Salernum Biblioteca Digitale Salernitana e gli  Aggiornamenti dalla Biblioteca Digitale Salernitana Salernum, ma anche con Un portale per la storia della Campania.

Non resta quindi che andare a consultare Emerografia Lucana in Digitale. Buona navigazione.

Libri e riviste per approfondire la storia militare

Una quantità incredibile di materiale per studiare e approfondire la storia militare del nostro paese e non solo attraverso fonti, monografie, atti di convegni, riviste, guide archivistiche e altro ancora.

La storia militare non rientra tra gli argomenti che attirano la mia attenzione. Questo però non significa che non sia importante studiarla e approfondirne la conoscenza. Soprattutto in un secolo come il ‘900 la guerra ha trasformato non soltanto il modo di combattere, ma l’economia, la medicina, la società.

Ai tempi delle guerre napoleoniche era possibile scrivere romanzi che non tenessero conto delle battaglie e delle guerre. La guerra riguardava chi la combatteva e, al di fuori delle zone in cui avvenivano gli scontri, la popolazione restava sostanzialmente indifferente a quanto succedeva.

Il Novecento ha cancellato questa possibilità. La guerra ha investito tutti ed è diventato qualcosa che riguarda e coinvolge militari e civili indistintamente.

Perciò ringrazio di cuore Emanuele Catone per avermi segnalato per avermi segnalato le molte pubblicazioni della Società di Storia Militare che pubblica on line i suoi che pubblica on line i suoi Quaderni SISM e la sua ricca Collana SISM con moltissimi testi che affrontano vari argomenti: vi si trovano atti di convegni, monografie incentrate su determinati conflitti, opere di carattere più ampio e generale ecc.

Ma non è finita qui: sul sito della Rivista Militare è possibile consultare una miriade di opere tra le quali moltissime fonti di grande interesse. Mi limito a segnalarne alcune: oltre alla collezione della Rivista Militare, il Diario Storico del Comando Supremo per la seconda guerra mondiale, Le operazioni in Africa Orientale. Documenti, i Verbali delle riunioni tenute dal Capo di Stato  generale durante la seconda guerra mondiale, le Decisioni emesse dal Tribunale Speciale dello Stato.

Inoltre vi sono moltissimi atti di convegni, anche internazionali e in lingua inglese, monografie che affrontano vari aspetti – anche l’esercito borbonico e il Risorgimento, raccolte su divise, medaglie, decorazioni ecc., guide archivistiche come, ad esempio, il Bollettino dell’Archivio dell’Ufficio Storico, museali e bibliografiche e molte altre.

Di particolare interesse sono i risvolti medici della guerra. Abbiamo a disposizione molti numeri del Giornale di Medicina Militare e monografie: Chirurgia di guerra, Manuale sanitario per la guerra chimica, Istruzioni per l’Igiene dei militari del Regio Esercito e altre ancora.

Concludo la rassegna di questa vera e propria miniera di libri indicando i nove volumi che compongono La resistenza dei militari italiani all’estero.

Fonti, libri e riviste di storia militare che possono integrarsi con quanto ho già presentato in altri post: Alcuni progetti in rete sulla prima Guerra MondialePrima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altroFondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati

Insomma, c’è davvero di che informarsi su ogni aspetto della guerra e non solo.

Buona navigazione.