L’Esposizione italiana di Torino del 1898

Andiamo all’Esposizione Nazionale? (del 1898)

Qualche tempo fa mi è capitato di consultare in un archivio dei documenti riguardanti un invito da parte della Prefettura al Comune di partecipare a un’Esposizione.

Uno dei primi articoli che ho scritto riguarda proprio le Esposizioni Universali.  (Dopo aver spulciato in questa pagina  Storia delle Esposizioni Universali dell’Università di Napoli  mi sono reso conto quanto sia da modificare quell’articolo…).

Mi sono chiesto come mai quello delle esposizioni sia un tema che mi interessa così tanto. Al di là della semplice curiosità, pensandoci bene, mi sembra naturale che uno della mia generazione, nato all’inizio degli anni Settanta, sia attratto da questo tema. La mia generazione è quella che trapassa, letteralmente, da un’epoca a un’altra: a vent’anni usavamo ancora la cabina telefonica a gettoni, il cellulare non esisteva, internet era solo nelle città maggiori e costava una follia, non c’erano gli scooter, i cd e i dvd… era, letteralmente, un altro mondo. Perciò quando mi sono imbattuto in questo testo, mettermi a sfogliarlo mi è parsa una cosa del tutto scontata: 1898: l’Esposizione nazionale.

Signore e Signori, il progresso

Le Esposizioni testimoniano questo processo. Si prenda, ad esempio, questo stralcio:

Molti ricorderanno come nel 1S84 a[alla Esposizione di] Torino figurassero, ammirate da tutti, delle grosse dinamo Edison di 50 o 60 cavalli. A quei tempi una dinamo di 60 cavalli era già una grossa dinamo, degna di ammirazione: oggidì essa sarebbe una meschina macchina in confronto dei colossi che l’industria produce. Basterà dire che già da qualche anno abbiamo, non soltanto in parecchie stazioni centrali di Europa e di America, delle dinamo di 1000, di 1500 e 2000 cavalli, ma sono un fatto compiuto le grosse dinamo di 5000 cavalli caduna che già utilizzano parte delle cascate del Niagara

A quei tempi… il senso di un progredire vertiginoso e inarrestabile è tutta in questa registrazione dell’accelerazione del tempo. Accelerazione non del tempo cronologico, dello scorrere degli anni, ma di quello storico, di quando cioè uno o più eventi irrompono sulla scena e la modificano irrimediabilmente, facendo, come in questo caso, sembrare lontanissimo un solo quindicennio e rendendo “meschina” una macchina costruita in quel tempo.

L’Esposizione italiana di Torino

Lo spettacolo fu, ad un tempo, grandioso e giulivo. La città brulicava di popolo, ferveva di moto. E quella densa e gaia corrente umana tendeva, con direzione uniforme, al parco del Valentino, all’Esposizione. Per le vie che i Sovrani dovevano percorrere erano schierate, a servizio d’onore, le truppe. Alla Esposizione giunsero, man mano, le varie persone della Real Famiglia: i principi di Napoli, la principessa Laetitia, il duca e le due duchesse di Genova, i duchi d’Aosta, il duca degli Abruzzi. Gli allievi dell’Accademia militare e molta altra truppa si stendevano dall’ingresso principale per tutto il corso Massimo d’Azeglio. È poco più delle nove e mezzo quando, precedute e seguite dai corazzieri a cavallo, entrano nel recinto le carrozze che portano i Sovrani. Il pubblico si scopre, applaude, grida Viva il Re! Il corteggio giunge così fino all’ingresso del Salone dei concerti, ove i Sovrani, i Principi, il seguito scesero di carrozza.

Così si apre uno dei numerosi articoli dedicati all’Esposizione Italiana di Torino del 1898. Regnanti e potenti da una parte, popolo ai lati. Molti degli articoli rimarcano sulla partecipazione popolare:

Le illuminazioni e i fuochi artificiali formano sempre la più potente attrattiva per il pubblico serale. Così la festa pirotecnica del 3 luglio segnò la massima animazione che finora si sia vista la sera nel parco dell’Esposizione. Quella giornata veramente memorabile […] non si poteva chiudere meglio. Il pubblico accorso alla Esposizione raggiunse la cifra di 21,280 persone. Il parco era gremito di spettatori, che vieppiù si assiepavano nella terrazza irraggiata dalle fontane luminose.

Ma le distanze vengono continuamente ribadite. Lo si fa con uno stile sottile ma efficace: i comitati d’onore, quello degli organizzatori, le adesioni, le cene e le feste per invitati attentamente selezionate. L’Esposizione è per molti, moltissimi se  si vuole, ma non per tutti.

I poveri all’Esposizione

L’Esposizione ha molti scopi, uno dei quali, più volte ribadito nella pubblicazione, è quello di mostrare il progresso economico e civile compiuto nell’ultimo cinquantennio, dallo Statuto Albertino. Ma quello stesso 1898 è pervaso in tutta Italia e soprattutto in quella centro-settentrionale, da moti che sfiorano l’insurrezione aperta semplicemente perché larghe fasce della popolazione non può permettersi il prezzo del pane.

Disordini gravi si registrano un po’ ovunque e culminano nella repressione feroce di Bava Beccaris a Milano, quando fa aprire il fuoco sulla folla e arrestare centinaia di manifestanti.

Esiste dunque una parte consistente di italiani composta di esclusi. Dal momento che non è possibile ignorarla allora la si ingloba anche all’interno dell’Esposizione e la si presenta come una massa di “sventurati”:

Quello che muore fu ed è chiamato il secolo del vapore, dell’elettricità, dei grandi rinnovamenti. Si potrebbe, senza temerità, dargli ancora qualche altro attributo essenziale: riconosciuto eziandio come il secolo della cooperazione e della carità. […] si condensano e si riflettono tutti gli sforzi nostri per sorreggere i miseri, confortare gli umili, dar vita, speranza, forza agli sventurati.

Qualcuno oserà protestare contro la carità, come contro una consuetudine vecchia,spesso vana in chi la fa, dolorosa sempre in chi la riceve. E vorrà mutar le leggi, perché tutti trovino nella propria energia di che vincere l’avversa fortuna. Ciò è bello, ciò è umano! Ma si abbraccino intanto collo sguardo le scuole che si son fondate, gli ospedali, gli istituti pei ciechi e pei sordomuti, gli ospedaletti per i rachitici, i policlinici, le colonie alpine e marine, le opere pie, i Monti di prestito, le cooperative, tutte le forme, tutte le varietà, tutti gli aspetti della beneficenza, dell’affratellamento nel santo spirito del bene, e ci si sentirà piccini ed impotenti a giudicare un’opera così gigantesca!

La Cucina degli ammalati poveri di Milano, che all’Esposizione nostra tocca di commozione tanti cuori, è sorta unicamente dalla carità privata, in circostanze e con mezzi che paiono irrisori. Ed è grazie all’attività, allo apostolato di pochi cuori superiori, specialmente di eletti spiriti femminili, che essa potè conquistare a poco a poco un bel posto tra le forme della carità milanese; ottenere il riconoscimento governativo, l’aiuto sempre crescente di benefattori, ed infine presentarsi alla Mostra nazionale, così, come una grande istituzione.

[…].

La Cucina dei malati poveri venne fondata nel 1879 dalla Ravizza con un capitale di 20 lire. Con decreto reale del 1895 fa riconosciuta in Corpo morale. Essa funziona nei mesi di inverno. Il soccorso, consistente in pane, brodi, carne, ova, latte, vino, marsala, a seconda della gravità del malato, è affatto gratuito e viene concesso dietro la presentazione di un semplice attestato medico, ed anche, nei casi urgenti, quando trattasi di puerpere, dietro il certificato di una levatrice. Speciali incaricati della Cucina controllano però i casi di richieste, allorché manca l’attestato di un medico. 11 sussidio dura dai io ai 20 giorni, e viene regolato mediante la concessione di appositi boni, che i poveri ritirano direttamente all’ambulatorio. La carità è adunque qui, semplice, seria, senza esigenze burocratiche. È vera carità fiorita poiché risponde al motto di Cristo: Non sappia la sinistra ciò che fa la destra.

Ancora un particolare. Una intera porzione è valutata 89 centesimi, mantenendo ogni piatto un prezzo assai basso, ciò che permette di soccorrere molti con un capitale assai limitato.

In queste righe c’è tutta la politica della classe dirigente nei confronti dei poveri: istituti in cui rinchiuderli, carità a poca spesa. Nessuna riflessione sul perché siano in quella condizione, nessun diritto riconosciuto.

D’altra parte difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti in una serie di Bollettini (poi riuniti in volume) che hanno il compito di illustrare quello che è a tutti gli effetti un grande avvenimento e la testimonianza della capacità di una città di ritagliarsi un ruolo primario nel Paese e del suo peso politico ed economico.

Le cronache restituiscono però la strategia antica e destinata a lunga vita di “nascondere” la povertà dagli occhi di chi invece è riuscito a occupare un posto e un ruolo rispettabile nella società. Non è un caso che nel descrivere la Cucina dei malati poveri di Milano si parli di “cuori superiori” e si lasci trasparire una volontà indomita degli organizzatori: qualità al di sopra della norma, che scoraggiano i più, ben consapevoli di non possedere simili doti ma che possono mettersi a posto la coscienza entrando nel novero dei donatori.

Una società in trasformazione (biciclette e giocattoli)

Ovviamente la distinzione non è così secca: ricchi di qua, poveri di là. La società italiana si stava trasformando. Si prenda, ad esempio, quel grande strumento di emancipazione che fu la bicicletta:

furono dapprima macchine grossolane, pesanti, poco scorrevoli, che strappavano risate e beffe e insolenze ai birichini delle strade, quando osarono farsi vedere. Ma oggi che cosa vi è di più ardito del velocipedista, che nel suo abito attillato corre su quest’ordigno che la meccanica con assidua cura e pazienza ha perfezionato, reso leggiero e veramente veloce?… Così il velocipedismo andrà continuamente progredendo come tutte le innovazioni che hanno in sé il germe, della riuscita, quelle che accoppiano l’utile al dilettevole, il pratico al bello.

Oggidì centinaia di biadetti tagliano in tutti i sensi i viali più frequentati, le vie in cui maggiore è l’animazione; battono con perseveranza e fiducia la campagna. La bicicletta, che nella mostra del 1884, si può dire, non figurava, avrà invece nella prossima Esposizione una gran parte, e come oggetto esposto, e come mezzo di festeggiare la fausta ricorrenza con splendide corse.

La bicicletta ampliò davvero i confini entro i quali le persone erano abituate a vivere e muoversi; lo spazio da esplorare – con tutto il corollario di relazioni umane ecc. – crebbe notevolmente.

Troviamo articoli dedicati alla ginnastica, ai giornali illustrati, sulle confezioni per signora, le prime automobili, i giocattoli. Sono tutti pezzi rivolti all’ampio pubblico di una borghesia in aumento.

Una delle testimonianze più evidenti è un lungo articolo (che stralcio e stravolgo brutalmente) sui giocattoli:

m’abbacina, da un’ampia vetrina, un carro trionfale su cui troneggia, bionda, la bambola Mignon; quattro focosi destrieri lo trascinano: valletti, gentiluomini, cortigiani indossano il caratteristico ed esilarante costume di Gianduja.

Compagni alla regina Mignon nel suo palazzo di cristallo sono una quantità di bambole grandi, piccine, vestite da damine, da bimbe, da contadini, da marinai: sono animali d’ogni razza e qualità. Non hanno infatti tutti i sovrani, oltre i sudditi, il loro popolo animale chiuso nei giardini e nelle gabbie?

Con un giro di manubrio invisibile, la vetrina si anima per incanto, e allora siamo in pieno regno di fate; la bambola-bambina che dorme nel suo lettuccio bianco apre gli occhi, s’alza a sedere, schiude le labbra e chiama la mamma come una bimba petulante; il gatto miagola, i cagnuoli abbaiano, i cavalli del carro galoppano nitrendo e tutte quelle vocette strane che escono dai buchi praticati nello zoccolo della vetrina, fanno pensare a ciò che si sarebbe inteso dall’arca del buon Noè, se quei falegnami avessero pensato a farci delle finestre.

Ecco le bambole del Bonino, in costumi elegantissimi; i lettini, gli abiti, i corredi di biancheria, che paiono quelli di una sposa visti col cannocchiale rovesciato […]. La grotta dei nani meriterebbe da sola un’illustrazione. Con una monetina da dieci centesimi vi procurate l’audizione di uno splendido pezzo di musica e una illuminazione elettrica meravigliosa e mettete in movimento una dozzina almeno di vecchi gnomi interessanti, uno deii quali in compenso della vostra ammirazione vi offre colle piccole mani prodighe una scatola di dolci.

Meno generoso ma non meno simpatico è il Mago che s’erge maestoso nella sua nicchia, tenendo fra le mani la fatidica bacchetta: due soldi ed egli vi fa assistere ai più straordinari giuochi di prestigio.

Sono oggetti che testimoniano la nascita di un mercato specificamente dedicato all’infanzia, il che è indice di trasformazioni più profonde e della presenza di una borghesia che sta modificando il proprio atteggiamento verso l’infanzia.

Linguaggi

Sfogliando questo volume da un lato si resta affascinati dalle splendide illustrazioni, dall’altro ci si incuriosisce a seguire diversi itinerari, ma si avverte, leggendo, anche qualcosa di estraneo. In certi articoli si percepisce come una stonatura. Si legga, per esempio l’articolo che chiude il volume:

l’Esposizione […] non è stata soltanto un futile pretesto a svaghi e divertimenti: l’hanno chiamata la « festa del lavoro »; ma il suo vero nome fu più nobile, la sua essenza fu più alta: essa fu scuola del lavoro e di libertà.

Bandita da pochi ardimentosi e tenaci, fra l’apatia e lo scetticismo dei più, riuscì a superare vittoriosamente il laborioso periodo della preparazione: e si affacciò fidente al maggio, per celebrare le nozze d’oro della libertà italiana, del patto solenne fra Re e Popolo […]. Quell’ aurora della Esposizione, che da tutti si auspicava fulgida, si oscurò tosto per i disordini che perturbarono il Paese, ed in singolar modo una regione più prossima a questo nostro Piemonte.

Gli animi ebbero un momento d’ansia, di trepidazione, di dubbio: dunque i Fati contrastavano perversamente Torino — […] le civili turbolenze avrebbero volto alla peggio le sorti della coraggiosa e patriottica impresa?

Così mostrava di dubitare alcuno. Ma Torino non si lasciò intimorire, nè agitare, nè fuorviare: Torino rimase ferma, serena, fiduciosa in sè e nell’Italia. La nazione aveva attinto ad essa, alla sua fonte immacolata e gloriosa, le fondamentali libertà pubbliche; ora, dopo cinquant’anni, il còmpito di Torino era di mostrare quanto frutto ne avesse ricavato l’Italia; era di mettere in luce il felice connubio della libertà e del lavoro. Questa la parola d’ordine; e Torino vi si mantenne fedele: ed esempio mirabile e purissimo di elevata educazione politica, non ebbe bisogno di alterare il suo regime di secura libertà. La lezione fu istruttiva; l’esempio fu convincente.

Non siamo di fronte ad un semplice, anche se ben riuscito sfoggio di retorica. Nelle frasi e nelle parole che ho sottolineato c’è qualcosa di più sinistro, un linguaggio artificiale, metallico, di impronta militare che, perfezionato e lavorato si sarebbe ripresentato nemmeno un quarto di secolo più tardi. Senza voler forzare, questo linguaggio rimanda a soggetti che si prepareranno a fronteggiare e reprimere quelle che con un eufemismo vengono definite “civili turbolenze”…

Naturalmente un evento di quella portata ha suscitato l’interesse degli studiosi. Spulciando on line ho trovato la stessa pubblicazione messa on line da Museo di Torino: http://www.museotorino.it/resources/pdf/books/254/#34, una pagina dell’Archivio Storico di Torino dedicata alle esposizioni – quella del 1898 si trova qui: http://www.comune.torino.it/archiviostorico/mostre/expo_2003/teca3.html, un volume curato sempre dall’Archivio Storico della città: Le esposizioni torinesi e un video. Buona consultazione e buona visione.