DigitaMi. La Biblioteca digitale di Milano

Qualche tempo fa ho presentato la Biblioteca Digitale Lombarda (BDL), ricchissima di fondi e materiale. Ma anche Milano ha una sua Biblioteca Digitale: DigitaMi.

Stralcio dalla presentazione:

DigitaMi è una biblioteca digitale di documenti rappresentativi della tradizione storica e culturale di Milano. Il fondo, che comprende opere rare e preziose, spazia dai testi letterari di grandi scrittori milanesi e lombardi a quelli di autori minori, dalle descrizioni di costume alle vicende storiche, senza ignorare le tradizioni popolari e la letteratura dialettale.

La collezione, ad oggi selezionata dal patrimonio della Biblioteca Sormani, si arricchirà del contributo di altre biblioteche milanesi, nello sforzo comune di ricostruire la memoria della città. Vi saranno allora descrizioni di Milano ad opera di viaggiatori e scrittori illustri; repertori iconografici; classici italiani e stranieri apparsi nelle grandi collane di editori milanesi, a testimonianza del ruolo che Milano ha svolto come importante canale di diffusione della cultura straniera in Italia.

Sono disponibili al momento 9 percorsi tutti utili, interessanti e curiosi: si va dal panettone – il “Pane grande” – alla tradizione del giallo milanese; dalla cucina alle Esposizioni; dall’arte con mostre e altro alla Milano di Stendhal e degli Scapigliati; dagli enti di Assistenza alla storia locale.

La Biblioteca Sormani offre anche le opere in versione ebook pubblicate dalla Biblioteca Comunale di Milano.

Con le sue decine di pubblicazioni, immagini e altro, DigitaMi è l’ideale per approfondire la conoscenza di Milano o, anche semplicemente, per soddisfare curiosità.

La trovate qui: DigitaMi

Recensione. Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione

Un anno cruciale il 1917. Un anno di avvenimenti seguiti mese per mese. Un anno che Anglo d’Orsi ha sezionato e esaminato a fondo. Anno cruciale, il 1917. Per la Russia, ovviamente, ma il titolo del libro è riduttivo. C’è molto di più, nel libro, della Rivoluzione russa.

“1917” poggia su due filoni principali. Il primo è la guerra: una guerra micidiale, devastante, che sembra destinata a non finire mai e che anzi, come Hobsbawm, l’A. vede come evento che dà inizio a una “Guerra dei Trent’anni”, finita soltanto con la sconfitta del fascismo e del nazismo.  Il secondo, ovviamente, la rivoluzione russa. Quest’ultima sarebbe una sorta di filone secondario dato che è una conseguenza della guerra. Ma per la sua portata e per le forze che sprigiona finisce per imporsi come evento centrale nella storia del Novecento.

La guerra mette a nudo elementi che caratterizzano sia la condizione degli stati del tempo, sia fenomeni che si manifesteranno in futuro. Dalla narrazione, ben documentata, emerge in tutta la sua nettezza la distanza tra classi dirigenti e classi popolari inquadrate negli eserciti. Nel 1917 la stanchezza per la la guerra era diffusa su tutti i fronti. Oltre che in Russia, ammutinamenti si verificano in Francia e fenomeni consistenti di stanchezza sono registrabili anche in Germania. Sotto la spinta di quanto accade in Russia, governi e vertici militari cercano di correre ai ripari introducendo misure che migliorano le condizioni di vita delle truppe. In Italia si verifica la devastante rotta di Caporetto.

Se la tenuta degli eserciti può costituire il termometro per misurare il grado di integrazione delle masse nei rispettivi Stati, allora a superare la prova si salvano Inghilterra, Germania e, in misura minore, Francia. L’idea che le classi dirigenti italiane hanno dei “poveri fanti” emerge in tutta la sua nettezza: l’attività incessante dei tribunali militari, l’assoluta insensibilità di Cadorna e dei vertici dell’esercito verso i soldati che considerano i soldati nè più, nè meno come carne da macello, condannata da una guerra condotta con metodi spietati e combattuta con strategie fallimentari, sono descritte in pagine molto belle e coinvolgenti.

Ad evidenziarsi, soprattutto, è la progressiva affermazione della forza dei militari sui governi: le “misure emergenziali” si moltiplicano, la libertà di stampa si restringe, diventa impossibile manifestare qualunque pensiero minimamente critico davanti a quella che il Papa, ad agosto, inutilmente chiamerà “inutile strage”. E’ curioso, e qui i brevi paralleli che l’Autore traccia col presente sono illuminanti, che la motivazione ufficiale di combattere la guerra per la difesa della “civiltà” si traduca di fatto in una costante restrizione della democrazia e dei diritti individuali. Ed è un fenomeno che la classe politica non solo subisce, ma fa proprio. Lo dimostra la rivolta di Torino in agosto: una rivolta provocata dalla fame, dalla mancanza di pane, che governo e classi dirigenti locali assolutamente non comprendono. Buon per loro che quella rivolta, che potrebbe facilmente dilagare, non assume connotazioni politiche perché manca all’interno del partito socialista, sulla difensiva per gli attacchi continui e furibondi degli interventisti e per di più, anche se ufficialmente unito, in realtà diviso al proprio interno, chi sia in grado di dare uno sbocco politico al malcontento.

Cosa che, invece, si verifica in Russia dopo il ritorno di Lenin – capace di trovare una strada per arrivare ad una rivoluzione sia grazie alle sua capacità, frutto di logica ferrea, di afferrare gli eventi e di assecondarli, anche a costo di stravolgimenti della teoria ufficiale. Di fatto – mi pare – lo snodo decisivo si ha quando Lenin si rende conto che i poteri del Governo provvisorio e quello del Soviet non possono coesistere e che uno dei due deve essere sacrificato. È lì, in quella consapevolezza, l’accelerazione degli eventi che porteranno i bolscevichi al successo.

Costrette a subire una guerra micidiale e incomprensibile al fronte, ad alimentarla con turni di lavoro massacranti e senza diritti nelle fabbriche, le masse rivolgono allora le loro ansie, paure e timori al sovrannaturale. Nel quinto capitolo d’Orsi fa una bella dimostrazione di questo fenomeno esaminando il culto mariano di Fatima, solo apparentemente slegato e lontanissimo dalla guerra in corso, come fenomeno di consolazione collettiva.

Fatima

Tanto più, e d’Orsi qui e là dissemina esempi significativi, che la guerra consente arricchimenti veloci e clamorosi di industriali e uomini d’affari: ingiustizie di un Paese che non riequilibra disparità e, anzi, arriva a premiare incompetenti e immeritevoli (come nel caso di Badoglio) e punisce, persino estraendo “a sorte” innocenti che poi fucila contro un muro come traditori.

Allora ci si pone interrogativi profondi. Se dopo Caporetto qualche provvedimento a favore dei soldati venne preso, altrettanto non si può dire del rapporto complessivo tra “paese legale” e “paese reale”. Si veda l’ipocrisia di D’Annunzio nel descrivere la fucilazione di soldati o quella di Mussolini che si erge a difensore dei combattenti e che, a guerra ancora in corso preconizza di fatto le prossime squadre fasciste. D’Orsi ha ragione quando scrive che “La genesi del movimento va, in certo senso, retrodatata al 1917, al dopo-Caporetto e al dopo-Rivoluzione bolscevica” (p. 231).

In fondo, la base su cui poggiano i due filoni del libro è la modernità che si affaccia nel nuovo secolo e che si annuncia in vario modo: con i progressi stupefacenti della tecnologia – che in guerra sono sinonimi di morte, di una morte meccanica, tecnologica e disumana, come quella che provocano sommergibili e aerei – si veda il bombordamento di Londra – e l’uso dei gas; con l’affinamento dell’intelligence – di cui fa le spese una donna spregiudicata e affascinante come Mata Hari; con la “ragion di stato” e le politiche che i paesi più forti impongono a quelli più deboli – come mostra l’Autore con gli esempi sul Medio Oriente (la cui destabilizzazione comincia allora ad opera degli inglesi), di Israele, o degli Stati Uniti, consapevoli degli spazi che la guerra sta aprendo a loro favore per esercitare un ruolo di primo piano nel futuro del secolo. O dei nemici della modernità, come dimostra l’accanimento della Chiesa cattolica contro la legislazione laica e progressista scaturita dalla rivoluzione messicana – accanimento vittorioso, anche se dopo decenni, ad Opera di Woytila e Ratzinger.

Non molto tempo fa ho recensito Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario. Sono libri diversi, naturalmente, ma d’Orsi dedica un buon numero di pagine a Lenin e sul capo della Rivoluzione russa e sulla rivoluzione stessa qualche confronto può essere utile.

Con questo Anno rivoluzionario, d’Orsi ci ha regalato un gran bel libro, che si legge benissimo e avvince nonostante la densità e la quantità degli intrecci e delle considerazioni. 1917. L’anno della rivoluzione è un libro di qualità, che merita di essere letto.

Persée. Una grande emeroteca digitale

Persée è uno dei progetti più interessanti realizzati in Francia. Si tratta di una enorme emeroteca digitale che mette a disposizione di studenti, ricercatori e curiosi le collezioni di 310 riviste delle quali 110 di storia.

Traducendo dalla presentazione lo scopo di Persée

è quello di promuovere il patrimonio documentario a vantaggio della ricerca, garantendone la diffusione, l’arricchimento e la conservazione. Persée basa la sua azione su tre principi:

1 – un approccio globale al patrimonio documentario, sia come fonte di ricerca che come oggetto di ricerca
2 – la convergenza della digitalizzazione del patrimonio e dell’editoria elettronica
3 – la scelta dell’apertura e della condivisione come strumenti di visibilità e circolazione della conoscenza.

La digitalizzazione e l’accesso ai corpus e alle collezioni documentarie rappresentano una sfida importante per le comunità scientifiche. Per loro si tratta di avere contenuti di qualità, accessibili in forma digitale, e strumenti di sfruttamento, ricerca e riappropriazione che consentano non solo di consultare i documenti, ma anche di gestire e sfruttare i dati da essi derivati. In questo contesto, le missioni di Persée coprono un continuum che va dallo sviluppo di strumenti e metodi al trasferimento di competenze e competenze e allo sviluppo di biblioteche scientifiche digitali. Queste missioni sono al crocevia di diverse sfide: questioni scientifiche di selezione dei documenti, riflessione metodologica sulla loro valorizzazione e analisi; questioni tecnologiche di innovazione, ricerca e sviluppo che consentono una digitalizzazione a valore aggiunto incentrata sull’uso scientifico dei contenuti digitali; questioni di visibilità e sostenibilità con la produzione, la diffusione efficace dei contenuti digitali arricchiti e la loro conservazione a lungo termine.

Vi si trovano tutte le principali riviste di storia: dagli Annales che rivoluzionarono il metodo storiografico e per decenni sono stati una rivista imprescindibile per qualunque studioso, agli Annales Historiques de la Révolution Française; dai Cahiers du monde Russe a Histoire Économie et Société; dai Mélanges de l’école française de Rome alla Revue d’Histoire Moderne & Contemporaine.

Ho citato solo alcune delle riviste più conosciute; ve ne sono molte altre. Persée si basa su una considerazione intelligente: fatta eccezione per pochi specialisti e appassionati, pochissimi sono coloro che richiedono una rivista di storia degli anni, poniamo, Settanta o Ottanta. Per consultarle occorre andare in emeroteca.

Ebbene, digitalizzando riviste fino ad anni recenti si soddisfano sia le esigenze degli studiosi che necessitano di riviste la cui consultazione non è sempre agevole, sia quelle degli editori che continuano a vendere in cartaceo le ultime annate.

A mio parere Persée è un progetto da importare anche da noi. Intanto godiamoci questo: Persée

La biblioteca digitale dell’Archiginnasio

Anche la Biblioteca comunale di Bologna Archiginnasio offre una corposa Biblioteca digitale.

In questa occasione mi limito a segnalare solo una minima parte dei molti progetti realizzati e in corso. Considerata la sua lunghissima storia e la ricchezza della biblioteca, non può sorprendere la diversità temporale e tematica delle raccolte.

Il primo riguarda LA BIBLIOTECA PERIODICA REPERTORIO DEI GIORNALI LETTERARI 6-700 IN EMILIA E IN ROMAGNA. Riprendendo dalla presentazione:

Il contributo dei giornali al movimento delle idee e alla formazione di un’opinione pubblica fu grande e, anche, sociologicamente, significativo, proprio per la qualità varia della produzione culturale che essi misero in circolazione.
Questo repertorio studia i giornali letterari che apparvero nei ducati e nelle legazioni dell’Emilia e della Romagna tre il 1668 e il 1796. Di ogni periodico viene fornito un indice-regesto integrale che consente di ripercorre nei suoi vari livelli tutta la variegata enciclopedia dell’informazione storica, scientifica, bibliografica che per centotrent’anni passò attraverso i fogli periodici.

Sono 4 i volumi che compongono l’opera: La biblioteca periodica. Giornali letterati 6-700.

Di due secoli più tardi è Il Resto del Carlino. l’Archiginnasio ci regala “Tutti i numeri de Il Resto del Carlino dal 29 giugno 1914 al 31 dicembre 1918: giorno per giorno la cronaca della Grande Guerra”: Il Resto del Carlino 1914-1918. La digitalizzazione de Il Resto del Carlino fa parte di un progetto più ampio disponibile su Storia e memoria di Bologna (al quale l’archiginnasio collabora) dove è possibile consultare il quotidiano bolognese anche per gli anni della seconda guerra mondiale: Il resto del Carlino 1914/1919 – 1939-1944 . Come ho accennato in un altro articolo, Quotidiani digitalizzati dalla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, il giornale bolognese è in corso di digitalizzazione dalla biblioteca romana: dunque è possibile ampliarne la consultazione.

Del resto, il Resto del Carlino si inserisce in una raccolta più ampia, Il fondo Guerra europea, composto di:

1.800 volumi, 1.700 opuscoli, 200 testate di periodici, manifesti, volantini, cartoline, canzoni e spartiti musicali, immagini della Grande Guerra, tutti catalogati in rete: una fonte di straordinaria importanza per capire come si costruiva il consenso e si orientava l’opinione pubblica: Archiginnasio. Fondo Guerra europea

Cominciando a unire le varie unità rintracciate sui lavori di diverse biblioteche (Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzatiPeriodici e giornali digitalizzati Parte IPeriodici e giornali digitalizzati Parte IIPeriodici e giornali digitalizzati Parte IIIPeriodici e giornali digitalizzati Parte IVPeriodici e giornali digitalizzati Parte VPeriodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati, Prima Guerra Mondiale. Giornali di Trincea e altroAlcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale e altri ancora che ho segnalato e che è possibile rintracciare con la lente “cerca”), comincia a comporsi un mosaico corposo e di fondamentale importanza per studiosi, studenti e appassionati.

Per il momento mi fermo qui, anche se la biblioteca Archiginnasio riserva moltissime altre sorprese

Recensione. Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario

Le rivoluzioni dividono, spaccano, creano fazioni. Tra chi le auspica, le ammira e le condivide e chi le teme, le detesta e le avversa si crea un abisso che quasi mai si ricompone. Forse nessuna rivoluzione ha creato questa dinamica come avvenne nel 1917, con la rivoluzione russa. Anno mirabile o anno orribilis a seconda dei punti di vista e delle sensibilità.

È questa spaccatura che Carpi ci mostra in questo bel libro. L’autore ci inoltra in quell’anno unico e impressionante presentandoci e condensando con penna sensibile e sciolta un’enorme quantità di testimonianze.

Storico della letteratura, Carpi basa questa agevole ma preziosa ricostruzione su memorie, articoli di giornale, ricordi, pensieri di protagonisti o osservatori perlustrando l’intera gamma delle posizioni assunte di fronte agli eventi: dai simpatizzanti della Rivolzione a coloro che la rigettarono senza appello; dai bolscevichi ai reazionari. Ne è venuta fuori una narrazione vivida, che incuriosisce, invoglia il lettore ad approfondire e spesso diverte (le descrizioni dell’ipnotico potere della vodka sono splendide)

Le testimonianze in presa diretta sono intercalate da stringenti argomentazioni riassuntive. E finalmente, dopo decenni di opere che da un lato hanno presentato la rivoluzione russa come un colpo di stato, riuscito grazie ad una strana combinazione di audacia e fortuna da parte di Lenin e compagni; dall’altro come la brusca interruzione di un più o meno placido percorso verso l’occidentalizzazione del Paese (l’industria stava facendo progressi enormi, la borghesia si sarebbe irrobustita, il regime in crisi aveva già fatto le prime concessioni politiche, la servitù della gleba era stata abolita e la Russia sarebbe diventata un paese democratico di tipo europeo), Carpi dimostra in modo convincente che le cose non stavano affatto così.

La guerra approfondì e aggravò le contraddizioni del regime zarista (la modernizzazione squilibrata dell’Impero russo, il carattere arcaico del sistema di governo zarista, la mancata rivoluzione del 1905, che aveva approfondito le contraddizioni senza risolverne nessuna e la sconfitta militare nella guerra col Giappone nel 1904); pose il Paese su di un piano inclinato che fece accelerare gli eventi e li fece implodere, ma al momento dei fatti nessuno tranne i bolscevichi – e, per certi momenti, tranne Lenin – sapeva veramente cosa fare: non i Cadetti liberali, del tutto impreparati ad affrontare i problemi enormi di una guerra fallimentare e del gigantesco problema della terra; non lo erano i socialisti rivoluzionari, innamorati dei contadini, ma divisi al loro interno e indecisi sul da farsi; non lo erano i menscevichi, fedeli custodi della teoria marxista, ma proprio per questo decisi a non sfruttare immediatamente la crisi gravissima del regime zarista; non lo era la borghesia, capace di raggiungere le vette più alte nella letteratura e nelle arti, ma esilissima di numero, fragile e non di rado reazionaria in ambito della economia e nel rapporto tra le classi.

La debolezza della borghesia e le sue contraddizioni sono illustrate egregiamente da Carpi: tra il febbraio e l’ottobre il governo provvisorio dovrebbe prendere alcune decisioni fondamentali per rafforzarsi e indire le elezioni e la Costituente da una posizione di forza: uscire dalla guerra, riforma agraria e risistemare un minimo l’economia, sono necessità inderogabili (p. 97), ma gli Alleati sono disposti a concedere prestiti solo a patto che la Russia continui la guerra (p. 104) – continuare ad impegnarsi nel conflitto vuol dire radicalizzare ancora di più i soldati, già attratti dai partiti di sinistra e dai bolscevichi. Gli Alleati sono contrari ad una riforma agraria perché gran parte delle tenute sono ipotecate e la banche, che fallirebbero, sono in mano ai francesi e agli inglesi (p. 72). D’altra parte, nemmeno i cadetti sono seriamente intenzionati ad attuare una riforma agraria profonda e incisiva (p. 105). E quando finalmente la Costituente prende corpo, finisce per dissolversi in un mare di chiacchiere e discussioni: nemmeno si accorge che i bolscevichi hanno deciso di passare all’azione.

Ma le vicende dell’estate dimostrano il rischio concreto che il Paese si sfasci e l’inadeguatezza dei ceti abbienti e della borghesia tanto nella sua versione moderata dei cadetti, che nelle sue frange democratiche dei Soviet e dei socialisti rivoluzionari ad affrontare i problemi: si concretizza l’idea di un colpo di stato per rimettere le cose a posto (e i bolscevichi in galera o alla forca), e tra erati non sono pochi quelli che si dimostrano sensibili a quella sirena.

Anche i bolscevichi, in quel 1917 tempestoso, spesso ebbero le idee confuse, ma Lenin (che poteva contare su compagni di partito brillanti e capaci, primo fra tutti Trockij, che in quel 1917 svolse un ruolo fondamentale) aveva la capacità di incanalare la forza delle masse: arriva in Russia dall’esilio ben deciso a indebolire il governo provvisorio e radicalizzare lo scontro di classe e per questo trasforma Pietrogrado in una roccaforte bolscevica e fa del proletariato il “motore della rivoluzione” (p. 77); con le tesi di aprile fa inorridire i marxisti ortodossi per lo stravolgimento della teoria marxista: il potere va preso adesso, finché si può, senza che la borghesia faccia il suo percorso storico previsto da Marx; conosce la stanchezza per la guerra dei soldati, sa che la grandissima maggioranza di loro sono contadini affamati di terra e li asseconda: porta fuori la Russia dal conflitto, anche a costo di un prezzo altissimo – pace di Brest-Litovsk – e scippa l’influenza dei socialisti rivoluzionari sui contadini garantendo loro che i bolscevichi avrebbero appagato il loro desiderio di terra. Carpi lo definisce “uno dei capolavori politici di Lenin”, (p. 157), e ha ragione, perché solo saldando le aspettative degli operai e dei soldati a quelle dei contadini, i bolscevichi avrebbero avuto qualche possibilità di farcela: senza il sostegno dei contadini, Lenin e compagni avrebbero fatto la fine della Comune di Parigi – una brutta fine. E’ vero che in tempi successivi i contadini avrebbero avuto ben più di una ragione di pentirsi per aver sostenuto i bolscevichi (un Paese che nell’Ottocento era il granaio d’Europa, negli anni Settanta del ‘900 importava grano!), ma nel 1917 non potevano sapere cosa sarebbe successo in seguito, mentre invece sapevano benissimo cosa voleva dire vivere sotto lo zar…

In sostanza, fu su questa triade – pace, pane e terra – e sulla coerenza estrema nell’affrontarla che i bolscevichi non solo giunsero al potere, ma gettarono le basi per la loro sopravvivenza. I costi furono enormi: la rivoluzione fece ribollire il Paese e in quell’anno di caos e incertezza, fame e violenza furono cose quotidiane. Dopo la pace di Brest-Litovsk – che chiude la narrazione – la Russia sarebbe rimasta in preda a convulsioni per anni, ma la rivoluzione aveva vinto.

Insomma, per chi vuole farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno rivoluzionario, quel formidabile e inquietante 1917 in Russia, questo libro di Guido Carpi fa al caso suo.

Recensione. Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista

Normalmente i movimenti di destra fanno della salute e del vigore fisico un loro tratto caratterizzante. A leggere questo libro di Ohler, sembrerebbe invece che, nella società tedesca durante il nazismo, nelle alte sfere militari e di partito e nel loro capo, le cose non stessero affatto così: “Benché i nazisti ostentassero un rigido moralismo e attuassero una severa politica antidroga […] sotto la dittatura di Hitler una sostanza potente, molto pericolosa e capace di dare dipendenza diventò un prodotto popolare”. Lo stesso Hitler era drogato marcio.

Personalmente penso che questo libro abbia una ambiguità di fondo. È un libro di storia, ma chi lo ha scritto non è uno storico; si basa su un certo numero di documenti resi disponibili recentemente, ma vi sono parti romanzate. Di più: vi sono momenti in cui la mancanza di perizia dell’A. nel padroneggiare i documenti emerge abbastanza chiaramente: ad esempio, sospetta che Rommel facesse uso di anfetamine basandosi esclusivamente sul suo modo di combattere senza altra fonte documentaria (p. 104 ss.). D’altra parte, lo afferma lo stesso Ohler: “non sono uno storico e non pretendo di riscrivere gli avvenimenti” (p. 141). Non è una confessione di umiltà, è un modo di mettere le mani avanti.

Infatti, le quattro parti in cui si suddivide il libro, a mio parere sono di valore diseguale. Documentata e, tutto sommato, convincente, è la prima parte: è plausibile che in un Paese sconfitto e nel mezzo di una catastrofe economica, quale era la Germania dopo la prima guerra mondiale, una buona parte della società cercasse rifugio e consolazione nei mondi artificiali delle droghe. Nel caso specifico si tratta, in particolare, di una droga sintetica, ma la cosa non stupisce se si pensa che la Germania era all’avanguardia nell’ambito della chimica, come testimonia la presenza di case farmaceutiche di livello mondiale come la Bayern e altre.

La droga sintetica era una anfetamina, il Pervitin, che riscosse un successo e una diffusione clamorosi. Era in grado di far sparire quasi completamente i sintomi della fame e di tenere il fisico sveglio e attivo per giorni. Un prodotto con caratteristiche del genere era l’ideale per gli eserciti e per i soldati.

Tuttavia, affermare che l’uso di questa anfetamina era largamente diffusa nella società tedesca (già prima dell’ascesa del nazismo) è un’affermazione impegnativa che andrebbe comprovata maggiormente. Se non ci sono dubbi che nel mondo dello spettacolo cocaina e altri stupefacenti circolassero in abbondanza, si trattava comunque di cerchie molto ristrette appartenenti al mondo dello spettacolo o comunque benestanti. Ma durante la gran parte degli anni della Repubblica di Weimar furono anni durissimi per la maggioranza della popolazione. Che vi fosse la tentazione di fuggire al presente ricorrendo a sostanze artificiali è più che probabile, ma data la povertà diffusa è più probabile che la piaga più grave fosse l’alcolismo piuttosto che l’uso di droghe.

Qualche altro dubbio comincia ad affiorare nella seconda parte, che tratta essenzialmente dei due primi due anni di guerra: secondo l’A., l’invasione della Polonia e la folgorante vittoria contro la Francia, furono dovuti essenzialmente all’uso smodato nell’esercito di questo nuovo ritrovato. Per la campagna contro la Francia l’esercito ordinò l’impressionante cifra di 35 milioni di compresse, ma se si considera che vi presero parte oltre due milioni di soldati, il numero di pillole per ciascun soldato diventa poca cosa. 

La replica invece non si verificò con l’invasione dell’URSS essenzialmente perché, considerata la vastità del Paese e quindi dei fronti e la tattica dei sovietici di ritirarsi, fu una guerra assai meno di movimento rispetto a quella sul fronte occidentale. Di conseguenza, l’uso del Pervitin risultò inefficace.

Con la parte terza (dal 1941 al 1944) la narrazione si sposta dal piano storiografico quasi sempre tenuto nelle due precedenti per far spazio ad ampi tratti romanzati. Qui l’A., ci parla del “paziente A” e del suo strano, simbiotico rapporto col suo medico personale di fiducia, Gilbert Theodor Morell – ciarlatano più che medico. Arrivista senza scrupoli, Morell somministrò a Hitler mix micidiali di sostanze dopanti, steroidi, Eukodal, zucchero d’uva e altre decine di sostanze, infiacchendone il fisico e oscurandogli progressivamente la ragione. Tra i due si verrà ad instaurare uno strano rapporto di reciproca dipendenza: a Hitler, il “dottore” deve fama, ricchezza e immunità per i suoi maneggi e commerci al di fuori di controlli e legalità; Hitler gli deve la capacità di resistere fisicamente alle pressioni dovute all’andamento fallimentare della guerra.

 Ohler, basa la sua ricostruzione su parecchi documenti, ma non mancano le contraddizioni. Ad esempio, a p. 226 scrive: “Dall’autunno del 1941 Hitler fu un consumatore accanito di ormoni e steroidi e, a partire dalla seconda metà del 1944, anche di cocaina e anche di Eukodal. In quella fase, dunque, Hitler non ebbe nemmeno un giorno di lucidità” (p. 226); qualche pagina più tardi afferma però che Hitler era diventato “tossicomane” dopo l’attentato del 1944 e, soprattutto, che l’assuefazione alle droghe aveva accentuato le sue caratteristiche umane preesistenti (p. 239). In breve, l’Autore non scioglie il dubbio che dalla sua stessa narrazione emerge: se dal punto di vista militare le cose per la Germania cominciarono a mettersi male nel 1941, e cioè quando Hitler comincia ad assumere ormoni, steroidi e altri ritrovati e, da quel momento, come afferma, non ha più un giorno di lucidità, allora Hitler ha perso la guerra a causa delle droghe? La risposta di Ohler è negativa: “Hitler […] rimase lucido fino alla fine. Il consumo di stupefacenti non compromise affatto la sua capacità decisionale. Fu sempre in sé, sapeva esattamente cosa faceva e agì con sangue freddo” (pp. 239-40).

Queste conclusioni però smentiscono descrizioni precedenti: ad esempio, anche se l’A., non lo dice espressamente, nella sua ricostruzione vi è una coincidenza tra errori tattici militari compiuti da Hitler in occasione dell’invasione della Russia e l’assunzione delle sostanze dopanti del suo medico: “L’intuito [di Hitler] che fino all’inizio dell’Operazione Barbarossa [l’invasione dell’URSS] si era dimostrato pressoché infallibile lo abbandonò quando le iniezioni cominciarono a devastare il suo organismo” (p. 156). 

Un’altra tesi sostenuta nel testo è che “le droghe nel Terzo Reich furono utilizzate come strumento artificiale di mobilitazione, per compensare la fisiologica perdita di motivazione e mantenere alto il morale dell’entourage” (p. 296) di Hitler – Morell, il suo medico, serviva anche altri pezzi grossi del regime. 

Sono tesi e affermazioni impegnative e, per certi aspetti, fuorvianti e pericolose. Sostenere che dopo l’invasione dell’Unione Sovietica Hitler perse progressivamente il controllo della situazione a causa delle droghe suona come assoluzione complessiva per una società che, a sua volta, non si avvide del disastro in arrivo e non reagì perché anch’essa obnubilata dalla diffusione delle anfetamine. Ne deriverebbe un’attenuante di non poco conto del sostegno di cui ha goduto il regime fino alle fine.

Romanziere di successo, Ohler sa come intrattenere il lettore. Il libro, oltre ad avere il merito di chiarire che dietro alla propaganda dei regimi fascisti improntata a eroismo, virilità e bellicosità, la realtà era ben diversa,  è scorrevole e avvincente.

Con le precauzioni a cui ho accennato “Tossici” si legge volentieri.

Recensione. Lindsey Fitzharris: L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana

C’è stato un un tempo in cui per entrare in ospedale servivano tre cose: una malattia o un infortunio, una buona dose di disperazione e parecchio coraggio. Almeno fino alla fine dell’Ottocento l’ospedale era considerato “l’anticamera della morte”: vi si entrava, ma le probabilità di uscirne vivi erano davvero scarse.

Come dar torto a coloro che avevano questa visione apocalittica? Gli ospedali erano luoghi incredibilmente sporchi: i letti spesso non erano altro che cassoni con dentro pagliericci che erano l’habitat ideale per ospitare colonie di insetti e parassiti; escrementi, sudore, puzza di chiuso in camere poco areate; nelle corsie i letti (doppi, da quattro, a volte da sei persone) erano occupati da persone affette da malattie diverse e capitava che moribondi finissero i loro giorni fianco a fianco di gente appena ricoverata – i medici descrivevano gli odori che ammorbavano gli ospedali con l’espressione: “la cara, vecchia puzza di ospedale” (p. 10) – il personale infermieristico era sprovvisto di preparazione specifica e spesso era brutale e indifferente.

Per quel che riguarda gli interventi chirurgici di coraggio ne serviva davvero parecchio: sia da parte di chi lo subiva, sia da parte di chi lo praticava. Ci voleva del fegato sezionare un poveraccio che avrebbe sofferto molto meno che all’inferno. Prima dell’avvento della anestesia un’operazione chirurgica era uno spettacolo macabro. Ma era uno spettacolo nel vero senso della parola perché torme di studenti e di curiosi si affollavano attorno ai chirurghi che operavano.

Quello che vedevano gli spettatori erano uomini dallo stomaco di ferro con indosso grembiuli impataccati di sangue raggrumato che cercavano di fare il loro mestiere nel minor breve tempo possibile: il famoso Robert Liston, un chirurgo nerboruto, deciso e velocissimo, era in grado di amputare una gamba in trenta secondi. La velocità era essenziale per evitare che il malcapitato morisse dissanguato (anche se poi in moltissimi ci lasciavano le penne per lo shock anafilattico.

L’utilizzo del cloroformio (conosciuto da tempo ma utilizzato per la prima volta nel 1840 da un dentista di Boston) provocò l’inizio del tramonto di questa lunghissima epoca di strazio: ora i chirurghi potevano agire con più calma e avventurarsi più in profondità nel corpo o in organi più delicati.

Ammesso che l’operazione andasse a buon fine e che fossero sopravvissuti allo shock, quelli che avevano subito un intervento non potevano ancora dirsi sicuri di essere in salvo. Le probabilità che si sviluppassero infezioni mortali erano elevatissime: “intorno al 1840, in Inghilterra e Galles ogni anno circa 3000 madri morivano per infezioni batteriche come la febbre puerperale” (p. 62).

La “febbre nosocomiale” era un vero incubo e una persecuzione per la medicina del tempo. La chirurgia aveva un bel progredire se poi la maggioranza dei malati moriva a causa di complicazioni e infezioni post-intervento. La medicina del tempo considerava questo problema dal punto di vista della “tecnica ospedaliera”, cioè all’erronea costruzione degli ospedali e alla discutibile conformazione e dislocazione interna dei locali (p. 70).

Era questo il mondo in cui Lister lavorò e fece carriera. Scrivere una biografia significa calare il protagonista nel contesto generale della sua epoca. L’Autrice riesce perfettamente in questa operazione. Il primo merito di questo libro è di avere scandito le tappe della carriera di Lister allacciando ognuna di esse al contesto generale.

Lister fu un uomo fortunato per cinque ragioni. La prima fu quella di avere un padre che riconobbe il talento del figlio e, con discrezione, non solo lo sostenne ma lo guidò rispettandone le scelte. La seconda fu quella di avere dei mentori che, riconosciute le sue capacità, lo presero sotto la propria protezione e lo fecero crescere enormemente dal punto di vista professionale accrescendone la stima in sé stesso (belle le pagine dedicate all’orgoglioso, ardito e a suo modo geniale James Syme, che divenne suo suocero). La terza e la quarta sono legate tra loro. Lister era un quacchero e il fatto che quella religione desse importanza a condurre una vita senza tanti fronzoli e stimolasse l’impegno per realizzare cose concrete fu uno stimolo potente per incentivarne la naturale serietà e l’innata tendenza alla perseveranza. La quinta, ça va sans dire, Lister era un genio. Ma quel genio ottenne risultati (e riconoscimenti) strepitosi grazie al supporto degli altri quattro elementi: la storia è piena di personalità geniali ma discontinue o destinate a perdersi per strada.

Fitzharris individua queste caratteristiche e le usa per accompagnare il lettore nella vicenda umana e professionale di Lister con grande abilità narrativa. L’A. ci inoltra così nei dibattiti dibattiti scientifici su riviste e pubblicazioni; focalizza la situazione interna alle università illustrando competizioni tra docenti, i rapporti con gli studenti e la vita accademica; ci presenta la condizione degli ospedali partendo da descrizioni sommarie ma efficaci delle città e degli ambienti di lavoro.

Il libro è interessante non solo per il personaggio decisamente fuori dal comune e per la sua capacità di trovare la soluzione alla ossessione di una vita di studi e esperimenti (abbattere la mortalità dovuta alle infezioni con un metodo scientifico); lo è anche perché contestualizzando la vita e le vicende del protagonista l’A. delinea molti altri aspetti interessanti.

Si prenda ad esempio il faticoso affermarsi di una teoria, dovuto alla diffidenza e all’ostracismo di colleghi (Ignac Semmelweris, un medico ungherese, si rese conto prima di Lister che erano proprio i medici a portare in sala parto le “particelle cadaveriche” responsabili delle infezioni e che perciò chi andava dalla sala anatomica in corsia avrebbe dovuto lavarsi le mani. Quasi inascoltato e anzi deriso dalla gran parte dei medici finì i suoi giorni in un manicomio – vedi pp. 185-187): il progredire, il successo o l’insuccesso di una scoperta in grado di salvare un numero incalcolabile di vite può dipendere da molto variabili. Anche Pasteur, che trovò in Lister prima un lettore attento poi un ammiratore e infine un amico, dovette scontrarsi con un clima del genere.

Furono proprio le ricerche di Pasteur a offrire a Lister la chiave per risolvere il problema che lo affliggeva: l’intuizione che nelle ferite si determinava qualcosa di simile alla fermentazione studiata da Pasteur. Era quindi assolutamente necessario impedire la putrefazione delle ferite analogamente a quanto faceva il calore impedendo la fermentazione (pp. 198-201). Fu l’acido fenico la sostanza che tradusse in modo efficace la teoria alla pratica.

Dal libro emergono alcuni dei nessi che legano gli sviluppi velocissimi e sbalorditivi di Edimburgo e Glasgow (le città dove Lister si trovò a lavorare oltre che a Londra) con i problemi urbanistici, il durissimo lavoro nelle fabbriche e lo sviluppo degli ospedali. Sono temi trattati ampiamente dalla storiografia, ma in tempi come i nostri in cui un liberismo senza freni fa riemergere una “questione sociale” che sembrava risolta, Fitzharris offre molti spunti di riflessione, non ultimo il fatto che lo sfruttamento può diventare un guadagno per il singolo imprenditore, ma è una perdita per la collettività. Chi subisce mutilazioni permanenti poi dovrà ricevere sussidi per continuare a vivere e sono spese a carico della collettività: i costi della mancanza di regole li paghiamo tutti, non solo chi ha avuto la sfortuna di infortunarsi.

Nel computo complessivo dovrebbero essere anche inclusi i costi degli effetti collaterali di uno sviluppo senza regole: Fitzharris accenna a quelli del tempo del protagonista: alcolismo, microcriminalità e rapporti umani estremamente tesi; ma a ben guardare sono gli stessi (ai quali se ne aggiungono altri) con cui ci confrontiamo oggi.

Ancora: l’A., accenna brevemente alla riforma della medicina maturata dalla Rivoluzione francese (ma i rimandi sono precisi). Del resto, la condizione degli ospedali in Inghilterra rimase diversa da quelli sul continente per un lungo periodo. Ma si tratta di una riforma essenziale, non soltanto perché costringendo i medici alle visite in ospedale e a redigere quel “tableau” che poi sarà la cartella clinica gettò le basi della medicina moderna e della clinica, ma anche perché, per la prima volta, pose il problema della salute come “diritto” del cittadino e non come soccorso compassionevole.

Vale la pena di ricordare la grande umanità di questo medico geniale. Mentre i lettori farebbero bene a meditare – e ad approfondire, gli aspetti economico-sociali partendo dalla considerazione che la medicina non è affatto una scienza neutra ma fa parte e incide sul contesto, i medici farebbero bene a tenere a mente che la sensibilità dovrebbe essere una componente essenziale per chi ha scelto quella professione.

Uno dei meriti indiscussi dell’opera è lo stile avvincente e l’ottimo gioco di incastri che l’A. ha assemblato per mantenere vivo l’interesse del lettore. Fitzharris riesce nell’impresa di sciogliere concetti non semplici in un linguaggio chiaro e brillante (a volte forse perfino un po’ troppo discorsivo).

Anche se corredato da un indice analitico molto ben fatto e da note a margine ricche e puntuali, manca una bibliografia. È un peccato, ma nel complesso L’arte del macello è un’ottima introduzione alla storia della chirurgia e un bell’esempio delle grandi potenzialità che la storia della medicina ha nell’illuminare quella economico-sociale.

È un libro che consiglio con piacere. Buona lettura.

Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Seconda parte

Come ho accennato nel primo articolo riguardante il Progetto Risorgimento della Fondazione FeltrinelliIl Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parte –  sono cinque le sezioni che compongono il percorso di studio delle vicende risorgimentali. La seconda sezione,  Fare gli Italiani

è dedicato alla trasformazione sociale ed economica della nazione unita.

Accanto alla religione politica del processo risorgimentale si definiscono i temi che caratterizzeranno i nodi strutturali della società civile in Italia: l’emergere della questione meridionale e i processi di auto-organizzazione di tutela, di protezione e di mutualismo, che riguardano il mondo del lavoro e si diffondono, a partire dagli anni Cinquanta, soprattutto in alcune aree del Paese (Piemonte, Emilia).

Un fenomeno, quello dell’associazionismo del mondo del lavoro, che riprende temi, suggestioni ed esperienze in corso negli stessi anni in Francia, Regno Unito, Germania, Belgio.

Sulla questione meridionale la Fondazione ci regala testi di Giuseppe Bennici, Achille Bizzoni, Jessie White Mario, Giuseppe Garibaldi, Giovanni Del Greco, Sebastiano Cammereri Scurti, Cecchi Eugenio, Lelio Basso (su Carlo Pisacane) e altri.

Ricchissima la bibliografia sul Mutuo Soccorso. Delle Società di Mutuo Soccorso ho detto qualcosa in un altro articolo, perciò per le linee essenziali rimando a:  Opuscoli dell’associazionismo toscano nei fondi della Biblioteca Nazionale di Firenze.

La documentazione offerta dalla Fondazione allarga però lo sguardo dai primi anni del Risorgimento e dell’Unità nazionale fino ai primi anni del Novecento: entrano dunque in questo percorso opere di studiosi attenti a realtà straniere come quelle di Gustavo Strafforello e le opere del composito gruppo dei “socialisti della cattedra” con lavori di Ugo Rabbeno, Emilio Morpurgo, Luzzatti. Non mancano esponenti studiosi e statuti di associazione di area cattolica.

In conclusione, le 113 opere di questa seconda parte offrono uno sguardo a tutto tondo sulla nascita e sul formarsi del movimento operaio e sulle sue prime organizzazioni. Un viaggio che può dirci ancora molte cose e offrire spunti di riflessioni sulla situazione attuale del mondo del lavoro: Fare gli italiani

Per chi desidera un’opera di grande spessore storiografico rimando per il momento – ma altri testi si aggiungeranno – a Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento.

Buona navigazione.

BiASA. Una emeroteca per l’Archeologia e la Storia dell’Arte

BiASA, l’acronimo di Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte del Polo Museale del Lazio mette a disposizione una emeroteca digitale di decine e decine di riviste.

117 sono le testate di periodici italiani posseduti dalla Biblioteca – e che compongono BiASA – editi tra il XVIII ed i primi decenni del XX secolo, per un totale di 785.321 immagini digitalizzate.

Alcune annate sono consultabili solo in sede in quanto protette dal diritto d’autore. Le immagini sono liberamente consultabili e utilizzabili per fini di studio e ricerca.
Secondo le norme vigenti, ogni utilizzo di carattere commerciale prevede la richiesta di autorizzazione al Direttore della BiASA ed in alcuni casi il pagamento dei diritti previsti dalla legge italiana.

Naturalmente, considerata la natura dell’ente promotore, la parte del leone della collezione spetta alle riviste dedicate all’arte e all’archeologia. Ma la collezione è arricchita da testate di architettura, dalla produzione di alcune sezione dell’Accademia dei Lincei, da Bollettini di biblioteche e di musei, da riviste di numismatica e di altro genere ancora.

Questa collezione di riviste, la cui consultazione in cartaceo può risultare dispersa in varie biblioteche e musei e perciò non sempre semplice può essere integrata con quella offerta dalla Emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. La Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte ha vissuto momenti difficili. Ci si augura che siano passati e che BiASA possa essere incrementata: BiASA.

Belgica. La Biblioteca Digitale del Belgio

Anche il Belgio ha promosso la propria Biblioteca Digitale. Si tratta di Belgica, che digitalizza e rende disponibili on line materiale proveniente dalla Biblioteca Reale del Belgio.

In realtà la sua realizzazione non è recentissima: Belgica, che in qualche modo segue le orme di Gallica , è infatti attiva da circa dieci anni.

Nel corso di questo decennio le acquisizioni e il materiale offerto è divenuto imponente. Sono oltre 65.000 i libri digitalizzati; migliaia le mappe, le immagini e le fotografie.

Sul sito la navigazione e la ricerca del materiale è semplice e intuitiva. Le sottosezioni sono immediatamente visibili e, una volta effettuata la propria scelta, sulla colonna di sinistra il lettore può selezionare parole chiave scegliendo tra una comoda serie di parametri: periodo, data, lingua ecc.

Oltre alla sezione dei testi digitalizzati di pubblico dominio, Belgica presenta una sezione a parte di testi e pubblicazioni più recenti in formato pdf e liberamente consultabili e scaricabili.

Particolarmente interessanti sono le sezioni preposte alle mappe, alle immagini e quella della stampa periodica e dei giornali. Vi sono anche sezioni dedicate alla musica, a libri rari e alla numismatica.

Per ragioni storiche e geografiche il materiale è non solo in francese, fiammingo, tedesco, inglese e olandese.

Una segnalazione a margine: per gli appassionati e gli studiosi della Prima Guerra Mondiale Belgica propone una quantità di materiale veramente notevole, sia che si tratti di libri, di immagini (fotografie) e altro genere di documentazione (rapporti, opuscoli, materiale di propaganda ecc.)

Non vi resta che andare a curiosare in questa ottima Biblioteca Digitale: Belgica