L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini

Come ho sostenuto in un altro articolo Art of poster Manifesti della Belle Époque, l’arte è un’ottimo percorso per lo studio e l’approfondimento della storia. L’histoire par l’image, uno splendido portale francese amplia lo sguardo dal periodo limitato della Belle Époque offrendo il materiale che propone dalla Età moderna fino agli avvenimenti più recenti.

L’histoire par l’image è un progetto ambizioso. Riprendo (traducendo) dalla presentazione:

L’histoire par l’image si è posta l’ambizione di arricchire la conoscenza del passato attraverso opere d’arte e relativi documenti iconografici. Molte opere, qualunque sia la loro natura (pittura, scultura, fotografia, disegno, incisione….), rimangono troppo spesso utilizzate come semplici illustrazioni e meritano di essere analizzate al di là della breve leggenda che più spesso le accompagna. Queste opere non si riferiscono solo ad eventi significativi della storia della Francia (rivoluzioni, guerre, cambiamenti di regime….). Gli artisti dei secoli passati ci hanno lasciato una notevole testimonianza dei grandi cambiamenti sociali e culturali che la Francia ha subito dopo la Rivoluzione.

Anche se queste testimonianze emanano da una sensibilità personale e non possono pretendere l’esigenza di scientificità dello storico, le opere d’arte ci rivelano spesso ciò che anima la società di un’epoca, le sue motivazioni, i suoi costumi, le sue paure o le sue mode. Per quanto privilegiata, la storia politica non è quindi esclusiva; ampio spazio viene dato alle opere rappresentative delle realtà di un’epoca e della loro evoluzione nel tempo (condizioni sociali, progresso scientifico, pratiche religiose e culturali, vita intellettuale e artistica, ecc.) La sfida di L’histoire par l’image non sta quindi solo nella sua ricchezza iconografica ed editoriale, ma anche nella sua capacità di rinnovare l’approccio ai fatti storici e alle loro rappresentazioni.

 

L’histoire par l’image offre la possibilità di consultare il materiale scegliendo tra percorsi tematici, scansioni per periodi ecc. Inoltre, i temi (per esempio la Rivoluzione francese) sono suddivisi in sottosezioni e, come anticipato nella presentazione,  le immagini vengono collegate a puntuali “contesti storici” ricostruiti con accuratezza per poi essere discusse  e interpretate: non mancano puntuali bibliografie per approfondire periodi e contesti.

Abbiamo così la possibilità di “vedere” la storia attraverso gli occhi e gli sguardi dei contemporanei, di incrociare questo genere di fonti con quelle di altro genere e di effettuare comparazioni interessanti. Infatti le sezioni “giocano” tra loro in una trama di rimandi che intrattiene il visitatore e lo invita a curiosare.

Intanto godetevi questo splendido portale: L’histoire par l’image

Storia e memoria di Bologna

Storia e memoria di Bologna è un portale ricchissimo di materiale storico, artistico iconografico e altro ancora. Presentarlo per esteso e in modo esaustivo risulterebbe troppo lungo per chi scrive e dispersivo e noioso per chi legge. Meglio quindi affidarsi alla presentazione del portale riportando direttamente dal sito:

I monumenti ci parlano.
Se ci fermiamo anche solo per un attimo a guardarli ed interrogarli, ci racconteranno di un passato affascinante, che è il nostro.
Partendo idealmente da essi, e attraverso di essi , il portale Storia e Memoria di Bologna dà voce ai protagonisti maggiori e minori della storia: i caduti bolognesi che persero la vita nella Grande Guerra e nella Resistenza, le vittime della strage di Monte Sole, i nostri predecessori illustri o sconosciuti che riposano al Cimitero Monumentale della Certosa ed altri ancora che andremo ad individuare seguendo una progettualità mai conclusa.
I nomi dei protagonisti diverranno via via volti, immagini, storie che si intrecciano, fino a disegnare i contorni di un mondo che un po’ ci appartiene, perché è quello da cui proveniamo.
I diversi database contenenti le informazioni sulle biografie, gli eventi, i luoghi, i monumenti e le opere, sono organizzati in scenari tematici, che rappresentano i “capitoli” di questo grande libro della memoria bolognese.

I “capitoli” che suddividono Storia e memoria di Bologna sono sei ampi macro-contenitori: La “memoria” del governo pontificio a Bologna, Ottocento, La Certosa, Lapidi cittadine, Prima Guerra Mondiale, La lotta di Liberazione 1943-45

Questi, a loro volta sono suddivisi in sezioni e sotto sezioni dettagliate che articolano la documentazione e la collegano alle altre.

Mi piace sottolineare il fatto che la sezione La Certosa contiene anche una fornitissima biblioteca digitale dalla quale ovviamente non tarderò a pescare a piene mani.

Vi lascio il piacere di avventurarvi in questa miniera e di scoprire la Storia e memoria di Bologna.

Le biblioteche digitali dell’Istituto Parri di Bologna

L’Istituto Parri per la storia e la memoria del ‘900, è uno degli istituti storici della Resistenza (è intitolato appunto a Ferruccio Parri) più importanti della rete facente capo all’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia).

Fondato nel 1963 l’Istituto ha ormai ampliato da tempo il proprio ambito di ricerca occupandosi in particolare del Novecento ma anche della storia contemporanea.

Oltre a promuovere numerosi progetti qui interessa segnalare le sue due biblioteche digitali. Della prima, consultabile on line si segnalano in particolare i nove Annali prodotti dall’Istituto, alcuni saggi che Nazario Sauro Onofri ha dedicato alla vita politica di Bologna e dell’Emilia Romagna nel ventesimo secolo, i quattro volumi del Convegno per il trentennale della Resistenza e pubblicati da De Donato (vol 1, Luciano Bergonzini, La lotta armata, discorsi introduttivi, comunicazioni e interventi; vol. II, Pietro Alberghi, Partiti politici e CLN, comunicazioni e interventi di Norma Barbolini [et al.]; vol III, Luigi Arbizzani, Azione operaia, contadina, di massa, comunicazioni e interventi di Luciano Casali [et al.]; vol IV Crisi della cultura e dialettica delle idee, Annamaria Andreoli [et al.], comunicazioni e discorsi conclusivi di Annamaria Andreoli [et al.]), i cinque volumi che compongono La Resistenza a Bologna: testimonianze e documenti. Ma c’è molto altro da scoprire. Biblioteca Digitale Parri.

La seconda

Nasce dal progetto di digitalizzazione delle nostre raccolte, a partire dalle monografie pubblicate dal primo Novecento alla liberazione. Saranno consultabili le monografie del fascismo: dalla nascita del movimento fascista alla pubblicistica più propriamente di regime, sia quella prodotta dagli organi del PNF che pubblicazioni di rilevanza nazionale nel periodo istituzionale del regime. Comprende 225 tra monografie e opuscoli del periodo dal 1919 al 1928, acquisiti dalla Biblioteca dell’Istituto fino al 2011

ed è raggiungibile tramite un plugin. Come indicato nella presentazione appena citata, vi si trovano opere di non facile reperibilità sui più svariati argomenti. Le indicazioni per l’installazione del plugin si trovano qui: Biblioteca Digitale Parri Network

Buona consultazione.

Riviste on line dagli istituti storici della Resistenza

Navigando on line nella rete degli istituti storici della Resistenza si possono scoprire progetti interessanti. Mi è già capitato di presentare alcuni dei molti progetti dell’INSMLI: nell’articolo Periodici e giornali digitalizzati Parte III ho segnalato Stampa clandestina; in un altro ho segnalato EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista, realizzato in collaborazione con l’Emeroteca Digitale Braidense.

Da un po’ di tempo l’INSMLI rende disponibile On line  integralmente gratuitamente le annate 1949-1998 di Italia Contemporanea Italia contemporanea (già Il Movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973) con scansione OCR e ricerca testuale all’interno dei file pdf.

Va da sé che l’importanza della rivista e dei contributi che presenta rendono questa realizzazione un servizio inestimabile per studiosi, studenti e appassionati.

Non è l’unico.  gli Istituti Storici dell’Emilia Romagna hanno realizzato E-Review rivista degli Istituti Storici dell’Emilia-Romagna in rete:

Sorto per iniziativa degli Istituti storici della Resistenza, in collaborazione con l’ente regionale, il progetto è volto allo sviluppo dell’attività culturale per lo studio del passato e la trasmissione della memoria storica. La rivista intende rivolgersi a un pubblico nazionale e internazionale di studiosi, insegnanti, cultori e appassionati della materia, con l’obiettivo di aprire un canale di comunicazione storiografica che superi i confini accademici e favorisca la costruzione di un dialogo con la società. La stessa scelta di pubblicare in formato digitale risponde a tale proposito, nella convinzione che il web offra considerevoli vantaggi sia per quanto riguarda la diffusione e la fruibilità della rivista, sia per la possibilità di proporre contenuti multimediali oltre che testuali.

Anche l’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia ha digitalizzato e messo on line la propria rivista: l’impegno, pubblicata fin dal 1981.

Per il momento mi fermo qui. Direi che c’è da curiosare parecchio. Buona lettura

Recensione. Paul Corner: Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura

“A Roma Mussolini poteva dire quello che voleva, ma nel loro territorio erano il federale e i suoi fedeli a comandare” (p. 158). In tempi in cui l’immagine del fascismo e di Mussolini riemergono come punti di riferimento per una società ordinata ed efficiente, questa affermazione di Corner che dipinge un duce semi-impotente di fronte ai suoi gregari può risultare sorprendente.

In realtà, ovviamente, non dovrebbe meravigliare: “monolitico”, “granitico” e “inquadrato” il fascismo non lo fu mai. Sulla base di una documentazione d’archivio straordinariamente ampia, Corner dimostra ampiamente che il fascismo, anche dopo essere passato da movimento a partito e avere ridimensionato lo squadrismo più intransigente e violento nella Milizia, rimase sempre un fenomeno disomogeneo, disaggregato, frastagliato in una miriade di localismi: “la forza dei fascismi locali e le pretese dei loro leader furono una costante fonte di preoccupazione per Mussolini per tutti gli anni Venti” (p. 49). Vera e propria “spina dorsale” del movimento prima e del partito poi ben oltre la crisi Matteotti il fascismo nelle province mostra ampiamente il fallimento del regime nel risolvere i problemi che si era incaricato di risolvere: campalinismo, corruzione, clientelismo… Non uno di questi problemi fu risolto dal regime. Caso mai si aggravarono. Fatta eccezione per poche, limitate zone come quelle dominate da“ras” particolarmente capaci nel crearsi una rete clientelare (Farinacci), nel trovare alleanza con le forze storiche e produttive del luogo e di far arrivare copiosi finanziamenti pubblici (i Ciano a Livorno, Balbo a Ferrara), la turbolenza delle province rimase palese o sotto-traccia, ma non fu vinto mai completamente.

Mussolini non poteva disfarsi della componente intransigente del partito. I settori moderati della società erano grati a Mussolini per averli liberati dall’incubo del socialismo, ma dall’altra parte non erano affatto disposti a stare a guardare nel caso in cui venisse dato campo libero a gente che pensava che il mondo si dividesse “in bastonatori e bastonati, punto e basta” (p. 71). Semplicemente, se il fascismo non aveva la forza per imporre una “soluzione giacobina”, ne aveva abbastanza però da poter intimidire costantemente le élites moderate (pp. 58-59); infatti, almeno fino al 1925, il fascismo intransigente rappresentò “lo zoccolo duro del partito” (p. 67).

Corner fa benissimo a ricordare più volte nella trattazione che la violenza era una componente vitale del fascismo e lo fu sempre, non solo nei primi anni (pp. 71, 78). Per molti squadristi della prima ora il fascismo era azione, e la violenza era un modo per appianare le cose. Se non che la violenza aveva bisogno di bersagli e questa necessità rendeva evidente la debolezza dell’estremismo: una volta annientati socialisti, repubblicani e alcuni gruppi cattolici, con chi prendersela? Attaccare la borghesia poteva anche essere allettante, ma sicuramente ne avrebbe compromesso l’adesione al regime. Stava qui la miopia di “ras” come Farinacci.

Farinacci e Balbo costituiscono due esempi lampanti di come il fascismo fu sfruttato per accumulare enormi ricchezze. La lotta tra le varie fazioni, che dilaniavano la vita politica locale fino alla paralisi di ogni attività politica (come nel casi, più volte documentati dall’Autore di Savona e Piacenza, ma anche altrove) sebbene mascherate da lotte inerenti la “purezza” e la sincerità della “fede” fascista dei contendenti erano in realtà lotte per l’acquisizione del potere a livello locale. Per chi non aveva molti scrupoli le possibilità di far quattrini erano molte e la corruzione era diffusa ad ogni livello. Corner dedica un intero capitolo a questo fenomeno e ne svela non soltanto l’ampiezza e la ramificazione, ma anche le modalità.

Era infatti la stessa conformazione piramidale e verticistica del regime e del partito a favorire lo sviluppo della corruzione. Per salire uno o più gradini era necessario annientare gli avversari e per far questo la calunnia e l’infangare la reputazione dei nemici era moneta corrente: tra le varie accuse, quella di corruzione, di nepotismo, di clientelismo, di scarsa “fede” fascista o di “incomprensione del fascismo” e di una condotta morale discutibile erano tra le più frequenti. Screditare l’avversario significava da un lato attirargli le antipatie della popolazione locale e dall’altro sperare in un intervento da Roma che lo togliesse di mezzo (p. 148). In generale si trattava di accuse che quasi sempre contenevano dosi molto massicce di verità dal momento che nel movimento dei primi anni era presente un alto tasso di criminali e sfaccendati di varia natura di una caratura culturale nulla o del tutto insoddisfacente: il partito fascista era diretto in buona parte da persone ignoranti che avevano trovato nel partito una discreta se non buona collocazione:
“la mancanza di personale esperto a livello locale fu un problema che afflisse il regime per tutta la sua esistenza. Nella teoria il fascismo si era dato il compito di rivoluzionare la composizione della classe dirigente [e dar vita a un] “uomo nuovo” fascista. La credibilità del fascismo dipendeva da quanto fosse in grado di mobilitare forze nuove e di distinguersi dalla disprezzata e ormai invecchiata classe politica [liberale]. Senza la mobilitazione di un esercito di sostenitori […] la rivoluzione fascista era destinata a perdere il suo slancio” (p. 97).

Un secondo fattore era dato dal fatto che i fascisti consideravano del tutto naturale il diritto di fare come volevano. Ritenevano di aver fatto e vinto una rivoluzione e perciò il “chi vince prende tutto” costituiva un atteggiamento naturale per molti di loro non solo riguardo agli avversari sconfitti (spesso la casa del fascio sostituiva una casa del popolo) ma anche nelle faccende locali e negli scontri tra fazioni.

Erano problemi gravi per il regime, che finiva per essere screditato e che allontanava le simpatie degli uomini più capaci e onesti. E tuttavia, anche dopo i repulisti avvenuti con la creazione della Milizia nella quale si cercò di incasellare – e quindi poter meglio controllare – le teste calde in un primo tempo, e con lo sfoltimento del partito nella seconda metà degli anni Venti in un secondo, il problema di accontentare in qualche modo le pretese degli scontenti rimase. Affrontarlo significò – di solito dopo brevi periodi di pacificazione tra le fazioni – gettare il problema dalla porta per poi farlo rientrare dalla finestra: dopo poco le dispute si riaccendevano inevitabilmente.

Era inevitabile che le cose andassero in questo modo perché nonostante tutta la retorica sull’importanza dei “giovani” e della gioventù come sinonimo di “fede”, audacia, forza e altri attributi virili, il regime non preparò mai seriamente una futura classe dirigente (p. 101), o quando tentò di farlo la disaffezione verso il partito e il regime era talmente diffusa da essere oramai irrecuperabile (pp. 238-243).

Inoltre, a livello locale i fascisti potevano sentirsi i padroni assoluti, ma non lo erano. C’erano altri attori con i quali fare i conti: c’era lo Stato con la sua imponente burocrazia; c’era la Chiesa, la cui influenza e forza non potevano essere ignorate; c’erano le èlites che detenevano il potere economico e c’era la Monarchia che, con colpevole ritardo, si mosse soltanto quando la situazione si fece disperata. Tutta la retorica del regime non riesce a mascherare il fatto che il fascismo non raggiunse mai il livello di compenetrazione tra Stato e partito come in Germania (dove il secondo finì per essere più forte del primo, vedi pp. 135-39 ).

Certo, in periferia spesso i prefetti non avevano mosso un dito contro gli squadristi quando distruggevano le sedi degli avversari o quando li malmenavano e li umiliavano e ci fu un periodo in cui lo squadrismo fu più forte dello Stato. Ma fu un periodo breve che durò al massimo fino al 1925 quando una serie di leggi riequilibrarono la situazione. Da quel momento in poi essere rappresentanti dello Stato non era la stessa cosa che essere rappresentante del fascio – anche se a Roma si cercò di risolvere il problema delle competenze trasformando “i fascisti più leali” in prefetti (p. 91); in più, la figura del podestà, essendo una carica non rinumerata, veniva ricoperta da esponenti delle élites economiche locali che non avevano bisogno di lavorare. Il dover fare i conti con questi coattori poteva mandare in escandescenze qualche federale, ma nella sostanza il coltello dalla parte del manico l’aveva il prefetto (p. 83, 138). Farinacci aveva tentato, durante il breve periodo in cui fu a capo del partito, di “fascistizzare” lo Stato, ma il suo tentativo di far prevalere il partito fu bloccato da Mussolini stesso (pp. 68-76). Questo non significa che i federali non disponessero di poteri reali e ampi margini di manovra: semplicemente, il loro campo di azione era più limitato rispetto a quanto avrebbero voluto. (Laddove, invece, la collaborazione tra federale, podestà e prefetto funzionava, come a Torino per un breve periodo nei primi anni Trenta, il regime riscuoteva “un senso di gratitudine” da parte della popolazione, p. 205).

D’altra parte il Concordato fu un innegabile successo diplomatico e propagandistico di Mussolini, che si ritrovò elevato a “uomo della Provvidenza”, era però evidente che, mantenendo una certa autonomia e proprie organizzazioni, la Chiesa limitava lo spazio di intervento del regime e del partito.

Per quanto riguarda le élites locali, se in meridione si verificarono numerosi fenomeni di trasformismo (pp. 122-23), nella Valle Padana gli agrari seppero ricompensare coloro che si schierarono dalla loro parte non soltanto quando si trattò di malmenare socialisti e incendiare leghe contadine, ma anche dopo: A Ferrara Balbo, che oculatamente si schierò dalla parte degli agrari, diventò ricco in soli tre anni. Diverso, in parte, la situazione nel triangolo industriale: un uomo-chiave del regime come Beneduce poté permettersi il lusso di iscriversi al partito solo nel 1941 su esplicita richiesta di Mussolini; Agnelli lo fece nei primi anni Trenta.

Il dato che emerge da questi fenomeni è che mantenere in vita questi dualismi significava dover accentuare l’equilibrismo del regime e del partito, del centro verso la periferia. Il “beghismo” rimase a lungo un male endemico in gran parte delle federazioni e delle province del Paese (p. 107). Il potere locale faceva gola a molti e si era disposti a scagliarsi gli uni contro gli altri per accaparrarselo, tanto più che la suddivisione dei poteri tra i vari componenti – prefetto, federale, Milizia ecc. – rimase piuttosto incerta e fluida fino al 1927. Ma anche negli anni successivi, la struttura stessa del regime a cui abbiamo accennato sopra faceva sentire i suoi effetti: il “cambio della guardia”, la sostituzione di un segretario o un cambiamento ministeriale potevano giocare a favore o a sfavore dei singoli: coloro che erano stati espulsi potevano sperare – e brigare – per essere riammessi al Partito.

Nel frattempo il parastato – una stupefacente miriade di enti – e il partito, che ora inglobava altri organismi precedente autonomi, crescevano a dismisura. Erano entrambi fonte di stabilità e di consenso al regime in quanto offrivano lavoro, ma allo stesso tempo dilatavano la burocrazia rendendo opaca, monotona e poco allettante la vita politica.

Abbiamo usato finalmente la parola decisiva: “consenso”. Il sottotitolo del libro è infatti “opinione popolare sotto la dittatura”. Cosa pensavano gli italiani del regime? Come cambiò, se cambiò, il loro parere nel corso del ventennio.

Per scandagliare i sentimenti popolari di affezione o disaffezione al regime Corner si affida a alla consultazione di molti diari e, soprattutto, ad una copiosissima documentazione interna, vale a dire relazioni prefettizie, carte di polizia, resoconti di spie. Corner è studioso troppo esperto e preparato per temere i tranelli che questo genere di documentazione comporta ed ha la lodevole onestà intellettuale di mostrare al lettore il proprio metodo di studio.

La competenza acquisita in decenni di studi (e di frequentazione di archivi) gli consente di muoversi con agilità e sicurezza nel mare magnum di carte che ha studiato. La lente di ingrandimento usata per indagare la società italiana è il partito – del suo sviluppo, funzionamento (o mal funzionamento o non funzionamento). Corner ne studia le dinamiche interne e le sue relazioni interne e in relazione al centro. In questo modo può muoversi sia in orizzontale (per così dire a “raggiera” nelle relazioni e nei rapporti con altri enti in provincia), sia in verticale.

Il regime aveva affidato al partito, il compito di “organizzare, educare e irregimentare la popolazione predicando il verbo fascista per creare le necessarie fondamenta al consenso […] un “ruolo […] centrale nella costruzione dello stato totalitario” (pp. 87-88). Ebbene, la sensazione che se ne ricava – supportata da robuste prove documentarie – è che alle “tare ereditarie” ricevute dall’Italia liberale che abbiamo indicato, il partito fallì la realizzazione del compito che gli era stato affidato: la trasformazione dell’italiano nel nuovo uomo fascista non si concretizzò affatto.

Troppe e troppo stridenti le contraddizioni tra la propaganda e la realtà, tra quanto veniva richiesto (e cioè imposto) e quanto chi si trovava in posizioni di comando faceva mostra spudoratamente quotidianamente: assenteismo, inefficienze, corruzione, posti di comando ricoperti da persone del tutto inadatte (perfino da un “barbiere ubriacone”), favoritismi a donne di dubbia reputazione e compiacenti, lusso sfrenato e ingiustificato, prebende immeritate; per chi era disoccupato o sottopagato (gli anni Trenta furono durissimi in molte zone del paese) era dura constatare la carità pelosa di un pacco di pasta o un vaso di marmellata ricevute da nobildonne ingioiellate…

Dalla documentazione riportata e discussa con argomenti convincenti, emerge letteralmente di tutto; un quadro impressionante – e desolante – di una società che adotta stratagemmi anche sofisticati per mantenere minimi spazi di libertà, se non fisici, almeno di pensiero: iscriversi al partito e al sindacato per avere un lavoro o non essere licenziati, ma partecipare il meno possibile alle loro attività; andare alle manifestazioni “oceaniche” sì, dal momento che era obbligatorio e si poteva ricorrere in sanzioni anche gravi, ma restare in silenzio durante il discorso del capo – o perfino del duce, come fecero gli operai della Fiat –; donare “l’oro alla patria” con la fede nuziale, sì, ma falsa o “impoverita”.

Ciò non significa che il regime, soprattutto in alcuni momenti, non abbia goduto di forme di approvazione o di consenso: “il partito agì in ambiti come il “welfare, le politiche giovanili, il tempo libero, tutte novità importanti […] e con risultati rilevanti sotto ogni profilo” (p. 312 – sul “welfare” però, soprattutto in relazione alla politica vanno tenute presenti le osservazioni di Ipsen: Carl Ipsen, Demografia totalitaria); la creazione dell’impero generò un momentaneo e malinteso orgoglio nazionalistico (p. 221). Tuttavia, argomenta Corner a ragione, bisogna intendersi sul significato della parola “consenso” (si veda p. 208 dove discute la definizione avanzata da Renzo De Felice). In uno stato dittatoriale non essendo i cittadini liberi di esprimersi l’adeguarsi della popolazione alle regole imposte tende diventare conformismo, il che non è affatto sinonimo di consenso. Occorre dunque valutare con attenzione gli atteggiamenti. E nel vagliare le fonti che registrano gli atteggiamenti della popolazione Corner è maestro. Egli è riuscito a creare un quadro estremamente sfaccettato che dimostra il progressivo scollamento via via crescente di strati sempre più larghi della popolazione dal regime che entra in crisi profonda già prima, molto prima della seconda guerra mondiale. Da questo punto di vista non può non balzare all’occhio la stridente contraddizione tra un partito elefantiaco in grado di visionare l’intera società italiana e di penetrare a fondo nella vita privata della popolazione e il distacco sempre più massiccio della gente dal regime. Il fallimento del partito nel compito di creare una nazione di veri fascisti era già evidente nel ’ 39 e in questo sta il fallimento storico del fascismo.

Corner ha scritto un libro veramente eccellente, che unisce al rigore metodologico una prosa scorrevole e di grande chiarezza (grazie anche all’accurata traduzione di Fabio Degli Eposti). Ve lo raccomando.

Bibliotheca Hertziana

La Bibliotheca Hertziana dell’Istituto Max Planck per la storia dell’arte

promuove la ricerca in ambito della storia dell’arte e dell’architettura italiana e globale. Nata da una fondazione privata da parte di Henriette Hertz (1846–1913), venne inaugurata nel 1913 come centro di ricerca della Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft. Oggi la Bibliotheca Hertziana fa parte degli istituti del settore degli studi umanistici della Società Max Planck ed è considerata uno dei più rinomati istituti di ricerca al mondo per la storia dell’arte.

Recentemente è stato promosso e realizzato

un ampliamento delle aree di ricerca del istituto, sia da un punto di vista metodologico, storico e geografico. Le attività di ricerca promosse [si muovono dall’ ]ambito geografico dell’Italia Meridionale, in particolare alla città e al Regno di Napoli […] al bacino mediterraneo. Al centro degli interessi è la comprensione storica dello spazio tra il Medioevo e l’Età Moderna [e] punta soprattutto a collegare globalmente l’arte italiana dalla prima età moderna al contemporaneo e ad approfondire la storia della scienza. L’iniziativa di ricerca [incentrata su Roma]propone di rivalutare l’importante contributo della scena artistica romana alla storia dei secoli XX e XXI.

Considerato l’ambito di azione non stupisce che la fornitissima Hertziana sia ricca di testi riguardanti l’Architettura e l’Arte. In un articolo di qualche tempo fa ho segnalato un’ottima rivista sulla storia del viaggio: Viaggiatori. Circolazione, scambi ed esilio. Ebbene, su Hertziana gli appassionati hanno a disposizione una tavola imbandita: vi si trovano testi di ogni genere: da resoconti di viaggio, a monografie incentrate su singole o più città, a topografie che ampliano gli argomenti oltre all’aspetto monumentale e artistico delle città.

Al tema del Gran Tour e viaggiare in Italia ho dedicato un articolo tempo fa. Hertziana integra e amplia la bibliografia sull’argomento con una quantità veramente impressionante di testi.

Inoltre confluiscono nella biblioteca – anche se in numero più ristretto – monografie e libri che esulano almeno in parte dalla letteratura di viaggio e dagli studi sull’arte: si trovano testi di agronomia e di carattere generale (tipiche del periodo napoleonico, ma non solo).

Naturalmente, data anche la natura internazionale dell’Istituto, si trovano opere anche in inglese, francese, tedesco ecc.

Insomma, siamo di fronte ad un progetto e ad una Biblioteca Digitale di prim’ordine. Non resta che andare a curiosare: Bibliotheca Hertziana

Recensione. Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento

Credo che nel presentare Bella e perduta di Villari siano necessarie due premesse. La prima: tra l’interpretazione della storia e il racconto della storia personalmente ho sempre preferito la prima: capire come e perché i fatti si legano tra loro mi sembra l’elemento essenziale del mestiere di storico. E tuttavia – lo sostengo spesso – la storiografia italiana si è dimostrata troppe volte poco divulgativa; ha lasciato questo compito a tutta una schiera di giornalisti e pubblicisti non molto pratici nel maneggio delle fonti, che non di rado hanno creato confusione più che portare chiarimenti.

Con Bella e perduta Villari rimedia a questi inconvenienti. Storico che non ha certo bisogno di presentazioni, ha scritto un libro che si legge con grande facilità, con una prosa fluida e accattivante che cattura l’attenzione del lettore. Nel far questo, oltre alla leggerezza della sua penna, Villari ha pescato in un gran numero di fonti a volte ritenute secondarie: opere d’arte, carteggi, musica, opere letterarie famose e meno famose, ricordi personali dei protagonisti, teatro ecc. Il che dimostra, tra l’altro, l’attenzione dell’Autore alle ultime tendenze della storiografia (si pensi ai lavori di Banti o all’Annale della Storia d’Italia Einaudi, curato dallo stesso Banti e Ginsborg).

Siamo quindi di fronte ad un lavoro di sintesi ma che si rivolge al grande pubblico. È un bene che storici del calibro di Villari indirizzino su questo versante i propri lavori: nel nostro Paese c’è un enorme vuoto di conoscenza storica da riempire.

La seconda premessa: gli storici interrogano il passato avendo in mente i problemi del presente – lo si sa. Il Risorgimento che ci presenta Villari in Bella e perduta è un Risorgimento fatto dai giovani: giovani, a volte giovanissimi sono i protagonisti delle vicende, conosciuti e meno noti. Quasi a mettere sotto agli occhi delle giovani generazioni il confronto tra un’Italia di allora frammentata in sette stati e quella di oggi che presenta alcune crepe preoccupanti; là, nel Risorgimento, un percorso tutto da inventare, qui, ora, una rigenerazione tutta da fare. Un invito insomma.

Giovani con le loro speranze, illusioni e disillusioni come quelle di un giovanissimo Foscolo verso al poco più anziano, ma già scaltro e determinatissimo Napoleone, visto dal poeta come un liberatore e poi rivelatosi l’opposto.

La calata di Napoleone in Italia nel 1796 apre il teatro della narrazione. Villari dipinge il quindicennio napoleonico in un chiaro-scuro dove gli sprazzi di luce sono comunque più forti delle opacità. Basterebbe l’aver risvegliato un movimento nazionale in un Paese che da secoli ne era privo (p. 14) a rendere positivo il bilancio della dominazione napoleonica.

Meriti che invece si spinsero al di là con tutta una serie di riforme, più o meno incisive, più o meno durature a seconda dei luoghi, ma che, come capì subito il Cardinal Consalvi, rendevano impossibile una Restaurazione reale. Ma anche equivoci. Ad esempio Villari mette in chiaro che “l’identificazione tra ricchi e giacobini rendeva inattendibile e artificiosa la propaganda sul contrasto tra l’antico regime e il popolo. Un equivoco che costerà caro al movimento democratico italiano” (p. 19-20), che per decenni si illuderà di avere un credito e un riscontro nelle classi popolari che invece era tutto da costruire o, quanto meno, da custodire e alimentare. Lo dimostrarono con grande (e drammatica) chiarezza i fallimentari moti del 1820-21 e 1830-31, moti organizzati da gruppi ristretti e quindi chiusi, dai quali – a dispetto delle illusioni – la gran parte degli strati inferiori della popolazione rimase estranea e ne bloccarono quindi le possibilità di diffondersi.

Le lancette della storia erano destinate a non tornare indietro non solo per gli effetti della Rivoluzione francese, ma anche di quella industriale, che dalla fredda Inghilterra non avrebbe tardato a scendere sul continente.

È in questa grande cornice, alla quale Villari riallaccia le vicende italiane, che si cala la storia che dà corpo al libro. Contesto generale che non è solo rimando obbligato in una ricostruzione generale, ma che è invece contestualizzazione obbligata in quanto è da quelle due grandi eruzioni rivoluzionarie che si formeranno i due grandi “partiti” che saranno protagonisti del Risorgimento: democratici, radicali, repubblicani e primi socialisti avranno, chi più, chi meno (e non senza qualche sguardo critico) gli occhi puntati sulla Francia; liberisti e liberali moderati guarderanno con ammirazione alla Gran Bretagna.

Percorsi difficili, come testimonia il faticoso evolversi delle “sette” e dei movimenti carbonari, le cui tappe sono scandite da dolorose sconfitte e speranze mal riposte (nell’aiuto francese prima nei moti del 1830-31 – p. 99 – e poi con la Repubblica Romana, o nel “Papa liberale” Pio IX nel 1847-48).

Percorsi difficili dovuti anche alla ristrettezza dei ceti sociali che hanno in mano le redini dell’azione politica: tutti o quasi tutti, democratici o moderati che fossero, appartenenti all’alta borghesia se non alla nobiltà, con una profonda diffidenza verso gli strati più umili della popolazione e di una sostanziale repulsione verso i contadini che pure, se non altro per un fattore numerico, avrebbero dovuto essere coinvolti in modo massiccio nell’agire politico.

Di qui l’importanza schiettamente politica della letteratura, delle arti e della musica, nelle quali Villari pesca a piene mani portandole in primo piano. Lungo tutta la narrazione Villari non manca mai di rimarcare la giovane età dei protagonisti, ma anche la partecipazione popolare agli avvenimenti, riprendendo le narrazioni di Cattaneo delle cinque giornate di Milano, stralci di diari, la difesa di Roma dalle truppe francesi sul finire della Repubblica romana ecc, ma, da storico di vaglia qual è, a un certo punto avverte le possibili obiezioni del lettore e sente l’esigenza di spiegare il suo punto di vista. Lo fa fin da subito ponendo questa contraddizione come elemento di fondo (p. 63), la rende elemento problematico nel segnalare l’assurdo connubio tra progresso tecnologico all’avanguardia e disastrose condizioni igieniche nel presentare l’apertura della prima tratta ferroviaria nel retrivo Regno delle due Sicilie, la spiega infine sostenendo che insistere troppo sulla distanza tra borghesi e contadini e tra città e campagna – che pure riconosce come limite importante del Risorgimento – significa perdere di vista il fatto che, come dimostra il 1848, il Risorgimento fu essenzialmente un processo che interessò gli intellettuali (pp. 179 ss.gg) e che “il Risorgimento fu soprattutto un’opera politica, una macchina di idee, di parole” (p. 184). Si può convenire con questa spiegazione; si può anche sostenere che la fiducia riposta nel progresso scientifico, tecnologico e produttivo (p. 112 e si vedano le parole di Cavour a p. 135) e nei suoi effetti liberatori (sui quali però un Leopardi diffidava, pp. 226-27); ma alcuni studi di Franco Della Peruta hanno dimostrato l’attenzione di molti intellettuali – molti “minori” ma non tutti – verso la nascente “questione sociale”.

Ristrettezza di soggetti, dunque, costretti a muoversi in margini ristretti che rese più fragile il fronte democratico. Fenomeno che Villari illustra bene seguendo  il dissidio Mazzini/Cattaneo (p. 164) e che indebolendo il fronte democratico ha incubato una serie di problemi che puntualmente si sarebbero presentati dopo l’unificazione.

Così, ad esempio, in Piemonte le contingenze portano all’operare comune tra il moderato Cavour e il democratico Rattazzi, un “connubio” che porta in sé il frutto avvelenato del trasformismo (p. 243). Ma anche quella che nei decenni successivi all’unificazione sarebbe stata chiamata “questione sociale” era la risultante di problemi per troppo tempo accantonati e non affrontati.

Questione sociale già matura altrove e altrove affrontata in maniera diversa: in Francia con l’avvento di Napoleone III, uomo quanto mai mediocre ma ben deciso a tutelare gli interessi della borghesia; con tutta una serie di riforme graduali nella ben più solida e meno turbolenta Gran Bretagna, come Cavour non mancava di far notare (p. 228).

In Italia, invece, si faceva sentire tutto il peso della storia con la sua frammentazione delle “cento città”, luogo naturale di azione delle élites che potevano dedicarsi alle vicende politiche, ma distante e guardingo dal mondo delle campagne, immerse in un “letargo politico e civile” e lì lasciate dalle città e dalla borghesia (Villari fa riferimento al Cattaneo che guarda alla storia d’Italia come storia di città e ai limiti della propaganda mazziniana che vedeva nelle campagne un confine invalicabile). Ecco che allora, pochi decenni più avanti, le campagne avrebbero rappresentato un problema di non poco conto. Di più: Villari considera le campagne vero e proprio “tallone d’Achille quando si giungerà all’unificazione nazionale” dato che il mondo delle città e quello delle campagne, storicamente e tradizionalmente divisi, sarebbero diventati assolutamente paritetici (p. 187).

Nei decenni successivi all’unificazione le campagne divennero il teatro d’azione delle forze socialiste, ma anche la Sinistra – e Villari lo fa capire molto bene – ha lasciato “tare” profonde nella storia successiva del Paese: lo dimostrano i persistenti tentativi insurrezionali, tutti inevitabilmente destinati al fallimento, di sollevazioni popolari come quella di Pisacane o gli arzigogolati tentativi mazziniani.

Da un libro molto più ricco di quanto appaia qui, abbiamo estrapolato alcune delle nostre debolezze: la ristrettezza della classe dirigente, la distanza tra città e campagna (Villari riporta alcuni esempi della corrosiva ironia di Marx verso i limiti della propaganda mazziniana che escludeva le campagne) destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia italiana (“il fango che sale” avrebbero detto i cittadini preoccupati del proselitismo socialista nei primi decenni del secolo, con le conseguenze che sappiamo), il trasformismo. Al lettore non possono sfuggire, se non altro per la frequenza con cui li si incontra, giudizi molto netti indirizzati allo Stato Pontificio e alla Chiesa. Non si tratta di anticlericalismo dell’Autore quanto, piuttosto, una segnalazione indiretta su un fattore quanto mai vincolante della nostra storia.

Ma ho fatto un’operazione ingiusta. Bella e perduta è una difesa del Risorgimento. Le sue energie si sono fatte sentire fin dentro al Novecento. È un elogio a quei giovani che si gettarono nella lotta per il loro Paese ed è, infine, uno dei libri migliori per chi volesse cominciare a studiare il Risorgimento.

Ho recensito recentemente Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento contadini di Adriano Prosperi. Ecco, Bella e perduta potrebbe essere lo sfondo ideale, il quadro generale per cogliere appieno la lettura del volgo disperso.

Il Centre d’études du 19e siècle français Joseph Sablé

Tra le moltissime biblioteche affiliate a Internet Archive c’è anche il Centre d’études du 19e siècle français Joseph Sablé. Riprendendo dalla presentazione,

La Collezione Sablé comprende circa 12.000 volumi (la maggior parte dei quali in edizione originale) sul romanticismo francese e sulla storia e la società francese del XIX secolo. La collezione contiene anche una serie di riviste d’epoca disponibili a stampa e su microfilm. La Collezione Zola comprende tutte le opere di Emile Zola e di altri [scrittori appartenenti alla corrente del] naturalismo.

Si tratta di una collezione estremamente interessante. Di Zola, oltre alle opere è disponibile anche tutta la corrispondenza in dieci volumi.

Va da sé che la Collezione offre opere di tutti i più grandi scrittori francesi del XIX secolo. Per chi cerca opere in lingua originale di Balzac, Dumas, Lamennais, Sue, Guizot ecc. può andare a colpo sicuro. Ma sono disponibili alcune centinaia di volumi in lingua inglese e altri (molti meno, in verità) in altre lingue (in italiano le opere sono 10).

Particolarmente ricco e stimolante è il panorama di testi inerenti alla società francese del XIX secolo: che si tratti di fonti di prima mano (come quelle riguardanti l’Esposizione del 1867) o di studi, abbiamo a disposizione un corpo di opere e di studi altrimenti difficile da reperire nelle nostre biblioteche. Particolarmente nutrito – non può essere altrimenti – è il numero di studi dedicati a Napoleone Bonaparte.

Insomma, per chi frequenta, è appassionato o intende approfondire la storia, la società e la cultura francese dell’Ottocento, questa biblioteca è un approdo obbligato.

Su Internet Archive il link è questo: Centre d’études du 19e siècle français – Joseph Sablé – Centre for 19th Century French Studies, ma è disponibile anche il sito del Centro Studi: http://sites.utoronto.ca/sable/ dove è possibile effettuare approfondimenti.

Buona navigazione

La Biblioteca Digitale della Direzione Generale per gli Archivi

Anche la Direzione Generale per gli Archivi ha messo on line, da tempo, una corposa e interessante Biblioteca Digitale.

Naturalmente, il catalogo dei volumi digitalizzati ha un valore e un interesse particolare per gli archivisti, ma si tratta di materiale indispensabile agli storici. I molti inventari e le guide archivistiche di singoli archivi o di singoli fondi aprono fecondi percorsi di ricerca agli studiosi agevolandone al contempo il lavoro. Mi limito a citare il solo esempio di Napoli:  Archivio di Stato di Napoli, Archivi privati. Inventario sommario

Non solo. In previsione della completa digitalizzazione del catalogo, sono già disponibili molti dei volumi della “Rassegna degli Archivi di Stato“, un periodico che ha pubblicato numerosissimi e preziosi saggi di carattere strettamente storiografico. Al momento sono disponibili tutti i numeri dal 2000 in poi, scaricabili in formato pdf.

C’è di più. Nell’ambito delle proprie attività, naturalmente, l’Archivio Centrale dello Stato ha realizzato numerosi convegni nazionali e internazionali. Ora, di molti di questi, possiamo leggere o scaricare liberamente gli atti.

Ad esempio, in un articolo di qualche tempo fa ho indicato alcuni siti e fonti sulla rivoluzione francese. Ebbene, negli atti del Convegno Rivoluzioni. Una discussione di fine Novecento la prima parte è dedicata al periodo dalla Rivoluzione francese al 1848; ciò che ho postato negli articoli in cui ho parlato dell’alimentazione (Mettersi a tavola (possibilmente con gusto)Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare…) può essere integrato con Gli archivi per la storia dell’alimentazione, tre grossi tomi ricolmi di saggi stimolanti; il progetto Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia, si arricchisce ora di un volume che riporta il medesimo titolo.

Presentare volume per volume diventerebbe un’impresa improba per me e pedante per chi legge. Vi lascio navigare nella Biblioteca ricordandovi soltanto che quanto presentato qui è soltanto una minuscola parte di quanto potete trovare. Ma prima non posso non segnalare, almeno,  un prezioso volume su Francesco Crispi, Francesco Crispi. Costruire lo Stato per dare forma alla nazioneVerbali del consiglio dei ministri della Repubblica Sociale Italiana, settembre 1943 – aprile 1945

Insomma, a saper cercare, questa biblioteca digitale offre moltissima carne al fuoco. Ben venga: Biblioteca Digitale della Direzione Generale per gli Archivi

Recensione. John Foot: La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978)

John Foot è uno storico inglese molto attento e partecipe alle vicende italiane e con questo “la Repubblica dei matti” lo dimostra ampiamente ancora una volta.

La Repubblica dei matti non è una storia della psichiatria italiana. Non è nemmeno una storia dei manicomi italiani e nemmeno una biografia di Basaglia. È una storia culturale dei decenni centrali e più fecondi della storia repubblicana, focalizzata sulle vicende della psichiatria. La centralità della figura di Basaglia è dovuta al suo ruolo svolto in quegli anni.
L’Italia è un paese capace di grandi innovazioni. In negativo, come nel caso del fascismo; ma anche in positivo, come nel caso della Resistenza (la più forte d’Europq dopo quella jugoslava), di un partito comunista capace di dar vita a “modelli” (emiliano, per esempio) studiati e ammirati perfino dagli USA, di realtà imprenditoriali di eccellenza e di prim’ordine (Olivetti, Ferrari), o di grande interesse (la moda). La chiusura dei manicomi può essere rivendicata a buon diritto come uno dei successi più belli e meritevoli della Repubblica. Il libro di Foot lo dimostra chiaramente con le descrizioni allucinanti dei manicomi e dei reparti.

Per altro, nel libro non c’è nessuna forma di sensazionalismo. La narrazione, sciolta, vivace, avvincente, è sempre equilibrata, sempre soppesata e meditata. Così come lo sono le valutazioni dei protagonisti e delle figure studiate e incontrate. Non c’è nessuna agiografia di Basaglia. Alla grande ammirazione per quello che definisce il più importante intellettuale della storia dell’Italia repubblicana, fa da bilanciamento il grande rispetto per altri protagonisti di quegli anni. Primo fra tutti, Giovanni Jervis, grande intellettuale e figura carismatica che collaborò con Basaglia a Gorizia e poi si distaccò da quella esperienza per seguire altri percorsi. E ancor di più, forse, Franca Ongaro, moglie di Basaglia. Se, come dice il proverbio, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, allora Basaglia ebbe la fortuna di avere per moglie una donna capace di stargli a fianco e, quando necessario, di guidarlo. Era lei non solo a dare forma alle vulcaniche idee del marito, ma anche a correggerle, indirizzarle, concretizzarle. Foot giustamente si rammarica la pressoché assoluta mancanza di studi sulla Ongaro.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, in un piccolo manicomio all’estrema periferia del paese nel 1961: un posto insignificante, l’ultimo luogo a cui pensare per dar vita ad una rivoluzione. Non fu così, e non fu così per l’intrecciarsi di molti fattori.
All’ostracismo e all’esclusione che spesso le università italiane riservano ai giovani più brillanti e promettenti – motivo per cui Basaglia accettò l’incarico a Gorizia – fecero da lievito l’effervescente clima culturale che si stava formando in quegli anni: la “Storia della Follia in età classica” di Foucault, “I dannati della terra” di Fanon e “Asylum” di Goffman furono pubblicati proprio nel 1961. E a riprova della chiusura del mondo accademico, questi testi furono pubblicati grazie all’iniziativa di editori consapevoli del ritardo culturale del Paese accumulato durante il ventennio fascista come Einaudi e Feltrinelli.
Clima culturale inebriante e coinvolgente dovuto al fondersi di due fattori: da un lato, il tracollo del positivismo e dell’organicismo che avevano finito i loro giorni nell’ignominia del razzismo biologico; dall’altro, l’enorme energia creatrice sprigionata dalla Resistenza che intende muoversi per un profondo rinnovamento del Paese e recuperare alla vita civile e alla società gli ultimi, gli esclusi. Basaglia ha vissuto e si immerge in questo clima, va a confrontarsi con esperienze in Scozia e a Londra, allaccia contatti con altre esperienze, si circonda di collaboratori curiosi, aperti e decisi. Sono questi stimoli che Basaglia rielabora creando la comunità terapeutica man mano che, dall’interno, smantella il manicomio.

Gorizia diventa il centro, il faro di una rivoluzione culturale che si irradia sul Paese e trabocca al di fuori. Ma è frutto, anche, di un clima innovatore non solo a livello europeo o mondiale, ma interno. L’esperimento di Gorizia trova appoggio nel Ministro della Sanità, il socialista Mariotti, altri intellettuali si mettono ad indagare la questione manicomiale: Angelo del Boca, grande giornalista e storico dà alle stampe un’opera che diventa una bomba: “manicomi come lager”. È questa l’immagine che l’opinione  pubblica democratica e progressista  fa propria e quella conservatrice contrasta.; la stessa televisione si interessa al fenomeno: Zavoli gira un documentario, fotografi di valore creano opere.
La breccia è aperta, si aprono percorsi nuovi. È questa la seconda parte del volume, dove Foot analizza alcune realtà locali. Qui, tra gli altri, a mio parere spiccano due elementi interessanti.
Il primo riguarda il fatto che il mondo politico “scopre” e si occupa attivamente del problema manicomiale. Amministrazione centrale e locale si pongono in sintonia con una parte della società civile e dell’opinione pubblica. Si intraprendono percorsi diversi, ma nel complesso le amministrazioni provinciali e locali sono attente e collaborano. Politici che non conoscevano la realtà dei manicomi, una volta scoperta ne restano sconvolti:
“Pensavo che gli istituti assistenziali fossero una necessità. Per i matti il manicomio, per i bambini abbandonati il brefotrofio, per gli anziani soli l’ospizio. Con Basaglia […] ho imparato a rifiutare queste soluzioni […] istituzioni [pensate per] accantonare i problemi sociali più scottanti” (p. 201).
Sono parole di Mario Tommasini, assessore provinciale a Parma, operaio. Qui, come altrove, l’Italia a due livelli – quello delle classi dirigenti distanti dalle classi popolari – scompare, si attivano forze dal basso. È quel che succede a Reggio Emilia, che chiama Jervis il quale crea i centri di salute mentale; è quel che succede a Perugia con Giacanelli, ad Arezzo, a Trieste, dove Basaglia avrà l’appoggio di un esponente democristiano.

Sono esperienze che conducono al secondo aspetto. E cioè ai percorsi diversi nella chiusura dei manicomi seguiti dalle singole realtà. Per chi, come me, studia la nascita dei manicomi, questo è un aspetto particolarmente interessante perché, se si guarda alla formazione delle strutture nate prima dell’unificazione, si incontrano condizioni e soluzioni diversificate a seconda delle zone, degli Stati e delle realtà locali (si vedano le considerazioni a p. 217). Nella loro dismissione e chiusura, questi retaggi – sebbene rovesciati – sembrano ripetersi. Se è vero che ovunque i “basagliani” incontrano e ricevono sostegno politico (spesso del PCI e dei partiti di sinistra, ma non solo, come testimonia il caso di Trieste), è altrettanto vero che il movimento dal basso emerso negli anni Sessanta ed esploso a partire dal ’68 ha esercitato una pressione notevole sul ceto politico, spingendolo ad accettare o a promuovere soluzioni che altrimenti, da solo, difficilmente avrebbe realizzato. A dimostrazione di questo sta il fatto che la “legge Basaglia”, come erroneamente viene chiamata la 180, è frutto di mediazioni tra operatori e politici con posizioni a volte molto distanti tra loro. Marco Pannella fu un “critico feroce” di quella legge e ne mise in rilievo l’ambiguità, la vaghezza, e i problemi che avrebbe lasciato irrisolti (vedi pp. 287-288). Pannella, ne conviene anche l’A., non aveva tutti i torti, anzi aveva molte ragioni. Sulle colonne del Corriere della Sera un grande psichiatra, direttore di manicomio, e intellettuale come Mario Tobino, pubblicava articoli pacati ma fermi contro le posizioni della psichiatria radicale e la chiusura del manicomi ragionando sulle difficoltà che gli stessi ricoverati avrebbero incontrato e che non sarebbero stati in grado di affrontare né, tanto meno, di risolvere (Foot, in realtà, dedica poco più di un cenno a Tobino). Ma quelle posizioni avevano il torto di non tenere conto della realtà, e cioè del fatto che in Parlamento la mediazione tra DC e PCI era inevitabile per qualunque progetto di legge (p. 288). E, in quel 1978, la mediazione rese possibile la “180”.

La Repubblica dei matti è un libro che si apprezza per la capacità di Foot di tenere assieme le molte sfaccettature e particolarità di queste decenni, ma soprattutto perché mantiene sempre, in tutto l’arco della narrazione un equilibrio prudente tra i vari aspetti, momenti e personalità. Si vedano, ad esempio le pagine in cui analizza e discute il concetto di “antipsichiatria”, un concetto di cui Foot rileva e mostra adeguatamente l’ambiguità: Basaglia e i basagliani non furono solo scelti come guida da molti operatori,culturali, del mestiere o attivisti che fossero, furono contrastati dall’opinione pubblica conservatrice, ma videro anche nascere posizioni alla loro “sinistra”, molto più estreme delle loro. Foot tratta questi aspetti con grande delicatezza, senza sbilanciarsi o lasciarsi andare a giudizi sommari o approssimativi (pp. 43 sgg). Oppure si vedano le pagine che ricostruiscono l’iter della legge 180 (pp. 285-294), dove si ritrova il medesimo equilibrio.

Il libro di Foot è un lavoro in cui il lettore avverte l’impegno e la fatica dell’Autore, costretto spesso ad utilizzare fonti di seconda mano per ricostruire passaggi e contesti. Ad esempio Foot segue percorso della dismissione del manicomio di Gorizia appoggiandosi a una pubblicazione interna del manicomio, “Il Picchio”, la rivista dei ricoverati. Scelta in parte obbligata perché, come spesso accade in Italia e soprattutto per enti istituzioni chiusi, parte della documentazione è andata dispersa.

Molto resta ancora da fare, da ricostruire; Foot lo ripete o lo lascia intendere spesso. Ma ci ha regalato una bussola affascinante, densa e bella davvero. Questo è un libro non dovrebbe mancare negli scaffali di chi voglia capire qualcosa di più, e da un’angolazione originale, sulla storia recente del nostro Paese.