Recensione. Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento

 

Per lungo tempo le città italiane sono state meta dei rampolli delle ricche famiglie di tutta Europa. Il “Gran Tour”, un viaggio per certi aspetti iniziatico alla vita adulta e per altri una forma di turismo culturale di ristrette élites non poteva trascurare un soggiorno nelle grandi città italiane. Del resto, le meraviglie del Rinascimento, il clima benevolo e il paesaggio erano un richiamo troppo allettante per non richiamare attenzione e curiosità.

Nelle loro peregrinazioni lungo la penisola studenti e viaggiatori si imbatterono anche nel mondo delle campagne. Le immagini che restituirono di quel mondo sono immagini oleografiche: paesaggi maestosi o dalla bellezza aspra e selvaggia, di quiete e pace, di lente tradizioni e di tranquilla serenità. In quelle descrizioni i contadini non compaiono, o se appaiono la loro immagine è trasfigurata, filtrata dalla sensibilità (e dai pregiudizi) di chi li ritrae: contadini robusti, dalla pelle abbronzata dal sole e dallo sguardo fiero; le loro donne prosperose, dritte, di una eleganza spartana.

Quel mondo non era così. A togliere il velo di accomodante ipocrisia su quel mondo infernale erano stati i medici, soprattutto i medici condotti. Il primo a guardare con uno sguardo rinnovato al mondo contadino era stato Ramazzini. Lo faceva abbandonando l’ottica dei proprietari, che riempie le pagine dei primi trattati di agronomia, per adottare quello dei contadini (e del medico partecipe delle loro sofferenze e dei loro malanni). Malanni dovuti alla durezza del lavoro, alle loro abitazioni insalubri, alle loro abitudini obbligate (lo starsene rinchiusi nelle stalle, assieme a bestie e letame, nelle lunghe serate invernali per cercare un po’ di caldo) e ad una alimentazione sempre insufficiente.

 “La medicina del lavoro concepita da Bernardino Ramazzini imponeva un radicale ripensamento della funzione del medico. Il quale scopriva cosí la necessità di individuare cure adeguate alla realtà del contesto dove operava il lavoratore, invece di affidarsi alle forme tradizionali di ricorso alla medicina. La medicina nuova scoperta dal medico modenese [...] teneva conto della condizione sociale e del mestiere del malato” (p. 17).

Aria infetta, acqua fetida, miseria: tre termini su cui lo sguardo del medico si fissa” (p. 12) e che diventeranno i componenti della triade igienista dei medici per avventurarsi in quel mondo sconosciuto. Contatto tutt’altro che semplice dato che i contadini diffidavano di loro: diffidenza che è indice di una delle tante fratture storiche del nostro Paese che per lunghissimo tempo ha visto le campagne divise dalle città, i cittadini guardare con disprezzo e repulsione i contadini e questi ultimi ricambiare con sorda e muta (ma per lunghissimo tempo impotente) ostilità lo schifato approccio dei primi.

È il perpetuarsi di una storia lunghissima: nelle cinque giornate di Milano i contadini erano intervenuti in massa, ma la borghesia cittadina, intimorita e spaventata dai possibili esiti repubblicani della rivolta, rifiutò il loro appoggio e li ricacciò nell’isolamento delle campagne (pp. 95-96). Più condiscendente, ma in concreto distante fu lo sguardo del prolifico, brillante, ma tutto sommato superficiale Paolo Mantegazza che guardava la vita tribolata dei contadini dalla finestra della sua bella casa di Milano (p. 174).

Fu l’avvento della statistica, come strumento scientifico – uno dei tanti prodotti della Rivoluzione francese – a consentire ai medici di studiare il mondo delle campagne. Nel discutere le numerosissime inchieste e topografie medico-sanitarie, Prosperi prende le mosse da quelle di Melchiorre Gioia e del Regno di Napoli. Gioia “vedeva nella conoscenza approfondita della maggior quantità possibile degli aspetti della società lo strumento per correggerne le storture e provvedere ai bisogni; [un’]idea […] figlia di una matrice illuministica e rivoluzionaria” (p. 30). Già nell’età napoleonica questa concezione appariva troppo radicale ma fissò comunque altri parametri cardine destinati a guidare le opere successive: la sporcizia (il “succidume”) che impregnava tuguri, vestiti e biancheria e la mancanza di acqua potabile, l’analfabetismo e la superstizione dei contadini.

Nell’Italia preunitaria c’è un altro protagonista che opera nelle campagne. Il medico condotto vi entra a fatica: le condotte non ricoprono tutti i comuni, in molte zone il medico non c’è: per partorire le donne si affidano all’esperienza empirica e ancestrale delle mammane. È il parroco che si prende cura dei bisogni dei contadini. Li conosce benissimo: di loro sa tutto, vuoi perché non di rado ne condivide la provenienza sociale, sia perché abita in mezzo a loro, e infine perché li ascolta in confessione. Anche se non sempre lo rispetta, il compito del parroco è quello di abituare i contadini alla obbedienza e alla sopportazione di una vita di privazioni. Egli è di fatto l’alleato del possidente che incatena i contadini alla loro miseria (anche se Prosperi, storico finissimo, non manca di rilevare significative anche se “minoritarie” eccezioni, pp. 98 e ssgg.).

Per un certo lasso di tempo medici e parroci sono alleati. Al parroco, fin dai tempi della Controriforma, è vietato prendersi cura fisicamente dei corpi – detto più prosaicamente, di curarli (p. 123). Per questa mansione ci sono i medici, i quali hanno però bisogno dei parroci per conoscerli e conquistarne la confidenza. Le cose cambiarono con l’unificazione del Paese. La classe dirigente, moderata ma laica e liberale, ridimensionò almeno in parte il ruolo dei parroci. Certo, le campagne rimasero a lungo il loro regno, e gran parte dei proprietari, anche se di sentimenti anticlericali, si guardò bene dal mettere in crisi l’alleanza coi parroci (p. 125). Tuttavia l’assetto del nuovo Stato incentrato sul fittissimo reticolo di Comuni e Province fece acquisire al ruolo dei medici maggiore importanza.

Ciò avvenne in primo luogo perché la nuova classe dirigente aveva bisogno di “conoscere” il Paese: dopo il periodo napoleonico, con l’unificazione la statistica conobbe una nuova giovinezza (p. 126 ssgg). La convinzione che la statistica fosse uno strumento indispensabile continuò naturalmente anche dopo la caduta di Bonaparte: “Nasceva da una grande fiducia nel progresso come inevitabile conseguenza della scienza applicata al governo delle masse umane” commenta Prosperi (p. 81). Ma con l’unificazione emerse in tutta la sua gravità il problema sanitario del nuovo Stato, e occorreva affrontarlo: in primo luogo quello della spaventosa mortalità infantile, ma anche quello dei cimiteri e della salubrità delle città, colpite ripetutamente da epidemie (colera, tifo ecc.). Un compito immane che i governi scaricarono sui Comuni con prevedibili risultati insoddisfacenti (p. 119).

Ma anche ai medici condotti vennero richieste una serie di mansioni spropositate: redarre statistiche, fornire dai ai ministeri, diffondere e spiegare “precetti igienici” non solo a contadini ma anche agli operai, convincerli a cambiare vitto, igiene personale e abitudini… un compito immane impartito sapendo bene che era impossibile da realizzare (pp. 194-95). Senza dire poi che quello del medico condotto era un mestiere faticoso e mal pagato: gli spostamenti per strade spesso in pessime condizioni e in condotte molto estese erano impegnative. Occorreva una fede da missionari per svolgerlo con la dovuta acribia; la convinzioni di svolgere un mestiere che faceva avanzare il progresso e con esso la soluzione dei problemi, anche se ancora lontana nel tempo. Molte delle topografie medico-sanitarie studiate da Prosperi lo dimostrano. Raccogliere dati, informazioni, denunciare la persistenza di superstizioni era un compito necessario per compilare una futura “carta igienica” della nazione: una mappatura delle condizioni igieniche del Paese. Sono Topografie importanti perché svelarono ipocrisie profonde e radicate. Ercole Ferrario denunciò il fatto che dopo l’unificazione le condizioni di lavoro, di salute e di vita dei contadini stavano peggiorando (p. 136) e si sarebbero aggravate sotto i colpi della grande crisi agraria che coinvolse l’Europa dalla metà degli anni Settanta: nella Valle Padana i patti agrari si inasprirono e i proprietari sostituirono il vecchio, placido paternalismo con le leggi ferree e spietate del profitto (pp. 139 e ssgg).

Il risultato più evidente di questo fenomeno fu il dilagare della pellagra, malattia devastante tanto per il corpo quanto per la psiche di coloro che ne venivano colpiti. E a venirne colpiti erano esclusivamente i più poveri tra i contadini – quasi sempre i braccianti (sui quali vedi p. 251 e ssgg). Su questa malattia di classe è stato scritto molto e la ricognizione di Prosperi è esaustiva. Dà conto dei dibattiti che si aprirono in conseguenza dell’estendersi della malattia: da un lato – come denunciò il medico lombardo Lodovico Balardini – era una malattia che debilitando allo stremo i contadini finiva per indebolire l’intera economia nazionale dal momento che l’Italia era ancora un Paese prevalentemente agricolo; dall’altro dell’affermarsi della teoria tossicozeista di Lombroso a scapito di quella carenzialista di altri medici. In altre parole prevalse la teoria secondo la quale la pellagra era provocata da un fungo che si formava sul mais mal conservato e quindi guasto, su quella che invece denunciava come causa il fatto che i pellagrosi mangiavano quasi esclusivamente polenta e mai o quasi mai carne. Da questo punto di vista l’autore condivide il fatto che lo Stato unitario scaricò il problema della pellagra – “prodotto di una proletarizzazione del mondo contadino nell’area padana” (p. 163) – sui manicomi e fece ben poco per migliorare la situazione, lasciando che la malattia dilagasse fino alle regioni centrali della penisola.

Non fu solo la pellagra ad acquisire una dimensione politica: l’adesione consapevole della stragrande maggioranza degli italiani all’unificazione fu quanto meno superficiale: il servizio di leva, ad esempio, era visto come un castigo che, togliendo braccia valide, metteva in crisi il bilancio famigliare (si veda p. 186 e ssgg). Anche il sovraccaricare di mansioni i Comuni e i medici condotti era una scelta politica. A scorrere queste vicende “risulta quanta falsa coscienza si avesse tra gli illuminati membri del governo intorno alla realtà sociale del Paese e quanto fosse pelosa la carità di quei paterni consigli inviati alle classi popolari per il tramite dei medici condotti” (p. 195). Di fatto in Italia si realizzò “una frattura consapevole e deliberata tra le leggi e la realtà del paese, tra l’orientamento dei governi e le necessità vitali della grande massa degli abitanti – una massa che fu di sudditi, non di cittadini” (p. 204).

Il groviglio di problemi futuri del Paese hanno qui la loro radice. I medici, fossero semplici condotti o grandi luminari e cattedratici, produssero una quantità impressionante di materiale che dimostrava chiaramente la necessità vitale per lo Stato di integrare quelle masse di esclusi. Anche i governi e i ministeri promossero inchieste, ma il risultato fu la dilazione dei problemi e il rifiuto di agire secondo i risultati prodotti. Fu così anche per l’Inchiesta Jacini e, soprattutto, per quella a cui tanto aveva lavorato Bertani.

Da quelle inchieste emergeva ancora una volta che la maggioranza del Paese sopravviveva in condizioni disperate: analfabeti, schiacciati dalle tasse, indebitati, poverissimi, che sopportavano tutto il peso del progresso e delle trasformazioni economiche del Paese, questo era il “volgo disperso”. Le relazioni delle inchieste di fine Ottocento sembrano restituire le stesse condizioni disperate di quelle di un Melchiorre Gioia a inizio secolo o di un De Renzi alla sua metà.

Ma i molti mondi delle campagne, apparentemente immobili e sempre uguali a se stessi, in realtà stavano cambiando. Il contatto continuato dei medici con quelle realtà di miseria assoluta li spingeva a maturare idee che li avvicinava ai partiti “estremi” fino al socialismo, e alle idee anarchiche e socialiste cominciarono a prestare orecchio larghe fasce di quegli stessi contadini. Non tutti. Verso la fine del secolo Sidney Sonnino, nonostante il luminoso insegnamento di Pasquale Villari del quale fu discepolo, continuava a sostenere che il modello mezzadrile toscano garantiva un benessere accettabile ai mezzadri e la pace sociale: parlava guardando i suoi mezzadri nonostante decenni prima un grande agronomo come Cosimo Ridolfi avesse avvertito che le cose non stavano in quei termini e che a rimetterci erano i contadini, non i padroni (p. 57). Semplicemente, le tensioni prodotte dalla mezzadria avevano bisogno di più tempo per maturare, ma sarebbero esplose.

I braccianti invece si mossero. Prosperi prende e illustra l’esempio della rivolta di Sanluri in Sardegna e de “La boje”, le agitazioni della Valle Padana. La reazione dello Stato fu identica e sempre la stessa: la repressione. Fossero i manicomi come nel caso dei pellagrosi, le truppe in quello del paese sardo o i tribunali e le condanne con quelle della Valle Padana, per le classi dirigenti post-unitarie i contadini evocavano un magma oscuro, temibile e pericoloso. Un corpo regredito, semi-bestiale, dormiente ma da non svegliare perché le prove che aveva dato (ultima la grande paura nel corso della Rivoluzione francese) erano state terrificanti. È questa la ragione di fondo, nonostante le infinite prove inoppugnabili prodotte dai medici, della sordità delle classi dirigenti.

Quel mondo, come lo ha descritto e raccontato Prosperi, avrebbe dovuto attendere la fine della seconda guerra mondiale per un primo riscatto, ma poi gran parte di esso sarebbe sparito nel volgere di pochi anni. Ed è un mondo che riappare oggi con i braccianti provenienti da tanti parti del mondo che lavorano nelle stesse condizioni disumane sopportate dai nostri nonni o bisnonni e che, proprio come faceva Mantegazza, vediamo ma non indaghiamo.

La partecipazione dell’autore al “volgo disperso” che descrive è costante, si dipana pagina dopo pagina lungo le tre parti che scansionano il testo e nei diciotto capitoli che lo compongono.

Ci sono due aspetti che da uno studioso come Prosperi mi sarei aspettato di vedere più approfonditi. Il primo riguarda l’incidenza del clima. Non mi riferisco ai miasmi ammorbanti delle zone acquitrinose, paludose e delle marcite: su questi aspetti e sulla malaria – l’A., si dilunga da par suo. Mi riferisco al susseguirsi di annate siccitose o eccessivamente piovose o alla frequenza di grandinate e altri fenomeni: i Comizi Agrari stilavano rapporti trimestrali su questi argomenti. Si tratta di fenomeni decisivi per la sussistenza dei contadini, privi come erano di qualunque forma di “copertura” al riguardo. In questo senso i contadini si arrangiavano come potevano: in una zona della Francia, ad esempio, i contadini impastavano il pane con farina di segale cornuta la quale ha effetti allucinogeni e può provocare la cancrena di parti del corpo. Quando una squadra di medici provenienti da Parigi accorre allarmatissima per spiegare ai contadini a quali rischi andassero incontro si sentirono ribattere che sapevano perfettamente quali fossero le conseguenze alle quali si esponevano ingerendo pane fatto con la segale cornuta. Ma quel pane aveva il potere di ingannare la fame: dava una sensazione di pienezza accentuata dall’ebrezza provocata dalle sostanze psicotrope presenti nella segale cornuta. E pur di non patir la fame era meglio perdere un pezzo di naso o un dito. Era semplicemente una questione di dosaggi (Madeleine Ferrière, Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo, Editori Riuniti)..

Riporto questo esempio perché l’A., sebbene conosca benissimo le opere di Piero Camporesi, dimentica di dire che gran parte di quel “volgo disperso” viveva in uno stato di alterazione semi-permanente. Riporta la presenza di commerci di carni clandestine, ma questo era solo un aspetto della questione. Un confronto tra le module informative stilate dai medici condotti per il ricovero dei pellagrosi e dei pazzi in manicomio e i “rimedi dell’arte” adottati all’interno dei manicomi stessi dimostra che il confine tra medicina popolare – della quale Prosperi tratta aspetti in modo magistrale – e medicina scientifica era quasi inesistente

Inoltre, la gravità e l’incidenza sulla vita dei contadini di una carestia – come quella del 1817 o del 1846-47 – non si esauriscono una volta cessata, ma legittimano, rafforzano e perpetuano tutto l’apparato assistenziale del clero e, in epoca post-unitaria, delle Opere Pie (in non pochi casi proprietarie di estensioni di terreno più ampie di quelle dei Comuni): gli archivi comunali rigurgitano di “suppliche” per elemosine, “cucine economiche” e una qualche forma di sostegno (e quindi di sostanziale dipendenza e sudditanza).

Prosperi è studioso troppo colto e attento per non conoscere l’importanza di questi fenomeni. La presenza del clero è costante e discussa mirabilmente per tutto il libro. Semplicemente si sarà reso conto che approfondirli avrebbe voluto dire scrivere più volumi o snaturare il filo rosso del libro. E probabilmente ha ragione.

Ho scritto molto, ma rispetto a quello che troverete in questo libro stupendo ho detto poco. Lasciatevi prendere da questa penna sensibilissima, pacata ma sicura e ferma nelle opinioni.

Buona lettura.

Una presentazione del libro con Marzio Barbagli, Maurizio Bertolotti e un lungo intervento dello stesso Prosperi è disponibile qui: Biblioteca delle Oblate: XXV LPND Prosperi


on di cittadini

Il ’68 lungo la Via Emilia

Il ’68 è stato un evento globale dalle molte sfaccettature. Molti sono (e sono stati) i modi in cui gli studiosi lo hanno affrontato o se ne stanno occupando.

Di quell’evento certo colpisce la simultaneità delle proteste e delle rivolte in Paesi diversissimi tra loro: dagli Stati Uniti al Giappone, dal Sud America ad alcuni Stati del blocco socialista quell’anno segnò una svolta decisiva per la storia dei Paesi che ne furono coinvolti.

Ma anche all’interno degli Stati stessi le diversità nei modi in cui la protesta si manifestò, organizzò e incise, sono diversi. Le grandi città, con le Università che funsero da propulsore, espressero scenari diversi da quelli che si verificarono in provincia.

La Via Emilia, naturalmente, fa capo a Bologna e ad altre città universitarie, ma attraversa e collega mondi integrati ma differenti: studiando il mandato di un decennio di un Sindaco di una cittadina romagnola mi è capitato di dover che in quella cittadina il ’68 non incise minimamente sulla robustissima tradizione comunista di quella città: lì la gran parte dei giovani continuò a mantenere come riferimento il PCI, non le esperienze del movimento studentesco che si stavano sviluppando nella vicina Bologna.

Ben venga dunque questo progetto realizzato dalla Rete degli Istituti storici della Resistenza emiliano-romagnoli e dal Centro Studi per la stagione dei movimenti di Parma, col sostegno della Regione Emilia-Romagna.

Inutile dilungarsi in una presentazione presente in modo analitico e dettagliato sul portale: vi si trovano i luoghi, archivi, video-interviste e altro ancora.

Perciò vi lascio navigare e scoprire in tranquillità: Il ’68 lungo la Via Emilia

Recensione: Mario Infelise. I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna

Mario Infelise è uno storico serio, scrupoloso e capace di accattivarsi il lettore con uno stile piano, colto ma non dotto e condendo la narrazione con fatti curiosi e divertenti.
Il suo I padroni dei libri è incentrato sullo scontro tra la Repubblica di Venezia e l’Inquisizione romana sul controllo dei libri (e quindi delle opinioni che dalla lettura si formano): più che uno scontro, Infelise ci mostra una lunga partita a scacchi (a volte alla luce del sole, più spesso occulta) tra di due poteri.

Infelise dedica molte pagine alla figura di Paolo Sarpi, l’ideologo principale della Repubblica di Venezia e uno dei primi a comprendere – non solo in Italia, ma in Europa – quelle che devono essere le responsabilità dello Stato e quelle che spettano alla Chiesa: a suo parere spetta allo Stato occuparsi dell’informazione e a controllarla; le opinioni dei sudditi sono linfa vitale per la stabilità dello Stato, perciò è fondamentale averne il controllo.

Ecco quindi l’animarsi della partita a scacchi tra i due poteri. Sarpi sostiene queste posizioni proprio nella prospettiva di contrastare il potere di controllo delle idee e delle opinioni da parte della Chiesa. Perciò ci sono libri sgraditi all’inquisizione ma che la Repubblica protegge e lascia pubblicare per convenienza (e anche per scendere a patti con la potente corporazione dei librai), e viceversa – libri di provenienza clericale bloccati dalla Repubblica. Nel mezzo, il primo incerto formarsi, i primi nuclei, di quella che si sarebbe chiamata più tardi “opinione pubblica”, con la consapevolezza – per niente rassicurante – che “le parole […] tirano seco eserciti armati”.

Verrebbe quasi da dire che questi primi nuclei in formazione di opinione pubblica si trovano al centro e ad essere oggetto di una partita che in quel periodo sembra essere più grande di loro. La chiesa fiuta immediatamente il pericolo destabilizzante dei libri scritti in volgare e quindi comprensibili non solo a fasce di popolazione molto più ampie rispetto a quelle capaci di leggere il latino. Non si tratta solo di fasce più ampie: a quell’epoca coloro che erano in grado di leggere il latino ricoprivano incarichi di potere o si trovavano in prossimità di esso: la letteratura in volgare è pericolosa perché raggiunge persone che non solo ne sono escluse, ma possono essere anche ostili ad esso.

Forse ho semplificato troppo perché in realtà i protagonisti sono tre. Tra lo Stato veneziano (il più potente degli stati italiani dell’epoca) e Roma c’è l’industria libraria. E questa per un certo periodo gioca un ruolo tutt’altro che secondario: fino al corpo di provvedimenti del 1559, che ne limitano fortemente gli spazi di manovra e la indeboliscono, gli stampatori-editori veneziani sono in grado di promuovere una letteratura di qualità e i profitti derivanti da una letteratura di qualità alimentano la produzione di altre opere di valore: fin quando questo circolo virtuoso funziona, autorità di stato ed ecclesiastici devono tenerne conto.

Non riassumo il testo, ci sono altre vicende che potrei riportare: dallo “scrittore maledetto” del tempo Pallavicino a Galileo. Le tralascio non perché non siano importanti, ma perché è bene lasciarvi un po’ di curiosità. Lo sfondo è dato dalla Controriforma, con la quale la Chiesa si appresta a fronteggiare l’eresia protestante e librai capaci di muoversi con naturalezza sui mercati di mezza Europa: troviamo librai-stampatori-avventurieri che nascondono libri tra altre merci, li fanno entrare o uscire dalla Laguna da altre vie e con altri mezzi – a volte affidandosi a bande di delinquenti –; vediamo stratagemmi per scivolare tra le maglie della censura (ecclesiastica ma anche di Stato) con frontespizi falsificati; troviamo spie ai confini della repubblica e personale stipendiato per dare informazioni sui testi. Vediamo il declino della stampa provocato dalla peste e la conseguente mobilità di coloro che confezionano i libri.
Ma soprattutto Infelise ci fa scoprire le infinite sottigliezze del potere per contrastare, indirizzare, promuovere o bloccare i libri: quando è opportuno reclamizzare un’opera e quando è meglio osteggiarla apertamente; quando conviene fare in modo che si “estingua” (anche bloccando i libri che la denigrano e, se necessario, portando alla rovina il libraio-stampatore) e quando è opportuno lasciar correre; quando è bene “mutilare” un libro e quando no.

A me I padroni dei libri interessa soprattutto per i molti percorsi che apre. In primo luogo, anche se i fatti che ci racconta Infelise sono vecchi di quattro-cinque secoli, ci sono alcuni aspetti che ci “parlano” del presente: in quel periodo si manifesta una prima forma di globalizzazione – almeno per quello che riguarda la stampa -: Venezia ha la più importante industria libraria del tempo; l’invenzione della stampa di Gutenberg ha ampliato enormemente i mercati (il risultato, quindi, di una decisiva e sconvolgente innovazione tecnologica); ci sono fiere internazionali importanti.

Come sempre gli storici studiano il passato per cercare risposte al presente. Va da sè che gli interrogativi che I padroni dei libri solleva riguardino l’oggi. La stampa e i modi di veicolare le notizie stanno cambiando radicalmente e velocità incredibile. Potenzialmente internet potrebbe essere un’arma potentissima per il formarsi di un’opinione pubblica informata, attenta e combattiva.

Senonché Infelise spiega bene la genesi di uno dei frutti avvelenati delle molte forme di censura e di controllo delle coscienze che hanno operato a lungo nella nostra storia. Vale a dire, “quello che è forse uno dei caratteri identitari di lunga durata degli italiani”: l’attitudine al conformismo, un macigno che blocca l’erompere di una società civile progressista e progredita.

I padroni dei libri è un’opera frutto di lungo lavoro precedente e di profonde meditazioni. Lo si capisce immediatamente dalla complessità del testo e dalla capacità sovrana dell’A. di guidare il lettore anche poco smaliziato come me (parla di un’epoca che conosco poco) con mano sicura tra il fitto bosco delle moltissime fonti utilizzate, degli avvenimenti, dei ragionamenti e delle sue conclusioni, sempre meditate e profonde. Il tutto svolto con uno stile piano, calmo, che garantisce una facile e piacevole lettura.

Lo raccomando (così come raccomando di collegare questo libro a quello di Darnton I censori all’opera e Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

Buona lettura