Riviste dei principali municipi italiani

Il periodo d’oro della statistica ha coinciso con i decenni della seconda metà dell’Ottocento quando, con l’affermarsi del positivismo, la cruda eloquenza dei numeri e delle cifre veniva considerata una prova sufficiente e determinante.

Si aprì a quell’epoca una tradizione che, come testimoniano le numerose riviste edite dai principali Comuni italiani nei primi decenni del Novecento, è stata usata sia come propaganda, ma anche come raccolta di dati importanti.

L’importanza della statistica ovviamente rimane centrale ancora oggi. Gli strumenti di analisi si sono affinati e le informazioni ricavabili dai volumi di statistica sono numerose e preziose.

Ancora una volta saccheggio la sezione periodici della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma garantisce la possibilità di fruire on line di centinaia di riviste di ogni genere.

Per quel che riguarda i municipi, al momento troviamo: Bologna rivista mensile del comune (1937-1939), Brescia rassegna mensile illustrata (dal 1928 al 1936), Catania rivista del Comune in due file (dal 1929 al 1935), Cesena rivista mensile del Comune (per i soli anni 1921-22), Como (dal 1930 al 1934), Firenze rassegna del Comune (dal 1933  al 1943), Genova rivista municipale (dal 1930 al 1943), Milano rivista mensile del Comune (dal 1933 al 1943), Napoli rivista municipale (dal 1932 al 1943), Padova rivista mensile dell’attività municipale e cittadina (1934-35 e 1939), Torino rivista mensile municipale (dal 1933 al 1942), Rivista mensile della città di Trieste (dal 1933 al 1939), Rivista mensile della città di Venezia (dal 1922 al 1930).

Insomma, una bella quantità di materiale per ricerche, approfondimenti o, perché no, anche solo cercare qualche vecchia immagine e curiosare un po’.

Buona navigazione.

 

Giornale di Storia. Un numero monografico su follia, psichiatria e manicomi

Come ormai avrete capito il tema della follia, della psichiatria e dei manicomi mi è particolarmente caro. Ritengo che la storia della medicina (e quindi anche quella della psichiatria) permetta di entrare nella storia per così dire “di traverso” – cioè di poter studiare la storia da un angolo visuale che consente di scoprire aspetti nascosti e inediti ma altrettanto importanti di quelli generali (politica, partiti, governi, economia ecc.).

Sono ben felice che la psichiatria e i manicomi siano tornati sotto la lente d’ingrandimento degli storici come testimonia il numero ormai abbondante di testi pubblicati negli anni recenti.

Naturalmente, visto che sono autore di una monografia sul manicomio di Imola, il mio discorso è di parte. Lo dimostrano, tra l’altro, i vari link che ho messo in altri articoli: dalla recensione del libro di Paolo GiovanniniRecensione: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918) (alla quale ne seguiranno altre il prima possibile), ad un portale, Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia e al sito dell’ASPI, ASPI – Archivio Storico della Psicologia Italiana, fino alle riviste (intese come fonti) disponibili on line, Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti).

Ora la possibilità di approfondire l’argomento si arricchisce col contributo del Giornale di Storia che de dedica un numero monografico a vari aspetti della follia. Riprendendo dalla presentazione,

La parte monografica si apre con il saggio di Gabriele Piretti: l’autore, con uno sguardo del tutto inedito, esamina l’evolversi della letteratura psichiatrica di metà Ottocento, che inaugurò un processo di riflessione critica nei confronti della santità cattolica, cogliendo nel misticismo religioso alcune forme di patologia.

Oscar Greco evidenzia come i manicomi meridionali, tra Unità d’Italia e Grande Guerra, divennero i luoghi ideali di segregazione di quegli individui non idonei, disordinati e non conformi al nuovo modello di identità nazionale che si andava via via definendo, contribuendo a rafforzare, soprattutto nel dibattito scientifico, «“l’irreversibile inferiorità biologica e morale” delle popolazioni del Sud».

La riflessione prosegue su un piano più attuale con le due interviste di Benedetto Fassanelli, l’una a Tommaso Losavio, responsabile della chiusura dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma, in cui si rievoca il contesto storico e culturale da cui scaturì l’idea di superamento dell’ospedale, quale luogo di reclusione, e la lenta de-istituzionalizzazione della realtà romana, che comportò una complessa opera di cambiamento e assestamento che coinvolse ricoverati, personale medico-sanitario, famiglie e società. Nella seconda intervista, Benedetto Fassanelli si confronta con Graziella Bastelli, infermiera all’Istituto di neuropsichiatria infantile dell’Università la Sapienza di Roma e Lorenzo Manni, volontario dell’associazione Grande Cocomero, prezioso spazio di incontro, ricerca e sperimentazione rivolto alla cura delle patologie psichiatriche dell’età evolutiva.

Le rubriche in connessione con la parte monografica, ospitano l’intervista di Leonardo Stefanelli al giornalista Alberto Gaino, autore del libro Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione e la testimonianza di Chiara Stella Aquino Benitez, psicologa e psicoterapeuta belga che, attraverso la rievocazione della sua esperienza professionale, riflette sulle ricadute del pensiero di Basaglia e della legge 180 sugli istituti psichiatrici in Belgio ai nostri giorni.

Nella rubrica “Contrappunto”, infine, pubblichiamo la recensione di Giancarlo Ferraris dal titolo Il gabinetto del dottor Caligari. Una storia di folli e di follia.

Non ci resta che andare a leggere: Prima e dopo Basaglia. Il trattamento del disagio psichico in Italia dalla seconda metà dell’Ottocento all’indomani della legge 180

Recensione: Paul Begg Jack lo squartatore. La vera storia

 

Personalmente diffido sempre dei libri che hanno per titolo: “storia vera”, la “vera storia”, “tutta la verità”, “quello che devi sapere” ecc. Gli storici non afferrano mai tutta la verità; la storia è un continuo avvicinamento alla verità, non di più. Perciò i titoli “urlati” suscitano in me una diffidenza istintiva.

In questo caso ho fatto un’eccezione sia perché il libro era in offerta, sia perché, prima di comprarlo, ho controllato le note a margine e ho capito che l’Autore era ben informato. È stata un’eccezione che ne è valsa la pena. Il libro di Begg, uno delle massime autorità sullo squartatore, è davvero ben concepito e ben scritto.

Nel primo dei 15 capitoli che compongono il libro, con rapidi centri concentrici l’A. traccia una sintetica ma efficace storia di Londra e porta il lettore al centro della scena: l’East End, la zona più povera, malfamata e pericolosa della Londra dell’epoca. Qui era possibile affittare una camera per soli 4 pence a notte – camere fatiscenti, con un mobilio approssimativo ed essenziale – ma si era nelle vicinanze delle strade più pericolose della città.

In epoca medievale l’East End non era affatto una zona malfamata. Cominciò a diventarlo nel Cinqucento quando la zona orientale divenne un insediamento per la fabbricazione di sostanze nocive e maleodoranti, facendo fuggire coloro che potevano permetterselo verso la parte occidentale della città e, per converso, attirando le fasce più povere della popolazione (p. 14). Avvenuta questa distinzione di massima, l’East End iniziò a sovrappopolarsi: i poveri sono prolifici: Spitalfields contava 15.000 abitanti nel 1740. “Un secolo dopo si stimava che contasse una popolazione di 74.000 persone” (p. 34).

Vie strette, buie, abitazioni fatiscenti, miseria dilagante. Paul Begg fa emergere un quadro tanto impressionante quanto desolante della precarietà esistenziale della massa di diseredati che popolano i bassi fondi: il lavoro è pesante, malpagato e precario; i rapporti umani sono duri e fragilissimi.

È questo lo scenario in cui si muove Jack lo squartatore.

Dove sono avvenuti gli omicidi di Jack lo Squartatore

Il merito di questo libro risiede nel fatto che Begg man mano che illustra i cinque omicidi dello squartatore apre e discute le questioni fondamentali della società del tempo: la prostituzione – quattro delle cinque vittime di Jack lo Squartatore sono prostitute – la disoccupazione, i problemi delle forze dell’ordine, la stampa, il pauperismo.

Ciò che trasformò Jack lo Squartatore in una figura immortale, oltre al fatto che riuscì a sfuggire alla giustizia, sta nel fatto che i suoi raccapriccianti delitti avvennero in un momento in cui i nodi che aggrovigliavano quella che sul continente era chiamata “questione sociale” erano sul punto di esplodere. In questo senso, come notava con mesta ironia George Bernard Shaw, Jack lo Squartatore funse da detonatore (p. 4).

Il problema della prostituzione scoperchiò situazioni incresciose che la pudibonda società vittoriana si era rifiutata fino a quel momento di voler vedere: bambine vendute da genitori disperati a ricchi senza scrupoli, tratta delle “bianche” con veri e propri commerci del sesso con i bordelli del Belgio e della Francia con tutto il corollario inevitabile di abbruttimento, disperazione e alcolismo. Era una situazione che attivò riformatori sociali: attorno al 1840 a Londra c’erano poco meno di 9.500 prostitute, diminuite a 8.600 a ridosso degli anni Sessanta (p. 96). Riformatori intelligenti, audaci e decisi (tra i quali alcune donne straordinarie) riuscirono a cassare la legislazione in materia repressiva e ipocrita richiamando l’interesse dell’opinione pubblica (sulla legislazione e sull’azione dei riformatori vedi pp. 96 ss., ma in generale tutto il capitolo 7).

A sua volta la ricettività dell’opinione pubblica fu resa possibile dall’incrociarsi di diversi fattori. Il primo, innegabile, è che la cronaca nera di per sé suscita curiosità molto più, poniamo, di un dibattito parlamentare, tanto più se lo sfondo è quello di quartieri dove un buon borghese timorato di dio non si avventurerebbe mai e poi mai.

Il secondo: dai primi anni Settanta con l’istituzione delle scuole pubbliche, l’analfabetismo aveva cominciato a diminuire in modo significativo anche tra i poveri.

Di conseguenza – terzo fattore – era nata una nuova forma di giornalismo. Il “nuovo giornalismo”, come venne chiamato, era profondamente diverso dal giornalismo aulico e intellettuale della stampa rivolta ai benestanti e a chi aveva interessi per il ristretto mondo della politica. Era un giornalismo popolare, sensazionalistico, facile e semplice da recepire. Se testate come “Pall Mall” si posero a metà strada tra i due generi, nacquero però testate popolari come “The Star” specificamente rivolte ad un pubblico popolare e di poche pretese. E in un contesto del genere le efferatezze di Jack lo Squartatore non potevano non calamitare l’attenzione generale e far impennare le vendite (Il “nuovo giornalismo cercava la notizia sensazionale e ne trovò più d’una; Jack lo squartatore le riassunse tutte in sè”, p. 195).

L’allargamento della sfera d’azione e di ricezione della stampa ne accrebbe il potere di influenzare la vita politica del Paese. Le forze dell’ordine, il ministero degli interni e quindi il governo furono sottoposti a forti pressioni. Un uomo si aggirava indisturbato nei fetidi bassifondi di Londra potendosi permettere di sbudellare a piacimento donne sventurate senza che la polizia riuscisse a tirar fuori un ragno da un buco. Begg propone osservazioni intelligenti sulle diverse idee del modo di gestire l’ordine pubblico che avevano diversi funzionari della polizia: se cioè puntare sulla dissuazione/prevenzione o, piuttosto, sulla repressione (con tutto il sottobosco di iniziative segrete più o meno invasive delle libertà personali dei cittadini) (vedi p. 68 e in generale il capitolo 5), ma anche sulla pericolosità di iniziative spontanee come la formazione di ronde (pp. 195 e ss.gg).

Rimane comunque il fatto che, indipendentemente dallo scontrarsi delle due opposte vedute col risultato di annullare a vicenda gli effetti, la polizia e il Ministero degli interni dimostrarono una straordinaria inettitudine. Questo vale sia per i problemi generali di ordine pubblico – come dimostrano i fatti della “domenica di sangue” del 18 novembre 1877, sia nei confronti di Jack lo squartatore.

Negli ultimi due capitoli Paul Begg discute con dovizia e acribia i principali indiziati e le ipotesi che si sono sviluppate successivamente, giungendo alla conclusione – a mio parere sensata – che non sappiamo chi fosse Jack lo squartatore “ed è improbabile che qualcuno lo scopra” (p. 262).

Come in ogni giallo che si rispetti il desiderio di scoprire l’identità dell’assassino è l’elemento che tiene incollato il lettore al libro. Paul Begg ha una penna leggera e conosce bene il mestiere: non è facile mantenere costante l’attenzione del lettore su un personaggio di cui sappiamo già parecchie cose. Begg ci riesce con la descrizione minuta e sempre vivida dei personaggi, degli avvenimenti e del contesto.

Ma – e questo è il mio parere personale e quindi discutibile – al di là dei saporiti articoli di giornale, delle memorie dei protagonisti, dello scavo negli archivi e delle curiosità che destano personaggi lugubri e misteriosi, l’importanza di questo libro sta altrove. In primo luogo il libro è un’ottima introduzione per approfondire la storia della città, un’epoca e i problemi che la travagliavano.

In secondo luogo offre spunti notevoli e validi per interpretare situazioni di crisi. Ho già accennato alla tentazione di formare delle ronde di vigilanza. Anche l’eventualità che la stampa disponga di informazioni riservate deve essere valutata con cautela: come garantire la libertà di stampa con la necessità delle forze dell’ordine di muoversi in sordina?

Ma il dato di fondo resta quello indicato da George Bernard Shaw: la borghesia – intesa come classe, non come personalità singole – apre gli occhi e si muove soltanto quando i problemi la investono. Fin quando Jack lo squartatore trucidava prostitute a Whitechapel e dintorni (cioè nei tuguri malfamati), il problema riguardava i poveracci, non i benestanti. Ma quando uscì da lì e massacrò una donna borghese allora vennero prese misure igienico-sanitarie per il risanamento di quei quartieri, ci si preoccupò delle condizioni delle prostitute, dell’alcolismo e dei poveri in generale.

Anche se ovviamente Jack lo squartatore non ebbe alcun “merito” in questo, a pensarci bene Paul Begg ha scritto un libro che va ben oltre la figura di un serial killer. Anche per questi motivi vale la pena di leggerlo.

PS: la letteratura su Jack lo squartatore è abbondante. Su internet si trova molto materiale. Mi limito a segnalare un sito davvero ben fatto: Jack the Ripper 1888

Recensione: Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.

“Che notizie ci sono?” era la prima domanda che in passato chiunque rivolgeva ai presenti quando arrivava in qualche località. Notizie, ma che cos’è precisamente una notizia? Una rivolta in qualche parte del regno per un re, prezzi in ribasso o in rialzo per un mercante, animali mostruosi che popolano luoghi esotici, un fattaccio di cronaca nera o un terremoto devastante per gli avventori di sconvenienti taverne e lupanari, la morte o l’esilio di un personaggio importante per un diplomatico… il termine “notizia” non si lascia facilmente incasellare.

Cercando una definizione accettabile Robert Darnton ha scritto che “le notizie non sono cose accadute […], bensì racconti su cose accadute”, ma allora, immediatamente, si pone il problema della veridicità e della affidabilità di questi racconti.

Ben oltre la fine del Medio Evo le notizie viaggiavano a voce, migrando di bocca in bocca: pellegrini in visita ai conventi e in giro per il mondo, marinai in sosta, “artisti” di strada, la varia congerie di mendicanti e poveracci… perfino la cultura alta delle prime università era prevalentemente orale.

Regnanti e potenti avevano bisogno di notizie certe: la trasmissione per via orale delle informazioni aumentava il rischio che queste venissero ingigantite e deformate se non stravolte. Proprio per questo motivo era la reputazione delle persone a dare credibilità alle informazioni (p. 5). C’era un secondo problema: dopo la disgregazione dell’Impero la mirabile rete stradale costruita dai Romani era caduta in sfacelo. Viaggiare era difficile, pericoloso e richiedeva molto tempo. Era un lusso che coloro che governavano il mondo o si trovavano ai gradini alti della società non poteva permettersi. Se occorrevano informazioni sicure, era necessario che arrivassero o venissero divulgate velocemente. Perciò quasi ogni regnante cercò di sviluppare le vie di comunicazione infittendo le reti stradali. Banchieri e mercanti si affidavano ad agenzie specializzate nel veicolare notizie. Roma, che oltre ad essere il faro della cristianità era anche uno dei maggiori centri di potere del mondo, si affidava ai membri della famiglia Tassis “una famiglia italiana specializzata nella comunicazione” (p. 24) che si sarebbe posta al servizio anche di altri. Banchieri come i Fugger e grossi mercanti si sarebbero costruiti reti di comunicazioni affidabili di natura quasi privata e, a volte non del tutto legale.

Da questo punto di vista la riorganizzazione di un sistema postale internazionale verificatosi nel XVII secolo è passato quasi sotto silenzio perché meno eclatante dei rivolgimenti politici o degli spettacolari progressi della rivoluzione industriale, ma si trattò dell’inizio “di una nuova era” (p. 207).

Nuova era perché accanto a questa sorta di “rivoluzione silenziosa” se ne verificò un’altra ben più appariscente: la Riforma, il “primo evento ripreso dai mezzi di informazione europei (p. 86) .

Se Lutero non finì arrostito come Jan Hus fu perché seppe profittare egregiamente dell’invenzione della stampa di Gutenberg: lo scrivere opuscoli in tedesco in formato più piccolo rispetto ai testi precedenti fece sì che i suoi sermoni venissero stampati e diffusi in quantità enormi rispetto al passato. Perciò per Roma fu impossibile fermare la marea una volta che questa si era messa in moto.

Tra Lutero e l’invenzione di Gutenberg vi fu uno scambio di favori decisamente conveniente per entrambi: la stampa permise al grande riformatore di salvare la pelle, Lutero rilanciò la stampa su larga scala: furono in parecchi gli stampatori che mantennero il lavoro grazie alla prolificità del monaco.

Gli opuscoli a sfondo religioso non erano gli unici presenti sul mercato del nord Europa. Vi era tutta una produzione di opuscoli e broadsheet riguardanti guerre, terremoti, inondazioni e fatti curiosi. Parte di questa produzione può essere considerata una forma di stampa sensazionalistica, ma, soprattutto negli Zeitung tedeschi, il loro stile restava sobrio: l’intento era quello di emulare lo stile serio e affidabile della corrispondenza privata per rassicurare il lettore sulla veridicità di quanto veniva riportato.

Opuscoli, broadsheets, ballate e pamphlet ampliavano il mercato verso le classi popolari. Il loro costo era contenuto e relativamente abbordabile per un gran numero di persone. Invece, per un certo tempo, il giornale ebbe una vita molto meno brillante: la concorrenza delle notizie manoscritte rimase forte e duratura. Occorse parecchio tempo prima che riuscissero a competere con la disposizione razionale degli eventi che si poteva trovare negli opuscoli: le notizie si accavallavano e non venivano fornite ai lettori le bussole per orientarsi nella lettura: nel parlare dell’arrivo a corte di una personalità, il fatto era raccontato in sè e per sè, nulla si sapeva su chi fosse costui e cosa fosse andato a fare di preciso

L’acquisto di opuscoli, broadsheets, avvisi, prezzari ecc. presupponeva un minimo di alfabetizzazione e di disponibilità economica. Lo sviluppo della stampa, certi aspetti della Riforma (dopo l’invenzione della stampa le indulgenze venivano vendute su moduli prestampai) e lo spostamento dei mercati e delle fiere più importanti dal Mediterraneo al Nord Europa indicano chiaramente la connessione tra economia e mercato delle notizie. Le classi popolari si informavano nei mercati cittadini, nelle taverne e nei dintorni del porto: in questi luoghi la cultura orale restò a lungo predominante. La borghesia, almeno nel caso dell’Inghilterra, trovava il proprio ambito di discussione nelle caffetterie (il thé sarebbe arrivato più tardi), luoghi di ritrovo a metà strada tra la ricreazione e lo svago e gli affari e ben fornite di bollettini, avvisi e giornali.

La formazione di un mercato editoriale è solo uno dei fenomeni che svelano l’intreccio tra economia e stampa. Una maggiore disponibilità di lettori creò la possibilità di veicolare pubblicità e incrementare gli introiti: abbonamenti e vendite, da soli, difficilmente consentivano agli stampatori di rimanere a galla. Da questo punto di vista i Paesi Bassi, con una nutrita concorrenza tra numerose testate, furono tra i più attivi (p. 234). Abbonamenti, vendite e pubblicità, ma anche sovvenzioni occulte. Fu questa la strada scelta dalla Francia e che per centocinquant’anni prima della Rivoluzione francese riuscì a impedire la formazione di un mercato veramente concorrenziale. La corte assoldò scrittori e poeti e finanziò un unico giornale autorizzato a trasmettere gli Avvisi.

La strategia di bloccare sul nascere la possibile proliferazione dei giornali ci dice qualcosa su un problema che si presentò ben presto. Un numero cospicuo di lettori implicava anche il formarsi dell’opinione pubblica. Era una faccenda i cui pericoli insiti un uomo intelligente come Palo Sarpi aveva ben presenti: i lettori si facevano idee proprie (p. 254, nota 67). Roma cercò di risolvere la questione con la creazione dell’Indice e con la censura, ma in generale Regnanti e potenti si trovarono di fronte al quesito: cosa pubblicare (o lasciare che venisse pubblicato) e cosa invece occultare?

Governanti e potenti godono di un vantaggio essenziale: hanno a disposizione una quantità di notizie molto superiore e qualitativamente più valide di quelle di cui dispongono i governati. In Inghilterra un paio di stampatori intelligenti mostrò chiaramente al governo quali fossero i vataggi di disporre di una stampa asservita(p. 245); naturalmente la questione poteva essere rovesciata per creare malcontento nella popolazione e fu ciò che il Parlamento, scontento, cercò di fare. Tranne nel caso in cui siano direttamente coinvolti, generalmente gli uomini d’affari detestano le guerre: le vie di comunicazione diventano difficili, l’arrivo di merci incerto, i prezzi oscillano ecc., ma per chi opera nel mondo dell’informazione le cose non stanno affatto così: la curiosità e la sete di notizie aumentano e gli affari possono andare a gonfie vele. Nell’Europa moderna, travagliata da conflitti intermittenti, si formò il giornalismo politico e si scoprì che non solo gli ingredienti da dover usare erano molti – censurare/pubblicizzare, rassicurare/spronare, blandire/minacciare ecc.) ma dovevano essere usati con sapienza.

I giornalisti – una professione per lungo tempo disprezzata – scoprirono ben presto il potere insito nella “libertà di stampa”. In Inghilterra un uomo spregiudicato e privo di scrupoli si faceva pagare profumatamente ricattando i politici di pubblicare notizie sconvenienti sul loro conto. Ma a consolidare la posizione dei giornalisti furono le rivoluzioni. In Francia la Rivoluzione fece letteralmente esplodere la produzione di opuscoli, pamphlet e giornali: diventare giornalisti in quel periodo poteva fruttare molto bene, ma era anche pericoloso: non pochi dei giornalisti-politici protagonisti della Rivoluzione ci rimisero la testa (nel vero senso della parola).

* * *

La periodizzazione del libro di Pettegree si chiude qui, con i primi vagiti della età contemporanea. L’A è stato capace di dipingere un quadro veramente affascinante e non di rado divertente: conventi, piazze, corti, taverne, porti, patiboli, mercati, cronaca nera, fenomeni strani, profezie, mercanti, locande… Pettegree ci guida con mano sicura nel turbolento e affascinante mondo dell’Europa dell’età moderna con un libro scritto con uno stile elegante, leggero e spumeggiante.

Se proprio vogliamo trovare dei limiti, allora potremmo dire due cose. La prima, che i tre assi portanti della narrazione – l’oralità, il manoscritto e la stampa – raramente “giocano” tra loro. Lungo la narrazione appaiono spesso come blocchi distinti e in qualche modo separati tra loro, mentre probabilmente le cose erano più complesse. Tutte e tre le forme di diffusione delle notizie coesistevano e probabilmente si intrecciavano e sovrapponevano. Forse una maggiore articolazione sarebbe stata necessaria anche all’interno di ogni blocco – una notizia udita come gossip può avere un effetto diverso dalla stessa notizia sentita da un gruppo di artisti di strada…

La seconda, che l’affermazione stessa di Pettegree secondo cui “è chiaro che molti cittadini, nonostante la proliferazione dei fogli di notizie liberamente venduti […] potevano liberamente trarre tutte le informazioni che volevano” (p. 427), non sempre era vera e stride un poco con il rilievo che la stampa viene ad assumere nel corso della trattazione.

Quelle che avanzo non sono nemmeno critiche, sono semplici osservazioni che potrebbero essere oggetto di un prossimo lavoro. Intanto godetevi questo libro davvero bello e intelligente il cui successo è meritato.

A ottant’anni dalle leggi razziali

«Se il fascismo è l’autobiografia della Nazione, l’indifferenza è la chiave di lettura per interpretarlo. […] È lo studio della storia l’antidoto alla barbarie, una disciplina molto speciale che ci insegna a non ricadere nell’errore».

Così Liliana Segre invita allo studio della storia proprio in un momento di grande difficoltà per gli storici. A ottant’anni dalle leggi razziali del regime fascista è opportuno fare il punto su quanto di affidabile e scientifico si può trovare sul web sull’argomento.

La rivista on line Giornale di Storia, dalla quale riprendo le parole della Segre, ha raccolto questo invito dedicando un numero monografico alle “leggi razziste antisemite dell’Italia fascista” con un’intervista alla stessa Liliana Segre, saggi di Simona Salustri e Tommaso Dell’Era. Giuseppe Lorentini e Claudio Brillanti si dedicano invece all’analisi storiografica. Se non altro perché tempo fa ho scritto un articolo sull’argomento (lo trovate qui: La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascisti),  invito a leggere il saggio di Lorentini che fa chiarezza sui campi fascisti. Buona lettura: Giornale di Storia. N° 28/2018 – 1938-2018: A OTTANT’ANNI DALLE LEGGI RAZZISTE ANTISEMITE DELL’ITALIA FASCISTA

ISTORETO

Un’altra iniziativa interessante sulle leggi razziali è quella realizzata dall’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Aldo Agosti” con una pagina espressamente nella quale sono raccolti “materiali e strumenti sul tema delle Leggi razziali” ed espressamente indirizzata “alle scuole primarie e secondarie di primo grado”.

Vi si trovano sottosezioni dedicate a Documenti Storici, Materiali ISTORETO, Archivi Scolastici, Unità didattiche e Altre Risorse on line. Queste ultime sono numerose.

Anche la rivista on line  Storicamente. Laboratorio di storia, ha dedicato un  articolato progetto sul tema delle leggi razziali pensato appositamente ha realizzato un “Percorso didattico e iconografico” indirizzato agli “studenti delle scuole medie inferiori e superiori”, corredato da un’ottima bibliografia di approfondimento: Le Leggi razziali e le immagini della propaganda. Percorso didattico iconografico.

Tra le altre tengo a segnalare un’altra iniziativa. La Biblioteca Braidense ha focalizzato la propria attenzione sulla propaganda selezionando un buon numero di articoli pubblicati sul “Corriere della Sera”. Come si legge nella presentazione,

Sono articoli di cronaca, prime pagine, commenti, articoli di cultura e di costume, che insieme danno un quadro di come le leggi razziali sono state emanate, preparando il terreno perché diventassero un provvedimento urgente e necessario.

Un aspetto tutt’altro che secondario che potete approfondire qui: Cronaca di un anno. 1938.

Per il momento mi fermo qui. Le iniziative sono numerose e non mancheranno le occasioni per parlarne ancora. Buona navigazione.

 

L’ultimo numero di Clionet

Tra le molte riviste create grazie a internet c’è anche Clionet. Molti di coloro che seguono questo blog la conosceranno, è attiva da tempo e l’avevo più volte segnalata anche quando questo blog era pubblicato da un’altra piattaforma.

Tuttavia, internet in generale, ma anche i vari gruppi di appassionati che si formano sui social, funzionano un po’ come i titoli di coda di un film: memorizziamo una notizia sicuri di non dimenticarla, poi questa viene sommersa da altre e ciò che eravamo assolutamente sicuri di ricordare è finito nel dimenticatoio.

Inoltre, i gruppi sui social ingrandiscono, arrivano nuovi iscritti i quali – come sempre succede – non ripercorrono certo a ritroso tutte le notizie pubblicate.

Per queste ragioni un aggiornamento di quando in quando è necessario. Ora Clionet ha messo in line i primi aggiornamenti del Volume 3 (2019) e ci regala un carnet molto ricco: si va dalla “quarta rivoluzione industriale” alla storia dello sport, dal rock americano alla biografia di una ricoverata in manicomio; dal mondo contadino all’archivio della CGIL e altro ancora.

Non vi resta che accomodarvi in poltrona e godervi l’ultima fatica di Clionet: Clionet vol 3 (2019).

PS: naturalmente Clionet verrà inserita nella pagina Emeroteca: Riviste di storia on line proprio per evitare i contrattempi di cui dicevo prima. Potrete recuperarla quando volete.

Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Alessandria. Periodici digitalizzati (1900-1950)

L’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Alessandria si sta rendendo protagonista di una ammirevole attività: rendere fruibile a tutti le proprie collezioni di giornali e periodici.

In un altro articolo ho già segnalato il Fondo Fedeli, una mirabile collezione di stampa anarchica e socialista di grande pregio e, per alcuni pezzi, di grande rarità: Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960.

Questa è la volta di un altro fondo che raggruppa periodici di partiti, movimenti e associazioni di categoria dal 1900 al 1950:

testate che per la loro rarità o, in qualche caso, unicità, sono fonti preziose che meritano ogni attenzione. Di particolare interesse sono i periodici clandestini e semiclandestini delle forze politiche antifasciste attive nella Resistenza: Il Risveglio, l’Azione Tortonese, Giustizia e Libertà e L’Italia Libera per il Partito d’Azione, La Fiamma per il Partito Socialista Italiano, Patria per la Democrazia Cristiana, L’Unità, L’Unità Proletaria, La Sveglia Comunista per il Partito Comunista Italiano, La Voce Libera per il Partito Liberale Italiano. Ad essi si aggiunge un prezioso numero dattiloscritto de Il Ribelle, organo della 4. Divisione partigiana Garibaldi “Pinan-Cichero”, un altrettanto raro numero di Ritornano, portavoce delle istanze degli ex Internati Militari Italiani e uno di L’Italia d’oggi. Organo ufficiale dell’Associazione Nazionale Combattenti. Per spostarci al periodo storico immediatamente precedente, di grande interesse sono anche i periodici legati al primo conflitto mondiale, sia perché organo di reparti del Regio Esercito, come La Ghirba (1918), sia in quanto espressione di associazioni di ex-combattenti, come Battaglie (1925).

Una collezione dunque, per sintetizzare, ricca di fonti importanti per la ricerca storica, che offrono un’ampia panoramica sui due conflitti mondiali e sul periodo tra le due guerre, con un focus particolare sulla realtà politico-culturale della provincia di Alessandria, una delle più attive nella Resistenza italiana.

Come per il Fondo Fedeli, anche in questo caso il materiale è consultabile su Internet Culturale a questo indirizzo: Periodici di partiti, movimenti, associazioni di categoria: 1900-1950.

Buona navigazione

Un network di storici. Il Cantiere Storico Filologico

Il mio blog è entrato a far parte del Cantiere Storico Filologico  un network che

raggruppa diverse iniziative scientifiche online ed open access promosse da storici, filologi ed italianisti, in prevalenza giovani e non strutturati, che hanno scelto di mettere insieme le proprie esperienze, coordinandosi tra loro e scambiandosi expertise e know how, nell’ottica di favorire lo sviluppo dei propri progetti digitali (che conservano naturalmente ciascuno la propria autonomia ed indipendenza) e renderli sempre più efficienti, nonché user friendly.

Tra [gli scopi del Cantiere Storico Filologico] c’è quello di far crescere e consolidare una “community” di storici modernisti e filologi moderni interessati a collaborare a progetti comuni, in particolare nel campo strategico delle Digital & Public Humanities.

 

Oltre a me potete trovare ERETICOPEDIA con le sue molteplici iniziative su eretici, Inquisizione e altro, Di storia, di storie, un blog incentrato prevalentemente sulla storia della Basilicata, Studiosus, “un carnet de recherche di critica letteraria, a cura di Francesca Favaro”.

Naturalmente, il Cantiere Storico Filologico è attivo sul web con pagina su Facebook, account su Twitter e ha attivato un proprio bloghttp://www.cantierestoricofilologico.it.

Cos’altro aggiungere? Lo Storico è venuto a trovarsi in ottima compagnia. Ringrazio i nuovi amici per avermi accolto tra le loro iniziative e vi invito a curiosare tra i vari progetti.

 

Le biblioteche italiane affiliate a Internet Archive

Internet Archive è diventato qualcosa di incredibile. Anche volendo limitarsi a presentare la sola parte riguardante libri, giornali e documenti, sarebbe necessario scrivere una breve monografia. Giusto per rendere l’idea di cosa stiamo parlando, vi sono attualmente 6.450 istituzioni affiliate da tutto il mondo: biblioteche, musei, enti di ricerca, collezioni di giornali, quotidiani, riviste, documenti governativi, diari, opere manoscritte. Tutto questo, al momento – ma le acquisizioni sono continue, praticamente quotidiane – vanno a comporre l’incredibile cifra di quasi 21.000.000 di documenti on line: gratuiti, liberamente consultabili, quasi tutti scaricabili.

Probabilmente un’occhiata al lavoro di questo ente no-profit rende meglio delle mie descrizioni. Perciò vi invito a guardare questo video (almeno dal minuto 6 e qualche secondo in avanti):

Con più di di tre milioni di visitatori al giorno da tutto il mondo è del tutto naturale che  Internet Archive sia diventato un polo d’attrazione pressoché irresistibile per biblioteche e istituzioni che, altrimenti, avrebbero una visibilità minima sul web.

Non a caso di questo mastodontico progetto ho parlato più volte in questo blog e certamente ne parlerò in futuro. Progetti di queste dimensioni dovrebbero far riflettere il mondo politico su come organizzare la presenza della nostra cultura nel web.

Ma se le nostre istituzioni sono attanagliate da un anacronistico e ingiustificabile ritardo, singole realtà si sono mosse e si stanno muovendo per mettersi al pari coi tempi. Lo hanno fatto Polo delle Biblioteche Umanistiche dell’Università degli Studi di Torino, l’Accademia di Medicina di Torino (che ho già presentato in un altro articolo Siti per la storia della medicina), la Biblioteca civica Berio di Genova, la Fondazione Casa Oriani di Ravenna che sta digitalizzando opere dantesche di inizio ‘900, l’Università di Padova e il Sistema Bibliotecario di Milano SBM. Un caso a parte è il progetto interno Testi italiani di filosofia, scienza e geografia che fa riferimento principalmente, ma non esclusivamente, alla Università di Trieste.

Questi esempi mi sembrano meritevoli perché, sebbene quasi tutti questi enti mantengano un proprio sito, si garantiscono la possibilità di essere visibili a un pubblico infinitamente più ampio di quanto potrebbero disporre con le sole proprie forze – il che risponde esattamente al compito delle biblioteche digitali.

Ben venga allora lo sviluppo di Internet Archive e delle sue affiliazioni. Vi lascio il gusto della scoperta: buona navigazione.