Riviste dei principali municipi italiani

Il periodo d’oro della statistica è coinciso con i decenni della seconda metà dell’Ottocento quando, con l’affermarsi del positivismo, la cruda eloquenza dei numeri e delle cifre veniva considerata una prova sufficiente e determinante.

Si aprì a quell’epoca una tradizione che, come testimoniano le numerose riviste edite dai principali Comuni italiani nei primi decenni del Novecento, è stata usata sia come propaganda, ma anche come raccolta di dati importanti.

L’importanza della statistica ovviamente rimane centrale ancora oggi. Gli strumenti di analisi si sono affinati e le informazioni ricavabili dai volumi di statistica sono numerose e preziose.

Ancora una volta saccheggio la sezione periodici della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma garantisce la possibilità di fruire on line di centinaia di riviste di ogni genere.

Per quel che riguarda i municipi, al momento troviamo: Bologna rivista mensile del comune (1937-1939), Brescia rassegna mensile illustrata (dal 1928 al 1936), Catania rivista del Comune in due file (dal 1929 al 1935), Cesena rivista mensile del Comune (per i soli anni 1921-22), Como (dal 1930 al 1934), Firenze rassegna del Comune (dal 1933 al 1943), Genova rivista municipale (dal 1930 al 1943), Milano rivista mensile del Comune (dal 1933 al 1943), Napoli rivista municipale (dal 1932 al 1943), Padova rivista mensile dell’attività municipale e cittadina (1934-35 e 1939), Torino rivista mensile municipale (dal 1933 al 1942), Rivista mensile della città di Trieste (dal 1933 al 1939), Rivista mensile della città di Venezia (dal 1922 al 1930).

Insomma, una bella quantità di materiale per ricerche, approfondimenti o, perché no, anche solo cercare qualche vecchia immagine e curiosare un po’.

Vedi anche: Riviste dei principali municipi italiani – II

Buona navigazione.

 

Giornale di Storia. Un numero monografico su follia, psichiatria e manicomi

Come ormai avrete capito il tema della follia, della psichiatria e dei manicomi mi è particolarmente caro. Ritengo che la storia della medicina (e quindi anche quella della psichiatria) permetta di entrare nella storia per così dire “di traverso” – cioè di poter studiare la storia da un angolo visuale che consente di scoprire aspetti nascosti e inediti ma altrettanto importanti di quelli generali (politica, partiti, governi, economia ecc.).

Sono ben felice che la psichiatria e i manicomi siano tornati sotto la lente d’ingrandimento degli storici come testimonia il numero ormai abbondante di testi pubblicati negli anni recenti.

Naturalmente, visto che sono autore di una monografia sul manicomio di Imola, il mio discorso è di parte. Lo dimostrano, tra l’altro, i vari link che ho messo in altri articoli: dalla recensione del libro di Paolo Giovannini, Recensione: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918) (alla quale ne seguiranno altre il prima possibile), ad un portale, Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia e al sito dell’ASPI, ASPI – Archivio Storico della Psicologia Italiana, fino alle riviste (intese come fonti) disponibili on line, Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti).

Ora la possibilità di approfondire l’argomento si arricchisce col contributo del Giornale di Storia che de dedica un numero monografico a vari aspetti della follia. Riprendendo dalla presentazione,

La parte monografica si apre con il saggio di Gabriele Piretti: l’autore, con uno sguardo del tutto inedito, esamina l’evolversi della letteratura psichiatrica di metà Ottocento, che inaugurò un processo di riflessione critica nei confronti della santità cattolica, cogliendo nel misticismo religioso alcune forme di patologia.

Oscar Greco evidenzia come i manicomi meridionali, tra Unità d’Italia e Grande Guerra, divennero i luoghi ideali di segregazione di quegli individui non idonei, disordinati e non conformi al nuovo modello di identità nazionale che si andava via via definendo, contribuendo a rafforzare, soprattutto nel dibattito scientifico, «“l’irreversibile inferiorità biologica e morale” delle popolazioni del Sud».

La riflessione prosegue su un piano più attuale con le due interviste di Benedetto Fassanelli, l’una a Tommaso Losavio, responsabile della chiusura dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma, in cui si rievoca il contesto storico e culturale da cui scaturì l’idea di superamento dell’ospedale, quale luogo di reclusione, e la lenta de-istituzionalizzazione della realtà romana, che comportò una complessa opera di cambiamento e assestamento che coinvolse ricoverati, personale medico-sanitario, famiglie e società. Nella seconda intervista, Benedetto Fassanelli si confronta con Graziella Bastelli, infermiera all’Istituto di neuropsichiatria infantile dell’Università la Sapienza di Roma e Lorenzo Manni, volontario dell’associazione Grande Cocomero, prezioso spazio di incontro, ricerca e sperimentazione rivolto alla cura delle patologie psichiatriche dell’età evolutiva.

Le rubriche in connessione con la parte monografica, ospitano l’intervista di Leonardo Stefanelli al giornalista Alberto Gaino, autore del libro Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione e la testimonianza di Chiara Stella Aquino Benitez, psicologa e psicoterapeuta belga che, attraverso la rievocazione della sua esperienza professionale, riflette sulle ricadute del pensiero di Basaglia e della legge 180 sugli istituti psichiatrici in Belgio ai nostri giorni.

Nella rubrica “Contrappunto”, infine, pubblichiamo la recensione di Giancarlo Ferraris dal titolo Il gabinetto del dottor Caligari. Una storia di folli e di follia.

Non ci resta che andare a leggere: Prima e dopo Basaglia. Il trattamento del disagio psichico in Italia dalla seconda metà dell’Ottocento all’indomani della legge 180

Recensione: Paul Begg Jack lo squartatore. La vera storia

 

Personalmente diffido sempre dei libri che hanno per titolo: “storia vera”, la “vera storia”, “tutta la verità”, “quello che devi sapere” ecc. Gli storici non afferrano mai tutta la verità; la storia è un continuo avvicinamento alla verità, non di più. Perciò i titoli “urlati” suscitano in me una diffidenza istintiva.

In questo caso ho fatto un’eccezione sia perché il libro era in offerta, sia perché, prima di comprarlo, ho controllato le note a margine e ho capito che l’Autore era ben informato. È stata un’eccezione che ne è valsa la pena. Il libro di Begg, uno delle massime autorità sullo squartatore, è davvero ben concepito e ben scritto.

Nel primo dei 15 capitoli che compongono il libro, con rapidi centri concentrici l’A. traccia una sintetica ma efficace storia di Londra e porta il lettore al centro della scena: l’East End, la zona più povera, malfamata e pericolosa della Londra dell’epoca. Qui era possibile affittare una camera per soli 4 pence a notte – camere fatiscenti, con un mobilio approssimativo ed essenziale – ma si era nelle vicinanze delle strade più pericolose della città.

In epoca medievale l’East End non era affatto una zona malfamata. Cominciò a diventarlo nel Cinqucento quando la zona orientale divenne un insediamento per la fabbricazione di sostanze nocive e maleodoranti, facendo fuggire coloro che potevano permetterselo verso la parte occidentale della città e, per converso, attirando le fasce più povere della popolazione (p. 14). Avvenuta questa distinzione di massima, l’East End iniziò a sovrappopolarsi: i poveri sono prolifici: Spitalfields contava 15.000 abitanti nel 1740. “Un secolo dopo si stimava che contasse una popolazione di 74.000 persone” (p. 34).

Vie strette, buie, abitazioni fatiscenti, miseria dilagante. Paul Begg fa emergere un quadro tanto impressionante quanto desolante della precarietà esistenziale della massa di diseredati che popolano i bassi fondi: il lavoro è pesante, malpagato e precario; i rapporti umani sono duri e fragilissimi.

È questo lo scenario in cui si muove Jack lo squartatore.

Dove sono avvenuti gli omicidi di Jack lo Squartatore

Il merito di questo libro risiede nel fatto che Begg man mano che illustra i cinque omicidi dello squartatore apre e discute le questioni fondamentali della società del tempo: la prostituzione – quattro delle cinque vittime di Jack lo Squartatore sono prostitute – la disoccupazione, i problemi delle forze dell’ordine, la stampa, il pauperismo.

Ciò che trasformò Jack lo Squartatore in una figura immortale, oltre al fatto che riuscì a sfuggire alla giustizia, sta nel fatto che i suoi raccapriccianti delitti avvennero in un momento in cui i nodi che aggrovigliavano quella che sul continente era chiamata “questione sociale” erano sul punto di esplodere. In questo senso, come notava con mesta ironia George Bernard Shaw, Jack lo Squartatore funse da detonatore (p. 4).

Il problema della prostituzione scoperchiò situazioni incresciose che la pudibonda società vittoriana si era rifiutata fino a quel momento di voler vedere: bambine vendute da genitori disperati a ricchi senza scrupoli, tratta delle “bianche” con veri e propri commerci del sesso con i bordelli del Belgio e della Francia con tutto il corollario inevitabile di abbruttimento, disperazione e alcolismo. Era una situazione che attivò riformatori sociali: attorno al 1840 a Londra c’erano poco meno di 9.500 prostitute, diminuite a 8.600 a ridosso degli anni Sessanta (p. 96). Riformatori intelligenti, audaci e decisi (tra i quali alcune donne straordinarie) riuscirono a cassare la legislazione in materia repressiva e ipocrita richiamando l’interesse dell’opinione pubblica (sulla legislazione e sull’azione dei riformatori vedi pp. 96 ss., ma in generale tutto il capitolo 7).

A sua volta la ricettività dell’opinione pubblica fu resa possibile dall’incrociarsi di diversi fattori. Il primo, innegabile, è che la cronaca nera di per sé suscita curiosità molto più, poniamo, di un dibattito parlamentare, tanto più se lo sfondo è quello di quartieri dove un buon borghese timorato di dio non si avventurerebbe mai e poi mai.

Il secondo: dai primi anni Settanta con l’istituzione delle scuole pubbliche, l’analfabetismo aveva cominciato a diminuire in modo significativo anche tra i poveri.

Di conseguenza – terzo fattore – era nata una nuova forma di giornalismo. Il “nuovo giornalismo”, come venne chiamato, era profondamente diverso dal giornalismo aulico e intellettuale della stampa rivolta ai benestanti e a chi aveva interessi per il ristretto mondo della politica. Era un giornalismo popolare, sensazionalistico, facile e semplice da recepire. Se testate come “Pall Mall” si posero a metà strada tra i due generi, nacquero però testate popolari come “The Star” specificamente rivolte ad un pubblico popolare e di poche pretese. E in un contesto del genere le efferatezze di Jack lo Squartatore non potevano non calamitare l’attenzione generale e far impennare le vendite (Il “nuovo giornalismo cercava la notizia sensazionale e ne trovò più d’una; Jack lo squartatore le riassunse tutte in sè”, p. 195).

L’allargamento della sfera d’azione e di ricezione della stampa ne accrebbe il potere di influenzare la vita politica del Paese. Le forze dell’ordine, il ministero degli interni e quindi il governo furono sottoposti a forti pressioni. Un uomo si aggirava indisturbato nei fetidi bassifondi di Londra potendosi permettere di sbudellare a piacimento donne sventurate senza che la polizia riuscisse a tirar fuori un ragno da un buco. Begg propone osservazioni intelligenti sulle diverse idee del modo di gestire l’ordine pubblico che avevano diversi funzionari della polizia: se cioè puntare sulla dissuazione/prevenzione o, piuttosto, sulla repressione (con tutto il sottobosco di iniziative segrete più o meno invasive delle libertà personali dei cittadini) (vedi p. 68 e in generale il capitolo 5), ma anche sulla pericolosità di iniziative spontanee come la formazione di ronde (pp. 195 e ss.gg).

Rimane comunque il fatto che, indipendentemente dallo scontrarsi delle due opposte vedute col risultato di annullare a vicenda gli effetti, la polizia e il Ministero degli interni dimostrarono una straordinaria inettitudine. Questo vale sia per i problemi generali di ordine pubblico – come dimostrano i fatti della “domenica di sangue” del 18 novembre 1877, sia nei confronti di Jack lo squartatore.

Negli ultimi due capitoli Paul Begg discute con dovizia e acribia i principali indiziati e le ipotesi che si sono sviluppate successivamente, giungendo alla conclusione – a mio parere sensata – che non sappiamo chi fosse Jack lo squartatore “ed è improbabile che qualcuno lo scopra” (p. 262).

Come in ogni giallo che si rispetti il desiderio di scoprire l’identità dell’assassino è l’elemento che tiene incollato il lettore al libro. Paul Begg ha una penna leggera e conosce bene il mestiere: non è facile mantenere costante l’attenzione del lettore su un personaggio di cui sappiamo già parecchie cose. Begg ci riesce con la descrizione minuta e sempre vivida dei personaggi, degli avvenimenti e del contesto.

Ma – e questo è il mio parere personale e quindi discutibile – al di là dei saporiti articoli di giornale, delle memorie dei protagonisti, dello scavo negli archivi e delle curiosità che destano personaggi lugubri e misteriosi, l’importanza di questo libro sta altrove. In primo luogo il libro è un’ottima introduzione per approfondire la storia della città, un’epoca e i problemi che la travagliavano.

In secondo luogo offre spunti notevoli e validi per interpretare situazioni di crisi. Ho già accennato alla tentazione di formare delle ronde di vigilanza. Anche l’eventualità che la stampa disponga di informazioni riservate deve essere valutata con cautela: come garantire la libertà di stampa con la necessità delle forze dell’ordine di muoversi in sordina?

Ma il dato di fondo resta quello indicato da George Bernard Shaw: la borghesia – intesa come classe, non come personalità singole – apre gli occhi e si muove soltanto quando i problemi la investono. Fin quando Jack lo squartatore trucidava prostitute a Whitechapel e dintorni (cioè nei tuguri malfamati), il problema riguardava i poveracci, non i benestanti. Ma quando uscì da lì e massacrò una donna borghese allora vennero prese misure igienico-sanitarie per il risanamento di quei quartieri, ci si preoccupò delle condizioni delle prostitute, dell’alcolismo e dei poveri in generale.

Anche se ovviamente Jack lo squartatore non ebbe alcun “merito” in questo, a pensarci bene Paul Begg ha scritto un libro che va ben oltre la figura di un serial killer. Anche per questi motivi vale la pena di leggerlo.

PS: la letteratura su Jack lo squartatore è abbondante. Su internet si trova molto materiale. Mi limito a segnalare un sito davvero ben fatto: Jack the Ripper 1888