Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare…

Negli ultimi anni l’attenzione degli storici si è intensificata: il cibo come cultura, come convivialità, le paure alimentari, come sintomo di disagi più profondi e altri aspetti ancora fanno del cibo, della tavola, delle ricette, della conservazione ecc. un mondo che riserva molte sorprese.

Per lungo tempo nel nostro Paese e per larghissime fasce della popolazione, mangiare ha coinciso col bisogno fisiologico di placare la fame. Anche in epoche in cui le carestie non erano più uno spettro che turbava la vita dei contadini e dei più poveri, in determinate circostanze la fame si ripresentava, come nel caso delle guerre.

Mangiare per vivere, dunque. Ecco quindi l’utilità di uno splendido portale dal titolo più che significativo: guerra inFame. In realtà questo portale ospita una quantità di saggi che vanno ben oltre la contingenza dei conflitti.

Il modo migliore per presentarlo è quello di lasciare la parola ai curatori:

GuerrainFame è un progetto dedicato ai temi dell’alimentazione in Italia, nel periodo che va dalle due guerre mondiali agli anni Ottanta del Novecento.

Le guerre mondiali sono il punto di partenza dell’analisi perché configurano scenari in cui l’approvvigionamento alimentare – militare e civile – attiene con forza a scelte di politica interna. Tendere all’autosufficienza, sanzionare gli scambi internazionali, affamare il nemico, rendere impossibile la sua vita quotidiana sono a tutti gli effetti strategie di guerra: gli Stati europei sono costretti a misure straordinarie di produzione, ammassi, requisizioni, razionamenti (in molti casi, una volta terminata la fase di emergenza si osserva il permanere di una pratica d’intervento già sperimentata e convertita a finalità di crescita). Tutto ciò ha un effetto potente non solo sulle economie di riferimento, ma anche sulla vita degli individui, chiamati a un impegno di cittadinanza e di patriottismo che passa anche attraverso ciò che si mette in tavola o si consuma.

Penuria e crescita, fame e abbondanza si avvicendano nel corso del Novecento quasi senza soluzione di continuità. La popolazione civile che ha sofferto la fame negli anni 1943-1945 si affaccia al dopoguerra con un desiderio di rimozione potente che passa anche attraverso il desiderio e il consumo di cibo. La storia d’Italia negli anni del boom economico è anche questo fare per la prima volta i conti – e a pochi anni dall’esperienza di una miseria indicibile – con una società del benessere entro cui la nazione si ritaglierà un proprio spazio nella produzione alimentare d’eccellenza. Fino a un presente in cui alcuni prodotti regionali italiani – molti di origine emiliano-romagnola – sono vere e proprie bandiere del Paese entro gli scenari globali.

Per mettere a fuoco questa complessa vicenda il portale – in continua espansione – è strutturato in tre macro-sezioni:

Nella sezione Cibi di guerra: 1915-1945 è possibile consultare materiali multimediali (filmati d’epoca, immagini) e documenti. Le risorse sono collocate in tre scenari cronologici che illustrano le strategie attraverso cui l’Italia ha affrontato i problemi dell’alimentazione nell’extra-ordinaria quotidianità dei due periodi bellici. Temi centrali sono la produzione del cibo, l’approvvigionamento della popolazione civile e dei soldati nei fronti di guerra, le politiche di razionamento e le strategie messe in atto per sopravvivere o, nei mesi immediatamente successivi ai trattati di pace, provare a ricominciare. Questioni attinenti, e capaci di ampliare l’analisi oltre i periodi bellici, riguardano le politiche di salvaguardia dei prodotti dell’economia nazionale e il loro impatto sui consumi. Le trasformazioni che la guerra comporta si proiettano, infatti, nelle fasi successive, mutando considerevolmente gli aspetti della vita quotidiana.

Nella sezione Cibo e pratiche alimentari nell’Emilia Romagna del Novecento la scala territoriale si restringe al contesto regionale, mentre si amplia la periodizzazione che abbraccia per intero il XX secolo. Da una linea del tempo si aprono approfondimenti dedicati a temi rilevanti su scala provinciale: si tratta di brevi schede, corredate da materiale multimediale, che permettono di inquadrare specificità territoriali legate alla produzione e al consumo alimentare.

La Mappa geo-storica-gastronomica permette un viaggio di approfondimento fra alcune specialità regionali: paste ripiene e salumi. Le fonti per la rilevazione del dato territoriale, calato nella storia del Novecento, sono le tre Guide Gastronomiche che il Touring Club Italiano ha pubblicato rispettivamente nel 1931, nel 1969 e nel 1984. La comparazione dei dati ha permesso di rappresentare uno spaccato geografico regionale di un certo numero di produzioni tipiche nell’arco di cinquant’anni: ogni voce permette di identificare, localizzare e cogliere diffusione e caratteristiche salienti del prodotto, così come il Touring Club Italiano l’ha rilevato e rappresentato. La particolare natura della fonte – attenta alla valorizzazione della risorsa agricola e del prodotto alimentare – permette di identificare le specialità come veri e propri oggetti storici, perfettamente calati nel tempo di riferimento, ma anche in evoluzione costante nel cinquantennio di riferimento.

Altre risorse aggiuntive sono: un Dizionario tematico, una sezione dedicata a Ricette e ricettari, uno spazio dedicato alle Attività didattiche sul tema cibo e una Bibliografia.

Per integrare le ricette e i ricettari di GuerrainFame con altre pubblicazioni ci si può rivolgere alla sezione Stampati e poi Libro Moderno della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che offre decine di opere sull’alimentazione. A semplice titolo di esempio troviamo:  Cucina in tempo di guerra : 250 ricette di cucina e vari consigli pratici per preparare una buona mensa.

Tuttavia, come ho accennato in apertura, il tema del cibo si presta a molti altri aspetti. Ecco allora titoli di cucina locale: Cucina triestina : metodo e ricettario pratico economicoLa cuciniera genovese, ossia La vera maniera di cucinare alla genovese ravioli, lasagne, tagliolini … oppure La cusinna de Milan : quatter ricett, quatter scherz, quatter penser; testi che insegnano buone maniere: L’arte di convitare spiegata al popolo (un popolo bambino e un po’ rozzo, evidentemente…) oppure testi che camminano a braccetto con la salute e la medicina: La cuoca medichessa: Dietetica e ricetteLa cucina degli stomachi deboli, ossia Pochi piatti non comuni, semplici, economici e di facile digestione : con alcune norme relative al buon governo delle vie digerenti e molti altri incentrati sulla conservazione degli alimenti, sulle buone maniere, sulla cucina vegetariana ecc.

Vi è venuta fame per caso?

Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia

Come ho accennato recensendo il bel libro di Paolo Giovannini Recensione: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918), la storia della psichiatria e delle istituzioni manicomiali sta conoscendo da più di un decennio un ritorno significativo ed importante.

Una prova ulteriore di questo rinnovato interesse, innervato ma metodologie di ricerca innovative e molteplici è il portale Carte da legare. Archivi della psichiatria in Italia, un

un progetto della Direzione generale archivi del Ministero dei beni e delle attività culturali nato per proporre una visione organica di tutela del patrimonio archivistico di queste istituzioni. Ancora negli anni Novanta del secolo scorso, tranne in poche situazioni virtuose, questo patrimonio era sostanzialmente trascurato e in molti luoghi correva un serio rischio di dispersione, quando non di distruzione. L’attenzione delle Soprintendenze archivistiche e le iniziative di alcune realtà che avevano accompagnato la dismissione delle strutture con la messa in sicurezza degli archivi hanno trovato nel progetto un luogo istituzionale di sintesi e di risorse economiche.

Un’operazione di recupero fondamentale che ha (in gran parte) evitato la dispersione di un materiale ricchissimo non solo per la ricostruzione della storia dei manicomi, ma anche, attraverso le molteplici fonti documentarie che ai manicomi venivano rivolte: statistiche, lettere dei ricoverati e dei famigliari, informazioni dei medici condotti, rapporti con le autorità statali periferiche (sottoprefetture, prefetture, comuni), Opere Pie, forze dell’ordine ecc. Gli archivi ospedalieri e manicomiali sono vere e proprie miniere di informazioni e di storia da riscoprire.

Carte da legare diventa quindi un punto di riferimento indispensabile che si rivolge non soltanto agli specialisti, ma anche ai semplici cittadini curiosi di approfondire una tematica dolente:

Gli ospedali psichiatrici hanno ospitato e prodotto sofferenza. Essa si è depositata nella memoria degli uomini e delle donne che ci sono passati attraverso ma anche in quella materiale: strutture architettoniche, archivi, biblioteche, collezioni, strumentari, suppellettili sanitarie. Tutto parla della particolare comunità di persone che ha popolato le “cittadelle della follia”, i ricoverati reclusi, innanzitutto, i medici e gli infermieri.

Della necessità di questa attenzione da parte di tutti (e, aggiungo, soprattutto da parte di chi, sbagliando, vorrebbe riaprire strutture tutto sommato simili), gli organizzatori di Carte da legare ne sono perfettamente consapevoli.

Tra le voci di approfondimento non mancano infatti rimandi alle Cartelle Cliniche, a Storie di vita, a Materiali e link, a Multimedia e Progetti Correlati. Si può allora confrontare il materiale qui raccolto con le relazioni  e gli scritti degli psichiatri contenuti nelle riviste che ho indicato in un articolo precedente: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti). Chi si inoltrerà nella lettura avrà modo di cominciare a misurare la distanza tra il modo in cui la psichiatria italiana presentava se stessa e la drammatica (e spesso sconvolgente) realtà.

Carte da legare è un progetto importante e meritevole di attenzione partecipe.

Buona navigazione: Carte da legare

Gran Tour e viaggiare in Italia

Il tema del viaggio è vastissimo e può essere affrontato e studiato da molte prospettive. Io stesso me ne sono occupato in un saggio, per un aspetto forse tra i meno noti: i viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864) https://independent.academia.edu/Banzola.

Le molteplici implicazioni inerenti al viaggio mi interessano e me ne occuperò a più riprese. Nell’attesa di avere tempo di recensire testi incentrati sul Gran Tour e sul viaggio in generale, inizio ad affrontare l’argomento segnalando due progetti molto interessanti e ben fatti.

Il primo riguarda una selezione di volumi del Fondo Tursi presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Si tratta di testi pubblicati dal Cinquecento alla fine dell’Ottocento. Siamo di fronte ad un.

itinerario storico e pittoresco in un’Italia vista attraverso gli occhi di viaggiatori stranieri, di volta in volta attratti e affascinati dalle sue bellezze artistiche e ambientali e al contempo capaci di coglierne i forti contrasti sociali: dalla descrizione del Lazio di Athanasius Kircher alle Lettere di Rabelais, dalle Observations sur l’Italie di Pierre-Jean Grosley alle lettere di Lady Mary Wortley Montague.
Il Fondo Tursi – che raccoglie 26.000 documenti, fra libri, opuscoli, stampe e raccolte di articoli – fu donato alla Biblioteca Marciana nel 1968 da Angiolo Tursi (Taranto 1885- Venezia 1977).

[…]
Nel Fondo si trovano resoconti di viaggio di autori stranieri –  [ma alcune per alcune opere è disponibile la traduzione in italiano] letterati, politici, artisti, storici dal XVI al XX secolo – opere di interesse storico documentaristico, raccolte di stampe, oltre ai testi letterari di quegli autori che maggiormente subirono il fascino della cultura e dell’ambientazione italiana nelle loro opere.

Questo fondo è confluito nella sezione nella sezione Viaggi e viaggiatori nel mondo della Biblioteca Beic: Biblioteche Digitali.

Il secondo progetto è uno splendido portare realizzato dalla Biblioteca Nazionale di Firenze Gran Tour. Strutturato in quattro grandi sezioni (Il Racconto, Le Fonti, Itinerari, Indici), a loro volta segmentati in varie sottosezioni che scompongono l’argomento per temi, autori, testi, periodici, mappe, città ecc. Tra l’altro, utilissima, è disponibile una vasta e aggiornata bibliografia di carattere storiografico.

Insomma, Venezia e Firenze ci regalano la possibilità di inoltrarci su uno degli aspetti più caratterizzanti, durevoli e affascinanti della vicenda umana: l’impulso ad andare a vedere le cose di questo mondo. Ora abbiamo la possibilità di vedere come lo faceva chi ci ha preceduto: godiamocela…

Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parte

Nel corso degli anni la Fondazione Feltrinelli è diventata uno degli enti di riferimento per gli studiosi e gli appassionati di storia. Grazie al web il suo portale ospita una molteplicità di temi, di progetti e di materiale che si dipana in diverse direzioni di ricerca e che risulta estremamente utile oltre che assai ricco.

In questa occasione intendo riferirmi in particolar modo ad uno dei primi progetti realizzati, la Biblioteca Digitale Fondazione Feltrinelli propone

Cinque percorsi guidati (Diventare NazioneEssere italianiFare gli italianiGli altri italianiCostruire la Nazione) facilitano l’accesso ai diversi linguaggi — politica, economia, letteratura, musica, teatro — e ai modi nei quali dall’inizio dell’Ottocento fino alla formazione dello stato unitario è nata l’idea di nazione italiana e come questa idea di nazione è stata riletta e declinata nel secondo Novecento dalla letteratura, dal cinema e dagli studi storici, che si sono misurati sui temi dell’identità nazionale e dello sviluppo economico, sociale e culturale del paese.

Presentarli tutti assieme diventerebbe troppo prolisso anche perché sono centinaia gli opuscoli e le fonti contenute nella Biblioteca Digitale Fondazione Feltrinelli.

D’altra parte, la scansione tematica facilita grandemente la possibilità di approfondire le tematiche che più interessano in lettore.

Nella prima sezione – Diventare Nazione – abbiamo a disposizione 85 testi con opere di Cavour, Pisacane, Pellico, Pisacane, Mazzini, Gioberti, D’Azeglio e altri ancora. Di notevole interesse anche le opere straniere, francesi e inglesi. Un corpo di opere, questo, che mette in primo piano le figure di spicco, più famose e studiate – per così dire i padri fondatori – del nostro Risorgimento, muovendo direttamente dai loro pensieri e dalle loro elaborazioni. Vi sono anche due opere storiografiche di Franco Della Peruta.

Naturalmente questa sezione può essere consultata autonomamente, collegata con le successive, ma anche integrata con le moltissime opere su e di questo periodo contenute nel fondo Opuscoli della Digiteca della Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma e, anche, sempre nella stessa Biblioteca, nel portale dedicato alla Repubblica Romana del 1849.

Buona navigazione nel nostro Risorgimento…

EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista

All’interno della Emeroteca Digitale Braidense è possibile selezionare il progetto EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista, realizzato in collaborazione con l’ INSMLI.

Nello specifico EPOCA

intende rendere progressivamente fruibili al pubblico i suoi fondi di stampa periodica politica e culturale a partire dagli anni Venti dello scorso secolo. In particolare il progetto comprende periodici e riviste di rara reperibilità usciti tra le due guerre, prodotti dall’emigrazione politica antifascista all’estero e da intellettuali o da organizzazioni politiche e sindacali antifasciste in Italia e stampa resistenziale, ma si estende anche a talune testate del ventennio e della RSI di particolare rilievo culturale.

Attualmente il progetto rende disponibili 11 testate, alcune delle quali redatte all’estero (New York, Zurigo, Boston, Parigi, Gèneve) e in lingua straniera (inglese e francese).

In attesa che EPOCA venga ampliato, godiamoci queste testate. Forniscono un bel materiale da consultare.

Il progetto EPOCA si affianca a si interseca con quello che ho presentato in un articolo precedente sulla stampa clandestina, Periodici e giornali digitalizzati Parte III.

Direi che dare un’occhiata a questo progetto  è un buon modo per festeggiare il 25 aprile. per Buona navigazione: EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista

Recensione: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista

Carl Ipsen
Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista
Il Mulino, 1997, pp. 393.

In questo libro Carl Ipsen studia un aspetto delle vicende del regime fascista, ma le sorprese che quest’opera ci regala sono molte. Ipsen entra nel fascismo da una posizione defilata, ma essendo la demografia e la statistica argomenti non solo centrali per gli stessi fascisti, ma correlati a molti altri, arriva al cuore del regime e apre diverse piste di approfondimento con congiunzioni puntuali e affidabili dal punto di vista metodologico.

Il libro infatti è frutto di un notevole lavoro di scavo archivistico presso l’Archivio Centrale dello Stato e di uno studio approfondito delle fonti secondarie e della bibliografia. Strutturato in cinque capitoli Ipsen intreccia argomenti e considerazioni lungo tutto il testo, ma mette il lettore in condizione di riprendere il filo di un discorso abbandonato in precedenza segnalando i rimandi.

La Grande Guerra, falcidiando le generazioni più giovani e produttive dei paesi che presero parte al conflitto, pose in primo piano il problema del declino demografico. In Francia questo tema aveva investito l’opinione pubblica già dopo la catastrofica guerra contro la Prussia nel 1870-71; in Gran Bretagna e in Germania si affacciò non molto più tardi.

L’Italia aveva il problema opposto. Dalla seconda metà dell’Ottocento “l’Italia divenne il maggior Paese esportatore di popolazione della storia” (pp. 38, 43); un fatto che aveva diviso la classe dirigente liberale tra favorevoli (in quanto l’emigrazione manteneva a livelli accettabili la conflittualità sociale e garantiva la disponibilità di manodopera a basso costo) e contrari (a partire erano le giovani generazioni e quindi, in prospettiva, vi era chi temeva un impoverimento del paese).

Nei decenni tra le due guerre le democrazie liberali non godevano di buona salute. Anzi, gli stati fascisti (e in una certa misura l’Unione Sovietica) prevedevano che avesse i giorni contati. Tutti gli stati totalitari hanno cercato di modificare in qualche modo la società dei paesi che dirigevano.

In questo senso la centralità e l’importanza che il fascismo riservò alla demografia e alla statistica spiega molto sui suoi intenti di “rimodellare economicamente e ideologicamente la società italiana” (p. 41). Ne sono dimostrazione concreta la creazione dell’OMNI nel 1925, dell’ISTAT nel 1926 (potenziato negli organici e adeguatamente finanziato rispetto all’Istituto precedente) e la promozione di una politica pronatalista annunciata da Mussolini col “Discorso dell’Ascensione” del 1927.

Creato nel 1926 l’ISTAT fu potenziato negli organici e nei fondi. Gli stati totalitari (il fascismo non riuscì mai a diventarlo ma era una sua aspirazione) necessitano maggiormente di dati statistici rispetto alle democrazie perché fungendo da grande “osservatorio” sulla vita del Paese essi consentono, almeno in teoria e in prospettiva, la possibilità “di gestire la popolazione”, e il fascismo era convinto di poter esercitare non soltanto forme di controllo, ma anche di influenzarne il comportamento della popolazione (p. 298). Non a caso l’ISTAT doveva rispondere della propria attività al Ministero degli Interni che ne fece uno strumento non soltanto di studio, ma di propaganda politica: Mussolini “vide nelle statistiche ufficiali un mezzo per […] ottenere i dati necessari per il controllo autoritario della società [e] un mezzo per formare una migliore coscienza nazionale” (p. 112).

La nascita dell’Opera Nazionale Materità e Infanzia (ONMI) riflette il tentativo del regime di far fronte alla mortalità infantile, che in Italia aveva percentuali molto più alte rispetto alle altre potenze europee, un fatto che poneva in imbarazzo il regime a livello internazionale (p. 95). In realtà, l’ONMI non fu una creazione fascista. Ipsen osserva giustamente che il regime in più occasioni riprese, ampliandole e ramificandole, iniziative già in atto durante il periodo liberale post-unitario. È il caso dell’assistenza all’infanzia abbandonata e al congedo e all’assicurazione di maternità (p. 49).

Tuttavia, nonostante l’imponente sforzo propagandistico, l’ONMI non fu adeguatamente sostenuta; i fondi a sua disposizione furono sempre al di sotto delle necessità reali, tanto più che il regime demandò all’ente un notevole numero di mansioni, non ultimo un controllo di tipo poliziesco nel contrasto all’aborto (pp. 98-100), proibito fin dal 1926 (ma gli aborti clandestini rimasero diffusi). In secondo luogo la sua funzione si confuse e/o venne a cozzare con quella di altri enti: Opere Pie e Brefotrofi, ad esempio ma non solo. In terzo luogo, l’ONMI riuscì ad avere una qualche incidenza concreta in realtà circoscritte: funzionò relativamente bene nelle regioni più ricche del Nord del Paese e in alcune città (ad esempio Roma), ma nell’Italia meridionale l’efficacia del suo intervento si rivelò modesto.

Infine, sebbene in qualche misura questo come altri enti possa essere considerato come un precursore dello stato sociale moderno, l’Autore mostra con dati convincenti che lo fu solo in parte: soprattutto nelle campagne – e cioè nel settore produttivo più importante – gran parte delle donne rimase a lungo scoperta dalla protezione sociale garantita alle partorienti che lavoravano in altri settori, oppure ne furono coinvolte con molto ritardo e con misure più ristrette.

D’altra parte, ONMI e politica pronatalista erano iniziative che non potevano non incontrare il consenso, se non il sostegno, delle gerarchie ecclesiastiche in quanto andavano incontro alla sua concezione di famiglia tradizionale (pp. 92-93). La concezione fascista della donna subordinata e dipendente dal marito capo famiglia combaciava perfettamente con quella di madre e custode del focolare domestico di matrice cattolica. Ma Ipsen smentisce questa immagine idilliaca: l’economia italiana aveva bisogno delle donne nelle fabbriche, negli uffici e nei campi, perciò la propaganda mascherava una situazione molto diversa da quella che gli statistici dimostravano dati alla mano.

Dall’apparente aridità dei numeri e delle cifre emergono, man mano che l’A si sofferma a illustrarli, spaccati significativi dell’Italia del tempo: mancanza di levatrici e personale adeguato nell’assistenza al parto, insufficienza delle strutture ospedaliere, ridimensionamento dei benefit elargiti dal regime. (Tutto questo, comunque, rivelato e mostrato puntualmente, non impedisce all’A. di riconoscere aspetti modernizzanti del regime).

Famiglia tradizionale e numerosa significava anche, nella propaganda di regime, famiglia contadina. Ufficialmente il fascismo fu nemico della vita cittadina, accusata di infiacchire fisico e volontà degli abitanti e di deprimere l’incremento demografico.

La “ruralizzazione” e le bonifiche furono esperimenti che andavano in questa direzione. Anche in questo caso i risultati furono generalmente al di sotto delle aspettative: se non mancano esperimenti che, sul lungo periodo e ben oltre la durata del fascismo, avrebbero dato buoni risultati (Ipsen ne segnala e ne illustra uno in Sardegna), negli altri casi, incluso l’Agro Pontino, fiore all’occhiello della “bonifica integrale”, nel migliore dei casi i risultati furono in chiaro-scuro se non fallimentari. Anche i tentativi di trattenere i flussi migratori interni verso le città – con una legislazione apposita – non incontrò grande successo.

Complessivamente le misure pronataliste messe in campo dal fascismo incisero parzialmente sulle abitudini sessuali e demografiche degli italiani: ciò dipese da un lato dalla scarsa attitudine degli italiani a esporre il proprio vissuto privato e la propria intimità; dall’altro dal fatto che sebbene le iniziative fossero numerose spesso si trattò di misure parziali e farraginose.

L’Autore mostra molto bene, a più riprese, accavallamenti di competenze tra i vari enti che si disputavano posizioni di potere nel fitto sottobosco di enti statali, parastatali, provinciali e comunali e non di rado lo stesso Mussolini dovette intervenire e mediare tra diverse esigenze e aspirazioni.

Piuttosto stranamente, vista l’importanza che Mussolini riservava al genere di studi e sebbene godessero di fondi cospicui, statistici e demografi emersero tardi, verso la fine degli anni Trenta, come personalità di primo piano nel regime, anche se Ipsen riconosce più volte che il regime migliorò sensibilmente l’organizzazione e l’affidabilità dell’ISTAT e dei rilevamenti statistici. Alla guida dell’ISTAT lavorarono uomini di valore: Gini forse sopra tutti, ma anche altri.

Politica pronatalista per un regime che aspirava a diventare una potenza imperialista significò se non il blocco, quanto meno la drastica riduzione dell’emigrazione. O meglio, il regime tentò di travasare la popolazione in esubero in Italia nell’Impero. Perciò da un lato demografia e statistica dovettero occuparsi del problema razziale, soprattutto dopo le leggi del 1938, ma dall’altro, anche rimanendo all’interno del proprio ambito di ricerca, l’A. mostra in modo molto chiaro la fragilità delle pretese espansioniste e della capacità di controllo del regime: molti censimenti nelle colonie furono rimandati, non effettuati e la raccolta di dati fu molto parziale.

In conclusione, alla prova decisiva della guerra gran parte delle aspirazioni del regime non si erano realizzate se non molto al di sotto delle aspettative.

Questo è un libro prezioso sia per la solidità dell’impianto documentario e interpretativo, sia perché apre un ventaglio di questioni fondamentali in varie direzioni: storia economica, storia sociale, storia della politica estera, storia del colonialismo, storia della propaganda ecc. Il lettore curioso può approfondire le varie diramazioni anche grazie a una corposa e puntuale bibliografia.

Purtroppo non è un libro facile da reperire in libreria. Bisogna setacciare quelle che commerciano anche l’usato. Ma d’altra parte le biblioteche esistono proprio per rimediare alla mancanza di ristampe. Ed è sempre un bell’andarci, no? Questo libro vi offre un motivo in più.

Una Biblioteca Digitale sulla Camorra

Il sito Cultura della legalità e Biblioteca Digitale sulla Camorra è un progetto che

 

si propone di realizzare la biblioteca digitale di testi e studi che contribuiscono alla formazione della cultura della legalità e della coscienza civile.
Ideato e diretto da Pasquale Sabbatino, il progetto è nato nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II,in sinergia con esperti e studiosi di altri settori (storia, cinema, musica, arti figurative), ed è stato finanziato dal Polo di Scienze Umane e Sociali dell’Ateneo federiciano (2009) e dalla Regione Campania (Assessorato all’Istruzione, Formazione e Lavoro) nell’ambito del Programma “Scuole aperte” .

Cultura della legalità e Biblioteca Digitale sulla Camorra si inserisce nel fiorire recente degli studi sul fenomeno delle varie “mafie”, compreso camorristico, e nell’attenzione mediatica sul fenomeno di tipo letterario, teatrale, di cronaca e mediatico.

La Biblioteca digitale sulla Camorra è articolata in varie sezioni, tutte interessanti e utili, ottimamente organizzate per approfondire il fenomeno. Particolarmente utili – oltre naturalmente la Biblioteca e la sezione Scaffale nella quale, tra le altre, figurano recensioni a opere di storici del calibro di Francesco Barbagallo e Francesco Benigno –  sono la sezione Percorsi linguistici, in quanto consente ai non specialisti di entrare e impossessarsi del linguaggio e del gergo camorristico vale a dire delle chiavi indispensabili per comprendere e studiare la camorra stessa, e quella Tra storia e cronaca, scansionata per periodi. Non mancano links ad altri progetti in rete.

Non ho presentato l’intero progetto e la ricchezza di informazioni che ci mette a disposizione. Vi lascio il gusto della scoperta: Cultura della legalità e Biblioteca Digitale sulla Camorra.

Biblioteche digitali nelle biblioteche universitarie

Le biblioteche digitali delle nostre università sono ormai numerose. Per questo articolo devo ringraziare Emanuele Catone che mi ha segnalato il notevole progetto che sta realizzando l’Università di Padova.

Si tratta del progetto PHAIDRA, che attualmente ci regala “400.000 oggetti digitali: immagini, documenti, libri, risorse per la didattica”. Il portale è suddiviso in oltre 30 sezioni che spaziano nei più diversi ambiti: dalla medicina ai manifesti della RSI, dalla biblioteche personali di eruditi a opere e stampe di botanica, da lettere di singoli a opere di architettura e altro ancora con progetti in collaborazione con Ca Foscari.

Mi limito a segnalarne alcuni. Molto interessante (ma io sono di parte, dato che mi occupo un po’ di questi argomenti), è L’evoluzione della psicologia a Padova: da Benussi a Metelli; di tutt’altro genere è la collezione de  I manifesti della Repubblica Sociale Italiana del Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; un’intera sezione è dedicata al Settecento a Padova, che testimonia il periodo di floridezza della città.

L’Università di Padova ci offre dunque un ricchissimo portale che ci propone materiale antico, moderno e contemporaneo e che potrebbe diventare un esempio da seguire da altre biblioteche digitali.

Anche la Biblioteca Universitaria di Bologna presenta un’interessante biblioteca digitale. Oltre alle opere di Giulio Cesare Croce e Ulisse Aldrovandi, vi sono 450 opere arabe antiche e altri progetti.

Inoltre, interessante è la sezione Periodici con giornali, riviste e numeri unici prevalentemente ottocenteschi e novecenteschi (ci sono anche alcune testate del movimento studentesco).

In un articolo precedente ho presentato alcuni la digitalizzazioni di giornali e periodici di moda Donne. Riviste storiche, di storiografia, portali. Anche la sezione dei periodici della BUB ne regala un buon numero.

Buona navigazione.

Fonti per la storia della peste

Non molto tempo fa ho recensito un libro sulla peste in Europa: Recensione: William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa. Ho spulciato un po’ qui e là per cercare qualche fonte.

Anche se, ovviamente, un fenomeno traumatico come la peste ha prodotto una vastissima letteratura, qui mi limito a segnalare le fonti in Italiano. Quelle in latino, francese e inglese sono numerosissime.

Internet Archive ci regala 45 testi. Il più antico è del 1494: In comincia el dignissimo Fasiculo de medicina in volgare el quale tracta de tute le infirmitate del corpo humano & de la anotomia de quello : & multi altri tractati composti p[er] diuersi excelentissimi doctori con auctorita e testi prouadi : & prima la exposition del colore delle vrine e iudicio de quelle. Il più recente è del 1898: La peste bubbonica in Parma nell’anno 1630.

Numerose opere in italiano si trovano tra le 392 presenti in Biu-Santé. Interessante e istruttiva è la stampa titolata La peste bubbonica in Parma nell’anno 1630 appartenente alla Wellcome Library (affiliata a Internet Archive).

Altri 5 testi si possono leggere e scaricare in pdf. su MDZ, una delle più ricche biblioteche digitali europee con sede in Germania, mentre 29 sono rintracciabili su BEIC.

Tutto sommato si tratta di un complesso più che sufficiente per approfondire l’argomento.

Buona lettura

Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati

Anche la Fondazione Gramsci Emilia Romagna ha digitalizzato una corposa collezione di opuscoli socialisti pubblicati nel corso della prima guerra mondiale.

Probabilmente l’iniziativa si inserisce tra le moltissime che sono state approntate e svolte durante il lungo centenario della Grande Guerra. Abbiamo visto in un altro articolo che la Fondazione Gramsci di Roma ha messo a disposizione del pubblico oltre 250 opere relative alla produzione del Partito socialista: Prima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro.

Il percorso scelto dalla Fondazione Gramsci Emilia Romagna si innesta  sulla stessa produzione. Nello specifico, il fondo digitalizzato si suddivide in cinque sezioni che seguono il decorso della prima guerra mondiale sia in senso cronologico, che tematico (un buon numero di opuscoli riguardano Caporetto e le sue conseguenze).

La collezione della Fondazione bolognese va quindi ad affiancarsi alla consorella romana, ma anche al fondo digitalizzato dalla Biblioteca Gino Bianco – Giornali Riviste Opuscoli.

Quello relativo alla Prima Guerra mondiale è solo uno dei fondi digitalizzati dalla Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Gli altri li vedremo un poco alla volta.

Intanto godetevi queste pubblicazioni in formato pdf. che potete scaricare e stampare a piacere: Prima guerra mondiale – Opuscoli socialisti.