Recensione: William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa

Un libro sulla peste che è bene rileggere oggi.

Può sembrare piuttosto curioso che per cercare di capire il periodo che stiamo vivendo possa essere utile leggere un libro sulla peste in Europa.

In realtà non è così. Lo spunto per informarmi un po’ meglio sulle epidemie mi è stato offerto da una conferenza di Adriano Prosperi nella quale, in chiusura, disse una cosa che mi ha colpito – e cioè che “nei momenti di forte tensione i Paesi svelano ciò che li caratterizza nel profondo”. Naturalmente il concetto di longue durée di Braudel lo conoscevo fin dai tempi dell’università, ma l’idea di verificare cosa possano dirmi fenomeni di forte tensione come quelli scatenati dalle epidemie sui giorni nostri mi ha affascinato, e devo dire che le sorprese sono state molte.

Quando si affronta un argomento di cui si sa poco è sempre bene cominciare dai classici o da ricognizioni generali. Non so se questo libro di Naphy e Spicer sia un classico, ma sicuramente è una buona ricognizione dei fatti e delle interpretazioni.

Snodata in otto capitoli con una scrittura agile e sempre comprensibile, La peste in Europa è una lettura piacevole e interessante. Cos’è che rese l’epidemia di peste del 1347 una “cicatrice permanente sulla psiche degli europei occidentali”? (p. 141). Altre malattie, manifestatesi in forma epidemica, prima di allora avevano devastato l’Europa e decimato la popolazione. La differenza principale rispetto ad altre malattie consistette nel fatto che la peste era una malattia “nuova” (pp. 7 e 135). Le culture precedenti, ovviamente, avevano descritto malattie ed epidemie, ma questa attaccava e uccideva persone sane, non già debilitate per qualche altra ragione (p. 35).

La cultura classica non era di aiuto per la comprensione del fenomeno. Gli europei la intesero come una terrificante punizione divina e come il prodotto mortale di miasmi, cioè da un “avvelenamento dell’aria” che alterando gli umori corporei facevano ammalare gli uomini e che, circolando, poteva infettare non solo le persone ma anche le cose (i vestiti ad esempio).

Di qui nasceva la convinzione errata, ma tenacissima, che la peste non fosse contagiosa. Scartata questa ipotesi, per sfuggire alla peste, agli uomini non restava che fare tre cose: pentirsi, dato che la peste era un castigo divino, fuggire il più lontano possibile o, per quelli che restavano, purificare l’aria e gli ambienti.

Fuggire lontano in zone non infestate era naturalmente il modo più sicuro per sopravvivere. Ma quelli che potevano fuggire erano pochi: erano i ricchi. Agli altri toccava restare.

Si può partire da questo spartiacque tra privilegiati e non per entrare nel vivo del libro. Gli autori non danno molto credito alla forbice malthusiana che attanagliava il mondo prima della Rivoluzione industriale: l’equilibrio tra risorse disponibili e popolazione veniva irrimediabilmente compromesso dalla crescita demografica. Quando la popolazione eccedeva eccessivamente la disponibilità di risorse, la natura ripristinava l’equilibrio intervenendo con epidemie, carestie o guerre. A quel punto, con la popolazione fortemente diminuita, il ciclo poteva ricominciare: questa, in modo succinto, la tesi di Malthus. Gli Autori ritengono che l’economia dell’epoca fosse in grado di mantenere la popolazione esistente.

Che la crescita demografica fosse giunta al suo apice o meno, resta il fatto che la peste provocò una serie di mutamenti strutturali in Europa sia dal punto di vista economico, sia sociale, sia nella mentalità. Tanto più che la “peste nera” del 1347 fu una prima ondata. Da quel momento, fino al 1500 la peste si ripresentò con una cadenza di 6-12 anni; poi ogni 10-20 anni.

La morte di circa un terzo della popolazione europea ebbe ovvie ripercussioni nell’economia. In una società nella quale il progresso tecnologico era ancora modesto, ciò significò un impoverimento della produzione agricola, una drastica diminuzione dei commerci e di attività: semplicemente, molte industrie e attività avrebbero cessato di funzionare a causa della drastica diminuzione della manodopera nel volgere di pochi mesi.

Tuttavia, se coloro che potevano permetterselo fuggivano lontano e in zone che ritenevano più sicure, vi era anche chi restava per libera scelta: per il variegato mondo dell’artigianato, ad esempio, la peste portò un arricchimento dovuto alla minore concorrenza. Non solo: determinate professioni avrebbero richiesto un costante numero di lavoratori: i medici, ovviamente, dato che non pochi di loro morivano a contatto con gli appestati; i notai, per quelli in fin di vita che volevano andarsene con le cose in regola; i becchini, per ovvie ragioni. Quindi, nonostante i vari tentativi di rallentarne lo sviluppo, sul lungo periodo, peste significò anche “maggiori opportunità e una maggiore mobilità”.

In una società che contava 75/80 milioni di abitanti sul finire del Duecento e se ne ritrovò 20/40 nel 1430 (p. 34), gli impatti e le ripercussioni di un’epidemia così devastanti incisero anche per altri aspetti. La morte repentina di migliaia, decine di migliaia di persone che mettevano in ginocchio città e intere zone, favorì l’irrobustirsi della presenza dello Stato nella vita dei cittadini: le sepolture nelle fosse comuni andavano organizzate, così come doveva essere organizzato il soccorso agli infettati, fossero essi rinchiusi nei lazzaretti o forzatamente sigillati in casa; l’approvvigionamento alimentare e di merci delle città doveva pur continuare e la manodopera deceduta sostituita; dal momento che si riteneva che la peste fosse dovuta a miasmi che corrompevano l’aria, le città dovevano essere ripulite.

La peste a Londra nel 1665. Fumigazioni per purificare l’aria.

L’intervento dello Stato e delle autorità

I cittadini sperimentarono, forse come mai prima, l’ingerenza dello Stato e delle autorità politiche cittadine nella loro vita: il soccorso a coloro che non potevano lavorare, a lazzaretti e ospedali costava caro. In genere per le spese di questo genere ci si affidò alla carità privata, che di norma dimostrò grande solidarietà (gli autori riportano il caso di Pistoia, di Londra e di Marsiglia. A Pistoia il 45 per cento del denaro speso durante l’epidemia arrivò dalla beneficenza pubblica, p. 79), ma fiumi di denaro erano necessari per far fronte a commerci rallentati (le navi ferme in quarantena), pagare specialisti (alcuni medici richiesero grosse somme per prestare servizio. Nella epidemia di Marsiglia del 1720 un medico richiese 6.000 lire al mese e successivamente 1.000 lire di pensione annua per sè, sua moglie e i figli, p. 129) e mantenere quei lavoratori ai quali le autorità limitavano le attività (macellai, conciatori, pescatori e tutti coloro che svolgevano mestieri insalubri che emanavano cattivo odore). In pratica, il carico fiscale su coloro che rimasero aumentò.

Non basta: la difficoltà nei rifornimenti e la mancanza di merci potevano innescare turbolenze nella popolazione, molto temute dalle autorità. Città e Stati dovettero organizzare sistemi di vigilanza molto articolati per impedire di uscire a coloro che erano stati relegati in casa (una soluzione particolarmente usata in Italia), per evitare assembramenti che avrebbero facilitato il diffondersi del contagio e facilitato sommosse, per contrastare atti di sciacallaggio e disordini, per approntare cordoni sanitari affinché la popolazione sana non fuggisse lasciando vuote le città e forestieri non vi entrassero.

Stati e città-stato furono dunque costretti a implementare una serie di misure più o meno coercitive alla popolazione (e in questo le città-stato furono molto più efficienti dei grandi stati monarchici come Francia e Inghilterra): un medico palermitano riassunse molto bene tutto questo inventando il motto: “oro fuoco e forca” intendo: soldi per non far tracollare la vita cittadina, fuoco per distruggere gli oggetti contaminati, e la forca per ricordare cosa sarebbe capitato a chi disobbediva agli ordini (p. 65). L’accenno alla forca dimostra che quell’insieme di misure erano mal sopportate dalla popolazione, tanto più che autorità cittadine e medici non riuscivano ad arrestare l’epidemia.

Non era difficile accusare le autorità e i medici di inefficienza: la gente continuava a morire a frotte. Entrambi erano gelosi delle proprie prerogative ed entrambe vedevano nella epidemia una opportunità per irrobustire i consolidare il proprio potere. In più, come nel caso di Londra ma anche in altri, funzionari, medici e religiosi abbandonarono in fretta e furia la città, lasciando i cittadini in balia della peste.

In realtà, c’era bene poco da fare. La medicina era disarmata di fronte al flagello. Partendo dal presupposto errato che la peste fosse provocata da miasmi e non fosse contagiosa, non poteva fare altro che offrire consigli di prevenzione piuttosto che di cura: gli abiti e le cose degli infetti dovevano essere bruciati, fumigazioni nelle strade e nelle case, gli appestati morti ricoperti di calce viva e le loro case ripulite a fondo. Nei lazzaretti e negli ospedali, veri e propri gironi infernali, la gente moriva in massa.

Le reazioni popolari – I cambiamenti nella mentalità.

Di fronte a un fenomeno di queste dimensioni e con l’impotenza palese nel contrastarlo le reazioni della gente comune furono molteplici. Potevano oscillare dallo sperperare e nel godersi i (pochi) giorni che restavano da vivere di fronte a una morte certa, come dal rinchiudersi in conventi a meditare sui peccati dell’uomo e del mondo che, avendo scatenato l’ira divina, ora si ritrovavano nel mezzo di una punizione più che esemplare.

Tra questi due estremi, vivere col pericolo concreto e quotidiano di lasciarci le penne ogni giorno, con più tasse imposte da persone che anziché assumersi le proprie responsabilità era scappata non appena si era capito che la situazione volgeva al peggio oppure, nel caso fossero rimaste, avevano imposto regolamenti draconiani urtando anche sensibilità profonde (come le sepolture in fosse comuni, p. 76) e davano prova di incompetenza, non era una prospettiva allettante per nessuno. Era un cumulo di tensioni che richiedeva qualche tipo di sfogo.

In questo senso fu facile trovare capri espiatori in coloro che, per una qualunque ragione, si discostasse dal sentire comune: lebbrosi, ebrei, accattoni, vagabondi e prostitute furono fatti bersaglio di persecuzioni, espulsioni, esecuzioni un po’ ovunque. Fu facile o comodo per le autorità indirizzare o tollerare verso questi soggetti il risentimento popolare.

Se la peste era un castigo di Dio, chi meglio degli ebrei, in quanto uccisori di Cristo e (presunti) autori di altre nefandezze, poteva incarnare il ruolo di capro espiatorio? A seguito delle persecuzioni subite, “nel 1550 non erano rimasti quasi più ebrei in Europa” (pp. 52-53).

D’altra parte, se come dicevano i medici, la malattia era frutto della “corruzione” dell’aria quel termine – corruzione – poteva facilmente essere adattato anche ai comportamenti. Essendo la peste già presente nel territorio e nelle cose e si manifestava a causa della loro corruzione, essendo gli uomini peccatori (e quindi corrotti) ecco che quelli tra coloro che lo erano di più potevano essere accusati di essere i responsabili dell’epidemia da coloro che lo erano (o ritenevano di esserlo) meno: poveri, mendicanti, vagabondi, omosessuali e prostitute erano da questo punto di vista un bersaglio perfetto.

I medici consigliavano le fumigazioni per purificare l’aria. L’insalubrità era considerata una condizione ideale per il diffondersi del male. Nella seconda epidemia si capì ben presto che la peste infuriava molto di più nei quartieri poveri che in quelli ricchi. Dunque, poveri, vagabondi e mendicanti erano possibili incubatori del morbo.

Le cose stavano diversamente per quel che riguardava la prostituzione. I bordelli erano sotto il controllo cittadino, pagavano le tasse e la sua frequentazione era considerata normale: i padri incoraggiavano i figli ad andarci. Dunque la ragione dell’attacco alla prostituzione non poteva provenire dalla “vergogna” (p. 57). Le ragioni erano più profonde. L’Europa si stava spopolando a ritmi spaventosi. Per fermare l’emorragia scagliarsi contro pratiche sessuali che non sfociavano in un incremento demografico era un modo per cominciare a ripopolare il continente. Dunque, e questo è l’essenziale, la peste provocò una trasformazione profonda nella idea di sessualità e nei costumi.

Conclusioni

Così come la ragione per la quale si scatenò nell’Europa del 1347 e periodicamente si ripresentasse non è chiara, non si sa nemmeno perché dopo rigurgiti fin dentro all’800 la peste se ne sia andata. Quello che è certo è che la peste ha sedimentato reazioni profonde che riemergono, appunto, quando i popoli vengono sottoposti a “stress” pesanti e prolungati: lo si è visto in occasione della “mucca pazza”, dell’aviaria e nelle reazioni occidentali a un piccolo focolaio di peste in India poco tempo fa. Lo si constata oggi, quasi giorno per giorno, nella pandemia di Covid-19.

Uno dei temi costanti di questo libro è la paura, un concetto che si incarna in molte sfaccettature: paura dell’altro e del diverso, del povero, del governo, di qualcosa di sconosciuto che irrompe e che sfugge al nostro controllo. Un bel tema da approfondire con altre letture.

Gli ultimi capitoli, che trattano delle “pesti minori” (vaiolo, sifilide ecc.) e le conclusioni sono molto istruttive su questi aspetti.

La peste in Europa oltre ad essere un bel libro che si legge con piacere è un ottimo punto di partenza per studiare e approfondire argomenti tornati di urgente attualità. Lo si può confrontare con Klaus Bergdolt: La grande pandemia o altre epidemie come il caso della “spagnola” studiato da Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola e, per l’Italia, Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia.

Matteo Banzola


Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzati

La biblioteca del Senato ha intrapreso vari progetti di digitalizzazione. I tempi non sono dei più veloci ma alcuni risultati più che apprezzabili sono stati raggiunti. Qui ci limitiamo a segnalare che è stata portata a termine la digitalizzazione dell’Avanti!,


storica testata posseduta in formato cartaceo dalla biblioteca a partire dall’anno 1904.
Grazie ad un accordo sottoscritto con l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino, che ha condotto l’opera di digitalizzazione consentendone la pubblicazione sul sito della Biblioteca del Senato, si aggiunge così un tassello al generale progetto di ampliamento delle risorse digitali e digitalizzate cui la Biblioteca (e il Polo bibliotecario parlamentare nel suo complesso) attende da diversi anni, al fine di favorire la libera consultazione online di parti sempre crescenti del suo patrimonio.
L’Avanti! costituisce uno dei giornali più rilevanti della storia politica italiana. Pubblicato per la prima volta a Roma nel 1896 in seguito allo straordinario risultato elettorale ottenuto dal partito socialista nelle elezioni del 1895, il quotidiano diventerà da allora un punto di riferimento irrinunciabile all’interno del dibattito politico e culturale della penisola, raccogliendo nelle sue pagine gli articoli dei maggiori leaderspolitici del socialismo italiano e degli esponenti, tra i più prestigiosi, della letteratura del tempo. Innumerevoli sono state le battaglie condotte dalle pagine del giornale: dal sostegno al nascente movimento operaio alla lotta per il parlamentarismo, dalla rivendicazione per una legislazione sociale al contrasto al fascismo, dalla scelta repubblicana alla rottura con il partito comunista. Un ruolo da protagonista durato più di un secolo e che manterrà fino al 1993, anno in cui cesserà le pubblicazioni.

Cito dalla presentazione del progetto.

Lo trovate qui: http://avanti.senato.it/avanti/controller.php?page=guida

Molti tra coloro che frequentano questo blog avranno consultato, parecchio tempo fa ormai, un’altra delle testate storiche della sinistra italiana: L’Unità.

Il giornale poi improvvisamente sparì e non se ne ebbe più traccia, se non attraverso un percorso assai tortuoso. Ora Internet Archive ospita la testata nel suo sito per il periodo repubblicano: L’Unità è infatti disponibile dal 1946 al 2014. https://archive.org/details/lunita_newspaper

(Un buon esempio di ironia della storia: gli Stati Uniti che rendono disponibile il quotidiano di quello che fu il più forte Partito comunista del mondo occidentale… 🙂 )


Siti per la storia della medicina

Per chi come me si occupa di storia della medicina, Biu Santè è veramente una manna dal cielo. La storia della medicina non riguarda esclusivamente le varie specializzazioni mediche, ma è una delle chiavi più efficaci per comprendere la società e la storia in generale di un Paese.

In medicina la specializzazione progredì lentamente. Fino all’Ottocento inoltrato il medico non era esclusivamente un dottore, ma anche un “filosofo”, un professionista il cui mestiere si allacciava alla cultura, alla mentalità, alle abitudini, e quindi, in sintesi, alla sociologia e alla storia del proprio Paese.

Le opere dei medici sono quindi degli ottimi “sismografi” per capire i mutamenti profondi della società. Gli storici lo sanno bene, ma non è detto che i lettori siano altrettanto informati. Si può fare l’esempio del lavoro di Alexandre du Chatelet sulla prostituzione a Parigi, un’opera nella quale la prostituzione comincia ad essere considerata con occhi diversi rispetto al passato e sta diventando un problema di ordine pubblico (la prefazione è scritta da un’alienista, Leuret, uno psichiatra).

In quell’opera corposa, c’è molto di più di osservazioni di carattere medico: vi si trovano statistiche e dati sulla provenienza, età, professione delle prostitute , sui quartieri della città, sulle condizioni igienico-sanitarie di arrondissement e abitazioni, sull’immigrazione regolare e clandestina in città e molto altro ancora. Lo stesso discorso si potrebbe replicare con alcune opere di medici sulle conseguenze sociali della rivoluzione industriale in Inghilterra e di molti altri.

Da questo punto di vista, spesso sono le opere di medici semi sconosciuti già al tempo in cui scrivevano a risultare fonti preziose per lo storico. Dai cibi adulterati al problema dell’approvvigionamento idrico delle città, dai ritrovati della farmaceutica all’architettura degli ospedali; dalle conseguenze dei lavori manuali sulla salute ai problemi legati all’ereditarietà… le fonti di ispirazione o le piste per approfondire sono innumerevoli.

Ed ecco che quindi questo sito diventa fondamentale, un aiuto indispensabile per chi voglia approfondire un po’ di cose. Primo perché al momento sono consultabili e scaricabili 49 dizionari (una fonte indispensabile per seguire il mutare dei concetti e l’evoluzione della medicina) e le annate di 39 riviste specializzate; in secondo luogo, vi è una sezione dedicata alle tesi di laurea ottocentesche (un altro tipo di fonte); terzo perché, oltre ad altre varie sottosezioni (tra le quali, anche, splendide raccolte di immagini), vi sono migliaia di opere digitalizzate.

Biu Santè è ottimamente suddiviso per temi, categorie, novità mese per mese messe on line. Un sito prezioso per saperne di più sulla storia della medicina, sulla Francia e non solo, dato che vi si trovano molte opere in altre lingue.

Biu Santé. Sala di lettura

Se lo scopo di un sito è anche quello di incuriosire chi non va a colpo sicuro, Biu Santè, ha centrato in pieno l’obiettivo. Biu-Santé

Accademia di medicina di Torino

In Italia non disponiamo purtroppo di un progetto di simili proporzioni. Qualcosa di simile però è stato realizzato dall’Accademia di Medicina di Torino la quale ha già digitalizzato centinaia di opere di autori prevalentemente italiani ma non solo. Particolarmente preziosi sono i Dizionari e i Trattati, altrimenti introvabili in Internet.
Accademia di medicina di Torino

Accademia di Medicina di Torino. Biblioteca. Sala di lettura.

Il lettore italiano deve fare lo sforzo di navigare un po’ qui e un po là per recuperare materiale digitalizzato. L’emeroteca della Biblioteca Centrale di Roma offre un buon numero di riviste specializzate: Periodici e giornali digitalizzati Parte I

Altre opere possono essere recuperate dalla Biblioteca europea di informazione e cultura (BEIC), che dispone di una sezione di circa 700 testi di medicina e di storia della medicina: https://www.beic.it/it/articoli/storia-della-medicina

Un certo numero di testi di medicina – in particolare sul Colera – si trovano nel Progetto Scaffali Online della Biblioteca Archiginnasio di Bologna e altri ne incontreremo in altri progetti.

Ma fortunatamente le biblioteche straniere vengono in aiuto al lettore italiano. Internet Archive ospita tre grandi biblioteche tematiche: la Medical Heritage Library con 285.000 libri dei quali poco più di 3.000 sono in italiano Medical Heritage Library, la US National Library of Medicine con circa 18.000 testi disponibili, dei quali però soltanto 27 in italiano e la Wellcome Library, incorporata nella Medical Heritage Library.

Direi che ce n’è abbastanza per parecchio tempo…