La “Nuova Antologia” disponibile in rete

Nuova Antologia, una delle più longeve e prestigiose riviste italiane disponibile on line

La Nuova Antologia è una delle riviste più importanti e conosciute nel panorama culturale italiano. Tutt’ora esistente, ha festeggiato da poco i centocinquant’anni di vita.

Una rivista, dunque, che ha accompagnato (e influenzato) l’intera storia del nostro Paese. Per alcuni cenni su di essa è bene riportare la presentazione della Fondazione Spadolini – Nuova Antologia che ne cura la pubblicazione:

Nuova Antologia”, rassegna di “lettere, scienze ed arti”, fu fondata nel 1866 in Firenze capitale con periodicità mensile da Francesco Protonotari, professore di economia all’Università di Pisa, riprendendo la tradizione culturale, politica e civile della prima “Antologia” di Gino Capponi e Gian Pietro Vieusseux, (famiglia di origine svizzera), stampata a Firenze dal 1821 al 1833.

Nuova Antologia” è stata diretta fra gli altri da Francesco Protonotari fino al 1897, poi da Maggiorino Ferraris nell’età giolittiana, quindi da Luigi Federzoni e Giovanni Gentile negli anni dal fascismo.
Mario Ferrara diresse la testata nel dopoguerra e a lui subentrò dalla metà degli anni cinquanta Giovanni Spadolini, che ne è stato direttore per quarant’anni, fino alla sua scomparsa, Direttore da allora è Cosimo Ceccuti, già vicedirettore con Spadolini.

Trasferita a Roma nel 1878, “Nuova Antologia” fu riportata a Firenze da Spadolini esattamente cento anni dopo presso l’editore delle origini Felice Le Monnier. Proprietaria della testata è la Fondazione Nuova Antologia che per Statuto ne assicura la continuità e l’indipendenza da qualsiasi potere politico ed economico, senza alcun fine di lucro.
Nel suo ampio arco di vita “Nuova Antologia”, una delle più antiche riviste d’Europa, “riassume la nascita, l’evoluzione, le conquiste, il travaglio, le sconfitte e le riprese della nazione italiana, nel suo inscindibile nesso coi liberi ordinamenti” (ex art. 2 dello Statuto).

Fra gli autori delle migliaia di articoli apparsi dal 1866 al 2005 nella prestigiosa rassegna ricordiamo fra gli altri, in campo letterario Carducci, Capponi, Manzoni impegnati nel dibattito sulla lingua, Francesco De Sanctis che vi “anticipa” i capitoli della Storia della letteratura italiana, De Amicis le pagine di Cuore, Verga quelle di Don Gesualdo, D’Annunzio le Laudi, Pirandello Il fu Mattia Pascal, Palazzeschi Le sorelle Materassi, Bacchelli Il Mulino del Po. Con loro Fucini e Matilde Serao, Pascoli e Grazia Deledda, Papini e Gadda, Cecchi e Maria Bellonci, Saviane e poeti quali Chiara, Ungaretti, Saba, Montale, Luzi.

Ci sono critici letterari come Bo e Pampaloni, filosofi come Croce, Gentile e Garin, giornalisti scrittori come Prezzolini e Montanelli, economisti come Luzzati ed Einaudi, critici musicali come Panzacchi e Mila, scienziati come Fermi e Marconi, storici come Salvemini, Salvatorelli, Romeo, De Felice, giuristi come Jemolo, Calamandrei e Barile. E gli storici dell’arte e dei beni culturali, gli esperti del cinema, i protagonisti in ogni tempo del dibattito sui grandi temi sociali, economici, politici e istituzionali caratterizzanti il divenire del paese, nel contesto europeo.

Nuova Antologia” ha oggi periodicità trimestrale, con fascicoli di quattrocento pagine. Un vero e proprio libro, come diceva oltre un secolo fa a proposito dell’”Antologia”, Giacomo Leopardi.

Ora la magnifica biblioteca del Getty Research Institute rende disponibile tramite Internet Archive ai lettori una collezione che va dal 1° numero (1866) al n° 227-28 (1909). Trovate la collezione a questa pagina: Internet Archive – Nuova Antologia.

A sua volta l’emeroteca digitale della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma rende disponibili la consultazione della Rivista fino al 1940 ai seguenti links: Emeroteca Digitale – Nuova Antologia (1900-1911)Emeroteca Digitale – Nuova Antologia (1926-1940).

Buona navigazione.

Quotidiani dell’Italia Repubblicana

I principali quotidiani della prima repubblica disponibili on line

Chi frequenta questo blog sa bene che dedico una particolare attenzione alla stampa. Ho scritto vari articoli e indicato molti link a quotidiani e periodici. Tempo fa ho parlato di due Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzati e ho indicato alcune testate rese disponibili dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma nell’articolo Quotidiani digitalizzati dalla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma. Ora la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma nella sua fornitissima Emeroteca Digitale incrementa il numero delle testate che possiamo liberamente consultare.

Per comodità possiamo suddividere i quotidiani dell’Italia repubblicana che sono stati digitalizzati in quotidiani di partito e quotidiani indipendenti.

Tra i primi troviamo: Il Popolo: giornale del mattino, organo della DC, digitalizzato per gli anni 1924-2002, La Voce Repubblicana: quotidiano del Partito Repubblicano Italiano, digitalizzato dal 1921-1926 e dal 1943 al 2000; Umanità: giornale dei socialisti democratici, disponibile dal 1969 al 1994.

Tra i secondi ci vengono offerti: Il sole-24 ore : quotidiano politico economico finanziario. Fondato nel 1865 dal 1965 al 2008, col suo predecessore: Il sole: giornale commerciale, agricolo, industriale: organo ufficiale della Camera di commercio e industria di Milano dal 1920 al 1965; Il Messaggero di Roma: giornale del mattino dal 1946 al 1989, poi tornato semplicemente a Il Messaggero dal 1989 al 2002; Il Tempo: quotidiano indipendente dal 1945 al 1992; L’indipendente per il solo 1945; L’Ora d’Italia per il solo 1947; La Voce: il giornale di Indro Montanelli per gli anni 1994-1995; Paese Sera dal 1963 al 1981.

Come si vede da questa carrellata abbiamo adesso a disposizione tutti i principali quotidiani dell’Italia Repubblicana, una disponibilità che facilita le possibilità di ricerca per gli addetti ai lavori e di soddisfare curiosità per i semplici appassionati.

Buona consultazione

Humanities. Rivista on line di Storia, Geografia, Antropologia, Sociologia

Come spesso accade, cercando altro mi sono imbattuto in questa rivista dell’Università di Messina che non conoscevo. Humanities. Rivista on line di Storia, Geografia, Antropologia, Sociologia.

Rivista multidisciplinare dunque. Come si legge negli ambiti di interesse della rivista,

Humanities è una rivista on-line dedicata ai settori di storia contemporanea, geografia umana, antropologia culturale e sociale e sociologia della comunicazione. Humanities, che già nella parola vuole costituire un ponte tra il passato e il futuro, nasce come rivista senza alcun riferimento tradizionale, con la duttilità che il mezzo consente e il rigore che sentiamo necessario. La rivista si compone di diverse sezioni, pur rifuggendo da schematismi anacronistici e ingessanti. Si apre ai contributi di tutti, ma intende filtrare ogni intervento per caratterizzarsi in modo specifico e non apparire come generico contenitore di qualsiasi apporto estemporaneo.

Non mi inoltro nella presentazione di articoli inerenti altri ambiti disciplinari (ma ho visto cose interessanti sui social-network e il cinema).

Per quanto riguarda la storia ho visto presenti articoli dall’argomento più disparato. (Ho letto con interesse un saggio sulla stampa socialista). Un posto privilegiato è riservato naturalmente alla regione siciliana, ma trovano spazio saggi di carattere generico o casi di studio di altre regioni lungo uno spazio temporale assai ampio.

Insomma, non vi resta che andare a curiosare negli indici di questo semestrale che viene pubblicato dal 2012.

Buona lettura: Humanieties. Rivista di Storia, Geografia, Antropologia, Sociologia

Giorno della memoria. Una rivista e un’enciclopedia

I Quaderni dell’ANEI e un’Enciclopedia sull’Olocausto perché un Giorno della memoria non basta

Ho molti dubbi sull’utilità di fissare per decreto ricorrenze sul genere del Giorno della memoria. Per qualche giorno veniamo inondati di film, servizi, interviste, cerimonie ecc. poi tutto torna come prima.

La storia contemporanea nelle scuole non viene fatta studiare e il risultato è sotto agli occhi di tutti. Stando a un sondaggio di questi giorni pare che nell’ultimo quindicennio sia aumentato in modo esponenziale il numero di quanti credono che i campi di sterminio non siano mai esistiti.

Tuttavia è evidente che qualcosa bisogna fare e può essere fatto. Come sempre, il materiale per informarsi e informare non manca. Anzi, navigando su internet le fonti sono numerose. (La questione del livello della loro affidabilità aprirebbe un problema che, sebbene importante, porterebbe via molto tempo e non rientra nell’ambito di questo articolo).

Emanuele Catone, che con gentilezza mi segnala progetti importanti mi ha indicato i Quaderni del centro di studi sulla deportazione e l’internamento  realizzati tra il 1964 e il 1995 dall’Associazione Nazionale Ex Internati nei lager nazisti (ANEI).

Si tratta di 13 volumi

di raccolta di testimonianze e documenti condotta con metodo interdisciplinare e che ha coinvolto oltre ai testimoni diretti, anche storici, sociologi, psicologi, giuristi, medici, collaboratori italiani e stranieri.

Per ampliare lo sguardo sul fenomeno qui mi limito a indicare un’altra opera particolarmente importante, l’Holocaust Encyclopedia disponibile sul sito dell’United States Holocaust Memorial Museum.

Un Giorno della Memoria non è sufficiente (e non lo è di certo nemmeno un blog come questo), quindi penso sia il caso di indicare progetti un poco per volta.

La biblioteca digitale dell’ISTAT

La Biblioteca digitale dell’Istat. Una miniera di informazioni per studiosi, studenti e curiosi.

Una volta raggiunta l’unificazione i governi post-unitari avvertirono la necessità di acquisire una conoscenza profonda e dettagliata del Paese. Le grandi inchieste – quella agraria “Jacini”, quella industriale, quella Bertani sulla salute – ne sono una diretta e imponente testimonianza.

Naturalmente molti dati erano già disponibili. La statistica aveva già dato frutti importanti ben prima dell’unità. Per molti aspetti essa era un prodotto della Rivoluzione francese. Chi frequenta gli archivi sa bene che il periodo della dominazione napoleonica si presta meravigliosamente ad essere studiato anche grazie alla grande fioritura di raccolta di informazioni, dati e statistiche.

In ogni caso, le monografie realizzate dai Ministeri dell’Interno e dell’Agricoltura Industria e Commercio costituiscono una fonte importantissima per studenti e studiosi.

Nella sua Biblioteca Digitale l’ISTAT ci offre molto materiale. Confesso di non aver capito bene il funzionamento per visionare tutto il materiale digitalizzato, ma per certo disponiamo dell’Annuario Statistico Italiano (dal 1878 al 2016) e gli Annali di Statistica (dal 1871 al 2012, ma lacunoso).

Queste due collezioni, da sole, affrontano una gran quantità di temi. Vi è molto altro materiale studiato in singole monografie e in modo diversificato. Si prendano ad esempio l’istruzione, studiata per settore, specializzazioni ecc. in 30 volumi; la salute (in 10 volumi); il lavoro (su cui sono disponibili ben 324 testi), famiglia e popolazione (con 29 pubblicazioni).

Alcuni temi riflettono problemi congiunturali o particolarmente avvertiti: è il caso del cholera morbus, studiato in due monografie o degli Asili infantili.

Documentazione più specifica, ma sempre fondamentale è suddivisa in: Sommari di statistiche storiche (5 monografie), Censimenti della popolazione (15 monografie), Censimenti dell’Industria (10 monografie) Censimenti dell’Agricoltura ( 6 monografie e Catasto Agrario del 1929 )e l’Atalante storico dei ComuniSommari e censimenti.

Insomma, l’ISTAT e la sua biblioteca digitale ci stanno rendendo un ottimo servizio

Recensione. Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari

Sale pepe e spezie

Espressioni tipo: “mettici il sale” o “ci starebbe bene un po’ di pepe” sono tra le più comuni. Ma nel medioevo non le avrebbero usate con la stessa facilità con la quale le usiamo noi. Oggi sale e pepe costano pochissimo; nel medioevo invece erano rari e in quanto tali, costosi. Il sale serviva a conservare la carne, il pepe (e altre spezie) era invece uno status symbol (e non – sostiene l’A – per rendere commestibile carne mal conservata o andata a male, come si ritiene talvolta). In tempi in cui i viaggi erano lunghi, costosi e incerti, disporre sulla propria tavola di sale e pepe in abbondanza era in Europa una faccenda che aveva a che fare col lusso e col potere (pp. 5-6). Disporre in abbondanza di spezie significava mostrare a tutti la possibilità di procurarsi prodotti di lusso. Non a caso le spezie venivano servite a parte (e usate su cibi e vini già abbondantemente speziati).

Lontananza, rarità, costi elevanti: soddisfare la richiesta di spezie significava per i trafficanti e i commercianti fare affari spesso rischiosi, ma molto vantaggiosi. A ciò contribuiva il fatto che la società cominciava a stratificarsi e la borghesia nascente oltre ad imitare la nobiltà era desiderosa di mostrare la posizione raggiunta e le ricchezze accumulate: le spezie erano la realizzazione di questi desideri. Nel commercio del pepe e delle spezie Venezia fu in prima fila e il periodo di massima floridezza della città coincide con quello di maggior consumo di pepe e di spezie.

Il sistema funzionò finché l’importare spezie dall’India e dalla Molucche divenne troppo costoso e quindi proibitivo anche per gli acquirenti europei che videro i prezzi di queste merci lievitare in modo esponenziale. Gli europei cominciarono a cambiare gusti e a ricercare nuovi sapori. C’è una correlazione tra il lievitare dei costi fino a livelli proibitivi e il cambiamento di gusto nella società? Certamente sì: quando un prodotto diventa troppo costoso la gente cerca una via d’uscita. La faccenda prese un corso imprevisto perché Colombo cercava le Indie e con le Indie cercava anche il pepe e le spezie, solo che finì per trovare l’America e con essa la cioccolata e il tabacco. Da questo punto di vista le spezie segnano il passaggio dal medioevo all’età moderna: il loro dominio durò secoli, dall’XI al XVII, e svolsero la funzione fondamentale di spingere un’Europa medievale ripiegata su sé stessa alla scoperta dei confini del mondo, ma poi le rotte commerciali si spostarono al nord Europa e si modificarono le rotte dei traffici e le merci.

Il caffè

Nuovi sapori. Ma anche nuove necessità. Caffè, tabacco e cioccolata ne sono un ottimo esempio. Che il caffè fosse parte integrante della cultura araba non stupisce: in una società fortemente votata all’astrazione come quella musulmana in quel periodo e nella quale è proibito l’alcol, il caffè rappresentava la bevanda ideale. Le cose non stavano così in Europa, dove vino e birra erano la base non solo del bere, ma anche del cibarsi, del mangiare. L’A. riporta ricette di zuppe di birra che venivano consumate a colazione (ne ho provata una ed è venuta un pastone immangiabile…). Il consumo di vino e birra nella Europa pre-industriale è qualcosa di difficilmente immaginabile oggi. Il fatto che fossero non solo bevande, ma anche alimento, spiega perché si cominciasse a bere fin da giovanissimi. Nel medioevo gran parte delle persone faceva lavori manuali e spesso all’aperto: vino e birra danno calorie, poi smaltite nel corso di un lavoro fisico faticoso. Questo aiuta a capire perché la gente bevesse moltissimo e le sbornie fossero una questione quasi quotidiana: le feste comandate erano moltissime (103 in Francia), a cui si aggiungevano altre occasioni di convivialità. In queste occasioni scattavano meccanismi sociali che in un certo senso sopravvivono ancora oggi in certe osterie: una volta che si iniziava a bere si innescavano regole non scritte in base alle quali non si smetteva finché tutti i convitati finivano sbronzi marci (rifiutarsi di bere era considerato un oltraggio, ritirarsi equivaleva a riconoscere la propria inferiorità ecc) . Vino e birra sono bevande sociali, perfette per socializzare ed essere consumate in gruppo.

Il caffè si inserisce in questo quadro dominato dal vino e dalla birra come bevanda anti-alcolica. Il caffè – si sosteneva e l’A riporta molti esempi – rende lucidi e, anzi, fa passare la sbornia (il che, da un punto di vista farmacologico, non è vero): non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Ma soprattutto, rimandando il sonno, il caffè dilata il tempo del lavoro. Ecco perché coloro che condannavano il bere appoggiavano e sostenevano il consumo di caffè. Dilatare il tempo del lavoro prima dell’elettricità significava accrescere la possibilità di lavorare di più a cerchie ristrette di persone, uomini che potevano svolgere il proprio lavoro a lume di candela, uomini, quindi, che facevano lavori di concetto, intellettuale. Mentre l’abuso di vino e di birra spengono la lucidità, il caffè l’accende. Il caffè quindi è una spia che indica trasformazioni più profonde a livello economico. Dietro al suo successo, così come a quello del thé ci sono la riforma protestante e l’etica del capitalismo. Non a caso il successo del caffè dipese dal diffondersi a Londra delle Coffeehouse. Le caffetterie erano luoghi di ritrovo per uomini d’affari, commercianti e giornalisti. I più intraprendenti tra i gestori (e Edward Lloyd fu il primo e tra i più lungimiranti tra questi, al punto che la compagnia di assicurazioni da lui fondata è ancora viva, vegeta e potente), fornivano alla clientela giornali, bollettini e notizie e, anzi, alcune di queste Coffeehouse divennero di fatto la redazione dei primi giornali. (Su questi aspetti si veda anche Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.) Non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Secondo l’A non è chiaro come mai a un certo punto il successo del caffè cominciò a declinare a favore dell’ascesa – poi definitiva – del thé. Schivelbusch avanza un’ipotesi di carattere economico: il thé era più caro del caffè in termini massimi, ma ne bastava meno per preparare l’infuso, cioè in definitiva risultava meno caro. Dato che anche il thè è un eccitante e ha proprietà molto simili a quelle del caffè, la sostituzione fu indolore (pp. 55-76).

Che l’economia svolga un ruolo decisivo nel fare la fortuna di un prodotto o meno è dimostrato dal caso tedesco. Frastagliata in decine di stati, staterelli, granducati ecc., per la Germania del tempo, priva di colonie e sostanzialmente al di fuori dai grandi flussi commerciali, procurarsi caffè costava moltissimo. Questo affare in perdita fece la fortuna del surrogato di cicoria, dal colore simile al caffè, ma di gusto diverso e più rozzo, che però si impose a livello sociale proprio in virtù del fatto che costava molto meno (pp. 76 ssgg.).

La cioccolata

Se il caffè e il thé sono le bevande della borghesia protestante in ascesa, la cioccolata è la bevanda dell’aristocrazia nei paesi cattolici. Caffè e cioccolata rispecchiano e rimandano le due indoli opposte delle religioni rivali: dinamica la prima, conservatrice e più pigra la seconda. Mentre nell’uomo d’affari protestante il caffè va a sostituire la zuppa di birra e attiva la giornata lavorativa, l’aristocrazia consuma la cioccolata nel dolce tepore delle coperte, a letto, con calma, avendo di fronte a sé una giornata da riempire senza aver nulla da fare. E ancora: il caffè è bevanda intellettuale, che anzi spegne gli ardori carnali (al punto che alcune donne londinesi protestarono per iscritto su questo presunto effetto collaterale), la cioccolata è bevanda sensuale, che prepara e agevola agli incontri amorosi.

La devastazione sociale provocata dal gin

Dedicare più tempo al lavoro significa averne meno per sé. È esattamente quello che accade con l’irrompere sulla scena dell’acquavite (e per certi aspetti dell’oppio). L’acquavite passò dal bancone del farmacista o dall’armadietto del medico al bancone dell’oste proprio a seguito della Rivoluzione industriale: strappati alle loro terre con le “recinzioni” (cioè vere e proprie espropriazioni) e richiusi nelle fabbriche i contadini persero le loro tradizioni e le loro abitudini e, per così dire, il senso dell’orientamento. Il loro mondo lavorativo basato sul ritmo delle stagioni andò in frantumi stritolato dai ritmi forsennati e spietati della fabbrica. Anche la birra e il vino non servivano più: quella gente aveva bisogno di qualcosa che gli facesse dimenticare la propria sorte almeno per qualche ora, ma ci voleva troppo tempo per ubriacarsi con quelle bevande. L’acquavite risolse il problema. Il gin costava poco e aveva una gradazione dieci volte superiore a quella della birra. Non andava sorseggiato, ma ingollato, l’invenzione del bancone accelerò ancor di più il processo perché permetteva di servire un’enorme quantità di persone. Ubriacarsi, risultato spaventoso dell’alienazione del lavoro, rimase un fatto collettivo (il sabato, giorno di paga gli operai si ubriacavano), ma divenne anche una questione personale, solitaria.

Il dilagare del gin fu una tragedia sociale (chi non aveva soldi a sufficienza per bere andava in farmacia a comprare pillole d’oppio confezionate apposta – si vedano le citazioni a p. 228) che metteva in imbarazzo riformatori sociali e socialisti. I dirigenti socialisti sapevano perfettamente che erano le osterie i centri di ritrovo – e anche di elaborazione politica – del proletariato – d’altra parte non potevano non condannare l’alcolismo.

Bevute di nebbia: il tabacco

Il minor tempo per sé è registrabile anche osservando l’evoluzione del fumo. Per fumare la pipa occorreva – e occorre – un piccolo arsfenale e un certo lasso di tempo per preparala; il sigaro accorcia di molto la procedura; la sigaretta, infine, la annulla. Pipa, sigaro e sigaretta dicono già qualcosa sull’indole e sull’occupazione del fumatore: chi fuma la pipa ha tempo a disposizione, e pertanto non era certo un operaio di fabbrica con orari infiniti; il sigaro fu fumato a lungo dai lavoratori, ma poi divenne uno status del capitalista, soppiantato dalla sigaretta tra i lavoratori manuali i quali potevano avere “il tempo di una sigaretta” (cinque-sette minuti), ma non quello per un sigaro.

Il fumare investe anche altre questioni: donne colte ed emancipate fumavano per affermare un diritto – conquistato col tempo per le sigarette, ma non per il sigaro o la pipa – e furono coinvolte nei messaggi subliminali della pubblicità, cui la sigaretta (o il pacchetto) rimandano. Ancora prima la moda e lo status avevano fatto la fortuna degli artigiani che producevano porta-tabacco per i fiutatori di tabacco, una moda aristocratica poi diffusasi in altre classi: le più preziose costavano una follia e chi poteva permetterselo le abbinava al vestiario.

Paradisi artificiali: haschish e oppio

Nel libro ci sono altri capitoli interessanti: quello dedicato ai locali, notevole e acuto, ha un carattere più sociologico che storico; un altro dedicato al rituale ha un taglio antropologico-sociologico, mentre molto stimolante per lo storico è quello dedicato ai “paradisi artificiali” nell’Ottocento. Qui si spiega perché l’uso di droghe come l’hascish e l’oppio furono sostanzialmente fenomeni marginali nella società europea. Semplicemente i loro effetti non collimano con i ritmi imposti dalla società capitalistica. Entrambi sono dei calmanti, rilassano, rallentano. Il capitalismo tende invece a “rubarci” tempo e a imporre ritmi frenetici. Le frange di coloro che facevano uso di queste sostanze, per tutto il XIX secolo acquistabili liberamente, erano formate da gente che rifiutava le leggi economico-sociali della società e si poneva ai suoi margini.

Oggi il consumo di droghe leggere si è ampliato e non è da escludere che arriverà il tempo in cui anche queste saranno socialmente accettate perché, come dice l’A., “ogni tipo di società i generi voluttuari e le sostanze inebrianti di cui ha bisogno e che è in grado di sopportare” (p. 223).

Conclusioni

La lettura di questo libro è davvero piacevole e spesso divertente. C’è molto altro dentro a questo testo – tra l’altro ricco di immagini che non hanno un semplice compito coreografico. (Per chi voglia approfondire, per la Francia può esplorare L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini per Londra, Collage. Londra attraverso le immagini). Questa Storia dei generi voluttuari ci fa capire molte cose ed è un ottimo esempio di cosa la storia ci possa dire e far capire studiando aspetti che, come i generi voluttuari appunto, di solito consideriamo secondari.

Chiude il libro una bella intervista. C’è una bibliografia ma purtroppo mancano le indicazioni per le citazioni. Peccato.

Atti delle Accademie italiane in Beic

Atti, Memorie e altro ancora di cinque tra i più importanti istituti di cultura e accademie italiane

Com’è naturale che sia la Beic, che ho presentato nella pagina delle  Biblioteche Digitali sta ampliando la propria offerta. La pagina dedicata agli Atti delle Accademie italiane, ora ci presenta una collezione di Atti, Memorie e altro ancora di cinque accademie italiane.

Com’è noto, le Accademie hanno svolto un ruolo fondamentale non solo, ovviamente, per l’accrescimento della cultura (promuovevano spesso dei premi in denaro per le opere più meritevoli), ma soprattutto per la sua diffusione in epoche e periodi in cui la censura poteva ostacolare in vario modo la circolazione dei libri.

Il ruolo delle Accademie

Fu attraverso le Accademie – quasi sempre presiedute e dirette da personalità influenti a livello locale e non solo, e comunque con legami più o meno stretti nel mondo politico e decisionale – che molte opere poterono essere consultate e – magari in tempi migliori – discusse e dibattute.

Di più: come ho detto spesso in altre occasioni, la cultura italiana è sempre stata particolarmente attenta a quella straniera. Si tratta di un fenomeno che a volte ha assunto i tratti di quasi sudditanza: basti pensare a Einaudi che lanciò la sua grandiosa “Storia d’Italia” non a Torino (sede della casa editrice), non a Milano (“capitale economica” del Paese), non a Roma, ma a Parigi, nella convinzione – esatta – che se l’opera fosse stata ben accolta all’estero allora avrebbe venduto bene anche in Italia.

Del resto, case editrici come Einaudi, Feltrinelli, Laterza e altre ancora hanno in alcuni periodi supplito alle manchevolezze di un mondo accademico non sempre pronto a cogliere le novità più importanti, traducendo testi che altrimenti sarebbero stati preclusi alla gran parte dei cittadini italiani.

Storia lunga dunque, confermata appieno dai saggi e dalle recensioni che si trovano all’interno degli Atti delle Accademie in Beic. Sono disponibili quelli dell’Accademia dei LinceiAccademia delle scienze di TorinoIstituto lombardo Accademia di scienze e lettere, Istituto nazionale italiano e Istituto veneto di scienze, lettere ed artiBeic – Atti di Accademie Italiane

Recensione. Giuseppe Lorentini: L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944)

Un libro importante per conoscere e capire un aspetto ancora poco noto della nostra storia e del fascismo.

Parlando con studenti che mi domandano un parere per le loro tesi o con appassionati cronachisti di storia locale mi capita spesso di metterli in guardia dall’imbarcarsi a scrivere di micro-storia. Solitamente si è portati a credere che scrivere la storia di un paesello, di un ente, un ospedale ecc. sia più semplice che scrivere di temi generali. A mio parere non è così. Scrivere di “micro-storia” è più difficile che scrivere di “macro-storia”. Lo è perché la micro-storia ha senso soltanto nella misura in cui riesce ad approfondire e a far comprendere meglio la macro storia. Perciò ho letto con grande curiosità questo L’ozio coatto di Lorentini, un libro che ci spiega la nascita e il funzionamento del campo di concentramento fascista di Casoli.

Lorentini si è mosso a cerchi concentrici. Nel primo dei quattro capitoli che compongono il suo lavoro, contestualizza il campo di Casoli dopo averlo inquadrato nel contesto generale dei Lager, dei campi di sterminio e dei campi di concentramento. Sono distinzioni importanti, fondamentali, che l’A. illustra e discute sulla base di una solida e profonda conoscenza e dimistichezza con la storiografia.

In particolare il primo e il terzo paragrafo sono utilissimi per chi desideri approfondire questi temi: vi si trovano bibliografie ragionate e puntuali nelle note a piè di pagina e spiega in modo chiaro perché in Italia la storiografia abbia cominciato ad interessarsi ai “campi” solo in tempi relativamente recenti.

Nel secondo capitolo si focalizza l’attenzione al caso italiano. Furono le leggi razziali, la legge di guerra del 1938 e i provvedimenti di polizia del 1940 a riversare la “grande storia” sulla pelle delle persone comuni che poi finiranno a Casoli. L’internamento in quanto tale non era una novità: l’Italia lo aveva già adottato nel corso della Grande Guerra nei confronti i sudditi austroungarici e tutti i soggetti genericamente ritenuti sovversivi (socialisti, anarchici, pacifisti ecc.) (p. 59). La legge di guerra del 1938 fu il risultato di una lunga gestazione, ma fu la guerra ad accelerare e rendere operativi l’approntamento dei campi e le normative che li riguardavano (p. 62, nota 23).

Leggi razziali e la guerra spiegano anche la duplicità del campo di Casoli: dal 1940 al 1942 vi furono internati gli “ebrei stranieri” per ragioni razziali; dal 1942 gli “internati politici”. Questi ultimi erano “ex jugoslavi” provenienti dalle zone occupate dall’esercito italiano dove era prevista la sostituzione della popolazione locale con italiani: è la storia di una brutale occupazione e sradicamento dal proprio ambiente (che smentisce la convinzione comune che gli italiani, “brava gente” siano stati più “morbidi” dei nazisti) che irrompe sulla scena e su un microcosmo come era il piccolo paese di Casoli.

L’A. mostra egregiamente queste due storie: in linea generale gli “ebrei stranieri” ebbero una vita meno dura nel campo di Casoli (pagata però a carissimo prezzo successivamente): si trattava di persone che in non pochi casi disponeva di mezzi finanziari (a volte anche notevoli) e questo valse loro la possibilità di cavarsela meglio rispetto agli “internati politici” che li sostituirono – in genere povera gente che talvolta nemmeno sapeva per quale ragione fosse finita lì e che fu sottoposta a un regime di controllo e di vita molto più pesante e invasivo.

Da questo punto di vista Lorentini fa bene a rimarcare che la nebulosità della legislazione in vigore consentisse ai vari organi e al personale periferico dello Stato un’ampia libertà di azione e come spesso i due piani si intrecciassero o si sovrapponessero. In altre parole la legislazione consentiva di fare un uso razziale di provvedimenti di ordine pubblico.

È descrivendo la vita interna del campo – allestito velocemente, cosa piuttosto strana ma indicativa, considerata la farraginosità della condotta di guerra del regime durante la guerra – che macro-storia e micro-storia si fondono: la descrizione dell’amministrazione del campo, la capacità – o l’incapacità – degli internati di adattarsi alle contingenze, le corrispondenze, fanno emergere la brutalità inumana del regime, le sottili strategie degli internati per sopravvivere – acquistare qualcosa dagli abitanti, pranzare o cenare alle osterie per gli ebrei che potevano permetterselo – la pesantezza di un “ozio coatto” avvilente e psicologicamente devastante.

Lorentini fa interagire questi soggetti – una burocrazia occhiuta inefficiente ma indifferente, il personale che dirige il campo, gli internati –  e ne emergono elementi significativi: la “funzionalità” dei luoghi di detenzione per la povera economia del paese, le eccezioni verso personalità importanti – un luminare ebreo invitato a pranzo da altri – le ipocrisie dei fascisti locali che espongono denunce trincerandosi dietro l’anonimato, l’organizzarsi degli “internati politici” con l’elezione di un capo.

Ho accennato alla smentita secca e documentata della bonarietà dei militari. Un altro “mito” da sfatare è la bonarietà degli apparati repressivi del regime: il confino come luogo di “vacanza” per gli oppositori del regime . Tutt’altro. Di “ozio” coatto, forzato, imposto parlano molti internati che subiscono la pesantezza dell’inazione e si sentono condannati (senza aver fatto nulla per esserlo) a una inazione psicologicamente rovinosa. Così come fa bene l’A. a ricordare che le leggi razziali non colpirono solo gli ebrei ma anche anche altre minoranze come gli zingari e a spiegare i motivi per i quali in Italia si è tardato molto a parlare dei campi. Lo fa citando un altro autore (p. 43, nota 87) dando prova di grande rispetto e maturità.

Completano il volume un’Appendice in cui si riportano le schedature degli internati “ebrei stranieri” e quella degli internati politici. È un lavoro che scaturisce da un’accurata ispezione all’Archivio Comunale e dal suo sito che ho già segnalato tempo fa: La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascistiUn video sul Campo di concentramento fascista di Casoli

L’ozio coatto si inserisce in un filone di studi recente ma già discretamente nutrito, ma questo libro ha il pregio della chiarezza espositiva e della esaustività.

Perciò, chi vuole conoscere e capire un aspetto poco noto della nostra storia e cominciare a comprendere gli infiniti aspetti delle violenze e brutalità che i regimi fascisti hanno fatto e le guerre fanno esplodere, L’ozio coatto di Lorentini è il libro ideale.

Un “mare di cose” nella Biblioteca storica di Studi Adriatici

Un vero Mare Magnum questa Biblioteca storica di Studi Adriatici…

La Biblioteca Storica di Studi Adriatici è la biblioteca on line dell’Istituto di Scienze Marine che ha sede a Venezia e varie filiali in altre città (Bologna, Genova, Lerici, Napoli, Trieste).

Considerata la specificità dell’argomento esplicitata fin dalla denominazione verrebbe da considerarla una biblioteca di nicchia per pochi addetti ai lavori, dediti a ricerche specifiche.

La Biblioteca Digitale

In realtà non è così sia perché da un lato la

Biblioteca storica di Studi Adriatici BSA include i fondi: Istituto di Studi Adriatici, Comitato Talassografico Italiano, Osservatorio della Pesca Marittima, Biologia del Mare, Istituto per lo Studio della Dinamica delle Grandi Masse confluiti in ISMAR Venezia

[dall’altro, la biblioteca]

raccoglie testi di argomento scientifico ed umanistico dedicati a Venezia, all’Adriatico, ai Balcani e al mare in generale dal Rinascimento agli anni 2000.

Un vero Mare Magnum

Infatti, curiosando tra i 746 testi fino ad ora scansionati, si trova letteralmente un mare di materiale disparato: dai molti volumi de Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato ai 18 volumi de L’arte di verificare le date dei fatti storici delle inscrizioni delle cronache e di altri antichi monumenti Dall’anno 1770 sino a’ giorni nostri; dalla Storia della Repubblica di Venezia dal suo principio sino al giorno d’oggi di Giuseppe Cappelletti a molte opere riguardanti l’Albania, la Croazia, l’Istria, la Dalmazia, Venezia (sia opere di storia che studi idraulici e memorie) Trieste…

Vi sono dizionari della lingua veneta, bollettini bibliografici, libri di memorie, molte opere incentrate sul Mediterraneo durante la Grande Guerra…

A testimonianza dell’ampiezza degli argomenti citiamo ad esempio L’intervento dell’Italia nei documenti segreti dell’intesa e (un’opera che sicuramente non mi sarei mai aspettato di trovare in una biblioteca di questo genere) la formidabile Storia dei Papi di Pastor; un’inchiesta in più volumi su I danni ai monumenti e alle opere d’arte delle Venezie nella Guerra mondiale: 1915-1918; numerose sono le opere che indagano la Jugoslavia (dalla sua formazione, alla struttura economica, al suo ruolo sul mare ecc.) e altrettanto numerosi sono i volumi d’arte incentrati su varie città (Venezia, Rovigo, Ferrara…).

Sto tralasciando molto, molto altro. Invitandovi ad andare a curiosare, preciso che una volta giunti sulla pagina iniziale della biblioteca, ci si trova di fronte alle opere raggruppate per decenni. Per aprire l’elenco del decennio prescelto ho dovuto cliccare col pulsante destro del mouse e poi “apri link in un’altra scheda” e la lista si aprirà normalmente. I libri si possono scaricare in formato PDF.

Idealmente la Biblioteca Storica di Studi Adriatici si può integrare con Travelogues che ho recensito in Un ricchissimo sito sul tema del viaggio.

Devo la scoperta di questo sito all’amico Emanuele Catone, che ringrazio.

I Mélange e le Publications de l’école française de Rome

I Mélange e le Publications de l’école française de Rome su Persée

Del portale Persée ho già parlato in un’altra occasione. Da questa splendida biblioteca digitale voglio segnalare riviste e annali che riguardano l’Italia. La prima sono i Mélanges de l’école française de Rome. Persée li ha digitalizzati dal 1881 al 2009 per complessivi 287 numeri. Un lavoro impressionante.

École française de Rome

Fondata nel 1875, l’École française de Rome è un’istituzione pubblica scientifica, culturale e professionale sotto la supervisione del Ministero nazionale dell’istruzione, dell’istruzione superiore e della ricerca.

La missione fondamentale della École française de Rome è la ricerca e la formazione alla ricerca nel campo dell’archeologia, della storia e di altre scienze umane e sociali, dalla preistoria ai giorni nostri. La sua principale area di intervento copre un’area che comprende Roma, l’Italia, il Maghreb e i paesi dell’Europa sudorientale in prossimità del Mare Adriatico.

I Mélange  hanno una cadenza biennale. Dal momento che è disponibile un indice degli autori, ho dato un’occhiata: vi hanno collaborato e vi collaborano molti dei nostri storici più autorevoli: Bigatti, Franco de Felice, Insenchi, Legnani, Mastellone, Morabito, Pivato, Rao, Riccardi, Mariuccia Salvati, Turi, Viola e altri ancora. L’elenco, ovviamente, è ampiamente incompleto.

La stessa istituzione dal 1965 ci offre le Publications de l’École Française de Rome. Per l’età contemporanea ci sono offerti numeri tematici e atti di convegni. Mi limito a segnalare alcune cose: Opinion publique et politique extérieure en Europe. I. 1870-1915. Actes du Colloque de Rome (13-16 février 1980) in tre volumi, Les Noblesses européennes au XIXe siècle. Actes du colloque de Rome (21-23 novembre 1985), Les Italiens en France de 1914 à 1940. Sous la direction de Pierre Milza, Villes et territoire pendant la période napoléonienne (France et Italie). Actes du colloque de Rome (3-5 mai 1984) e molto, molto altro davvero.

Infatti, vi sono anche monografie tematiche e un gran numero di Tesi. Andate a curiosare e a frugare… merita davvero.