Recensione. Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari

Sale pepe e spezie

Espressioni tipo: “mettici il sale” o “ci starebbe bene un po’ di pepe” sono tra le più comuni. Ma nel medioevo non le avrebbero usate con la stessa facilità con la quale le usiamo noi. Oggi sale e pepe costano pochissimo; nel medioevo invece erano rari e in quanto tali, costosi. Il sale serviva a conservare la carne, il pepe (e altre spezie) era invece uno status symbol (e non – sostiene l’A – per rendere commestibile carne mal conservata o andata a male, come si ritiene talvolta). In tempi in cui i viaggi erano lunghi, costosi e incerti, disporre sulla propria tavola di sale e pepe in abbondanza era in Europa una faccenda che aveva a che fare col lusso e col potere (pp. 5-6). Disporre in abbondanza di spezie significava mostrare a tutti la possibilità di procurarsi prodotti di lusso. Non a caso le spezie venivano servite a parte (e usate su cibi e vini già abbondantemente speziati).

Lontananza, rarità, costi elevanti: soddisfare la richiesta di spezie significava per i trafficanti e i commercianti fare affari spesso rischiosi, ma molto vantaggiosi. A ciò contribuiva il fatto che la società cominciava a stratificarsi e la borghesia nascente oltre ad imitare la nobiltà era desiderosa di mostrare la posizione raggiunta e le ricchezze accumulate: le spezie erano la realizzazione di questi desideri. Nel commercio del pepe e delle spezie Venezia fu in prima fila e il periodo di massima floridezza della città coincide con quello di maggior consumo di pepe e di spezie.

Il sistema funzionò finché l’importare spezie dall’India e dalla Molucche divenne troppo costoso e quindi proibitivo anche per gli acquirenti europei che videro i prezzi di queste merci lievitare in modo esponenziale. Gli europei cominciarono a cambiare gusti e a ricercare nuovi sapori. C’è una correlazione tra il lievitare dei costi fino a livelli proibitivi e il cambiamento di gusto nella società? Certamente sì: quando un prodotto diventa troppo costoso la gente cerca una via d’uscita. La faccenda prese un corso imprevisto perché Colombo cercava le Indie e con le Indie cercava anche il pepe e le spezie, solo che finì per trovare l’America e con essa la cioccolata e il tabacco. Da questo punto di vista le spezie segnano il passaggio dal medioevo all’età moderna: il loro dominio durò secoli, dall’XI al XVII, e svolsero la funzione fondamentale di spingere un’Europa medievale ripiegata su sé stessa alla scoperta dei confini del mondo, ma poi le rotte commerciali si spostarono al nord Europa e si modificarono le rotte dei traffici e le merci.

Il caffè

Nuovi sapori. Ma anche nuove necessità. Caffè, tabacco e cioccolata ne sono un ottimo esempio. Che il caffè fosse parte integrante della cultura araba non stupisce: in una società fortemente votata all’astrazione come quella musulmana in quel periodo e nella quale è proibito l’alcol, il caffè rappresentava la bevanda ideale. Le cose non stavano così in Europa, dove vino e birra erano la base non solo del bere, ma anche del cibarsi, del mangiare. L’A. riporta ricette di zuppe di birra che venivano consumate a colazione (ne ho provata una ed è venuta un pastone immangiabile…). Il consumo di vino e birra nella Europa pre-industriale è qualcosa di difficilmente immaginabile oggi. Il fatto che fossero non solo bevande, ma anche alimento, spiega perché si cominciasse a bere fin da giovanissimi. Nel medioevo gran parte delle persone faceva lavori manuali e spesso all’aperto: vino e birra danno calorie, poi smaltite nel corso di un lavoro fisico faticoso. Questo aiuta a capire perché la gente bevesse moltissimo e le sbornie fossero una questione quasi quotidiana: le feste comandate erano moltissime (103 in Francia), a cui si aggiungevano altre occasioni di convivialità. In queste occasioni scattavano meccanismi sociali che in un certo senso sopravvivono ancora oggi in certe osterie: una volta che si iniziava a bere si innescavano regole non scritte in base alle quali non si smetteva finché tutti i convitati finivano sbronzi marci (rifiutarsi di bere era considerato un oltraggio, ritirarsi equivaleva a riconoscere la propria inferiorità ecc) . Vino e birra sono bevande sociali, perfette per socializzare ed essere consumate in gruppo.

Il caffè si inserisce in questo quadro dominato dal vino e dalla birra come bevanda anti-alcolica. Il caffè – si sosteneva e l’A riporta molti esempi – rende lucidi e, anzi, fa passare la sbornia (il che, da un punto di vista farmacologico, non è vero): non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Ma soprattutto, rimandando il sonno, il caffè dilata il tempo del lavoro. Ecco perché coloro che condannavano il bere appoggiavano e sostenevano il consumo di caffè. Dilatare il tempo del lavoro prima dell’elettricità significava accrescere la possibilità di lavorare di più a cerchie ristrette di persone, uomini che potevano svolgere il proprio lavoro a lume di candela, uomini, quindi, che facevano lavori di concetto, intellettuale. Mentre l’abuso di vino e di birra spengono la lucidità, il caffè l’accende. Il caffè quindi è una spia che indica trasformazioni più profonde a livello economico. Dietro al suo successo, così come a quello del thé ci sono la riforma protestante e l’etica del capitalismo. Non a caso il successo del caffè dipese dal diffondersi a Londra delle Coffeehouse. Le caffetterie erano luoghi di ritrovo per uomini d’affari, commercianti e giornalisti. I più intraprendenti tra i gestori (e Edward Lloyd fu il primo e tra i più lungimiranti tra questi, al punto che la compagnia di assicurazioni da lui fondata è ancora viva, vegeta e potente), fornivano alla clientela giornali, bollettini e notizie e, anzi, alcune di queste Coffeehouse divennero di fatto la redazione dei primi giornali. (Su questi aspetti si veda anche Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.) Non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Secondo l’A non è chiaro come mai a un certo punto il successo del caffè cominciò a declinare a favore dell’ascesa – poi definitiva – del thé. Schivelbusch avanza un’ipotesi di carattere economico: il thé era più caro del caffè in termini massimi, ma ne bastava meno per preparare l’infuso, cioè in definitiva risultava meno caro. Dato che anche il thè è un eccitante e ha proprietà molto simili a quelle del caffè, la sostituzione fu indolore (pp. 55-76).

Che l’economia svolga un ruolo decisivo nel fare la fortuna di un prodotto o meno è dimostrato dal caso tedesco. Frastagliata in decine di stati, staterelli, granducati ecc., per la Germania del tempo, priva di colonie e sostanzialmente al di fuori dai grandi flussi commerciali, procurarsi caffè costava moltissimo. Questo affare in perdita fece la fortuna del surrogato di cicoria, dal colore simile al caffè, ma di gusto diverso e più rozzo, che però si impose a livello sociale proprio in virtù del fatto che costava molto meno (pp. 76 ssgg.).

La cioccolata

Se il caffè e il thé sono le bevande della borghesia protestante in ascesa, la cioccolata è la bevanda dell’aristocrazia nei paesi cattolici. Caffè e cioccolata rispecchiano e rimandano le due indoli opposte delle religioni rivali: dinamica la prima, conservatrice e più pigra la seconda. Mentre nell’uomo d’affari protestante il caffè va a sostituire la zuppa di birra e attiva la giornata lavorativa, l’aristocrazia consuma la cioccolata nel dolce tepore delle coperte, a letto, con calma, avendo di fronte a sé una giornata da riempire senza aver nulla da fare. E ancora: il caffè è bevanda intellettuale, che anzi spegne gli ardori carnali (al punto che alcune donne londinesi protestarono per iscritto su questo presunto effetto collaterale), la cioccolata è bevanda sensuale, che prepara e agevola agli incontri amorosi.

La devastazione sociale provocata dal gin

Dedicare più tempo al lavoro significa averne meno per sé. È esattamente quello che accade con l’irrompere sulla scena dell’acquavite (e per certi aspetti dell’oppio). L’acquavite passò dal bancone del farmacista o dall’armadietto del medico al bancone dell’oste proprio a seguito della Rivoluzione industriale: strappati alle loro terre con le “recinzioni” (cioè vere e proprie espropriazioni) e richiusi nelle fabbriche i contadini persero le loro tradizioni e le loro abitudini e, per così dire, il senso dell’orientamento. Il loro mondo lavorativo basato sul ritmo delle stagioni andò in frantumi stritolato dai ritmi forsennati e spietati della fabbrica. Anche la birra e il vino non servivano più: quella gente aveva bisogno di qualcosa che gli facesse dimenticare la propria sorte almeno per qualche ora, ma ci voleva troppo tempo per ubriacarsi con quelle bevande. L’acquavite risolse il problema. Il gin costava poco e aveva una gradazione dieci volte superiore a quella della birra. Non andava sorseggiato, ma ingollato, l’invenzione del bancone accelerò ancor di più il processo perché permetteva di servire un’enorme quantità di persone. Ubriacarsi, risultato spaventoso dell’alienazione del lavoro, rimase un fatto collettivo (il sabato, giorno di paga gli operai si ubriacavano), ma divenne anche una questione personale, solitaria.

Il dilagare del gin fu una tragedia sociale (chi non aveva soldi a sufficienza per bere andava in farmacia a comprare pillole d’oppio confezionate apposta – si vedano le citazioni a p. 228) che metteva in imbarazzo riformatori sociali e socialisti. I dirigenti socialisti sapevano perfettamente che erano le osterie i centri di ritrovo – e anche di elaborazione politica – del proletariato – d’altra parte non potevano non condannare l’alcolismo.

Bevute di nebbia: il tabacco

Il minor tempo per sé è registrabile anche osservando l’evoluzione del fumo. Per fumare la pipa occorreva – e occorre – un piccolo arsfenale e un certo lasso di tempo per preparala; il sigaro accorcia di molto la procedura; la sigaretta, infine, la annulla. Pipa, sigaro e sigaretta dicono già qualcosa sull’indole e sull’occupazione del fumatore: chi fuma la pipa ha tempo a disposizione, e pertanto non era certo un operaio di fabbrica con orari infiniti; il sigaro fu fumato a lungo dai lavoratori, ma poi divenne uno status del capitalista, soppiantato dalla sigaretta tra i lavoratori manuali i quali potevano avere “il tempo di una sigaretta” (cinque-sette minuti), ma non quello per un sigaro.

Il fumare investe anche altre questioni: donne colte ed emancipate fumavano per affermare un diritto – conquistato col tempo per le sigarette, ma non per il sigaro o la pipa – e furono coinvolte nei messaggi subliminali della pubblicità, cui la sigaretta (o il pacchetto) rimandano. Ancora prima la moda e lo status avevano fatto la fortuna degli artigiani che producevano porta-tabacco per i fiutatori di tabacco, una moda aristocratica poi diffusasi in altre classi: le più preziose costavano una follia e chi poteva permetterselo le abbinava al vestiario.

Paradisi artificiali: haschish e oppio

Nel libro ci sono altri capitoli interessanti: quello dedicato ai locali, notevole e acuto, ha un carattere più sociologico che storico; un altro dedicato al rituale ha un taglio antropologico-sociologico, mentre molto stimolante per lo storico è quello dedicato ai “paradisi artificiali” nell’Ottocento. Qui si spiega perché l’uso di droghe come l’hascish e l’oppio furono sostanzialmente fenomeni marginali nella società europea. Semplicemente i loro effetti non collimano con i ritmi imposti dalla società capitalistica. Entrambi sono dei calmanti, rilassano, rallentano. Il capitalismo tende invece a “rubarci” tempo e a imporre ritmi frenetici. Le frange di coloro che facevano uso di queste sostanze, per tutto il XIX secolo acquistabili liberamente, erano formate da gente che rifiutava le leggi economico-sociali della società e si poneva ai suoi margini.

Oggi il consumo di droghe leggere si è ampliato e non è da escludere che arriverà il tempo in cui anche queste saranno socialmente accettate perché, come dice l’A., “ogni tipo di società i generi voluttuari e le sostanze inebrianti di cui ha bisogno e che è in grado di sopportare” (p. 223).

Conclusioni

La lettura di questo libro è davvero piacevole e spesso divertente. C’è molto altro dentro a questo testo – tra l’altro ricco di immagini che non hanno un semplice compito coreografico. (Per chi voglia approfondire, per la Francia può esplorare L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini per Londra, Collage. Londra attraverso le immagini). Questa Storia dei generi voluttuari ci fa capire molte cose ed è un ottimo esempio di cosa la storia ci possa dire e far capire studiando aspetti che, come i generi voluttuari appunto, di solito consideriamo secondari.

Chiude il libro una bella intervista. C’è una bibliografia ma purtroppo mancano le indicazioni per le citazioni. Peccato.

Atti delle Accademie italiane in Beic

Atti, Memorie e altro ancora di cinque tra i più importanti istituti di cultura e accademie italiane

Com’è naturale che sia la Beic, che ho presentato nella pagina delle  Biblioteche Digitali sta ampliando la propria offerta. La pagina dedicata agli Atti delle Accademie italiane, ora ci presenta una collezione di Atti, Memorie e altro ancora di cinque accademie italiane.

Com’è noto, le Accademie hanno svolto un ruolo fondamentale non solo, ovviamente, per l’accrescimento della cultura (promuovevano spesso dei premi in denaro per le opere più meritevoli), ma soprattutto per la sua diffusione in epoche e periodi in cui la censura poteva ostacolare in vario modo la circolazione dei libri.

Il ruolo delle Accademie

Fu attraverso le Accademie – quasi sempre presiedute e dirette da personalità influenti a livello locale e non solo, e comunque con legami più o meno stretti nel mondo politico e decisionale – che molte opere poterono essere consultate e – magari in tempi migliori – discusse e dibattute.

Di più: come ho detto spesso in altre occasioni, la cultura italiana è sempre stata particolarmente attenta a quella straniera. Si tratta di un fenomeno che a volte ha assunto i tratti di quasi sudditanza: basti pensare a Einaudi che lanciò la sua grandiosa “Storia d’Italia” non a Torino (sede della casa editrice), non a Milano (“capitale economica” del Paese), non a Roma, ma a Parigi, nella convinzione – esatta – che se l’opera fosse stata ben accolta all’estero allora avrebbe venduto bene anche in Italia.

Del resto, case editrici come Einaudi, Feltrinelli, Laterza e altre ancora hanno in alcuni periodi supplito alle manchevolezze di un mondo accademico non sempre pronto a cogliere le novità più importanti, traducendo testi che altrimenti sarebbero stati preclusi alla gran parte dei cittadini italiani.

Storia lunga dunque, confermata appieno dai saggi e dalle recensioni che si trovano all’interno degli Atti delle Accademie in Beic. Sono disponibili quelli dell’Accademia dei LinceiAccademia delle scienze di TorinoIstituto lombardo Accademia di scienze e lettere, Istituto nazionale italiano e Istituto veneto di scienze, lettere ed artiBeic – Atti di Accademie Italiane

Recensione. Giuseppe Lorentini: L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944)

Un libro importante per conoscere e capire un aspetto ancora poco noto della nostra storia e del fascismo.

Parlando con studenti che mi domandano un parere per le loro tesi o con appassionati cronachisti di storia locale mi capita spesso di metterli in guardia dall’imbarcarsi a scrivere di micro-storia. Solitamente si è portati a credere che scrivere la storia di un paesello, di un ente, un ospedale ecc. sia più semplice che scrivere di temi generali. A mio parere non è così. Scrivere di “micro-storia” è più difficile che scrivere di “macro-storia”. Lo è perché la micro-storia ha senso soltanto nella misura in cui riesce ad approfondire e a far comprendere meglio la macro storia. Perciò ho letto con grande curiosità questo L’ozio coatto di Lorentini, un libro che ci spiega la nascita e il funzionamento del campo di concentramento fascista di Casoli.

Lorentini si è mosso a cerchi concentrici. Nel primo dei quattro capitoli che compongono il suo lavoro, contestualizza il campo di Casoli dopo averlo inquadrato nel contesto generale dei Lager, dei campi di sterminio e dei campi di concentramento. Sono distinzioni importanti, fondamentali, che l’A. illustra e discute sulla base di una solida e profonda conoscenza e dimistichezza con la storiografia.

In particolare il primo e il terzo paragrafo sono utilissimi per chi desideri approfondire questi temi: vi si trovano bibliografie ragionate e puntuali nelle note a piè di pagina e spiega in modo chiaro perché in Italia la storiografia abbia cominciato ad interessarsi ai “campi” solo in tempi relativamente recenti.

Nel secondo capitolo si focalizza l’attenzione al caso italiano. Furono le leggi razziali, la legge di guerra del 1938 e i provvedimenti di polizia del 1940 a riversare la “grande storia” sulla pelle delle persone comuni che poi finiranno a Casoli. L’internamento in quanto tale non era una novità: l’Italia lo aveva già adottato nel corso della Grande Guerra nei confronti i sudditi austroungarici e tutti i soggetti genericamente ritenuti sovversivi (socialisti, anarchici, pacifisti ecc.) (p. 59). La legge di guerra del 1938 fu il risultato di una lunga gestazione, ma fu la guerra ad accelerare e rendere operativi l’approntamento dei campi e le normative che li riguardavano (p. 62, nota 23).

Leggi razziali e la guerra spiegano anche la duplicità del campo di Casoli: dal 1940 al 1942 vi furono internati gli “ebrei stranieri” per ragioni razziali; dal 1942 gli “internati politici”. Questi ultimi erano “ex jugoslavi” provenienti dalle zone occupate dall’esercito italiano dove era prevista la sostituzione della popolazione locale con italiani: è la storia di una brutale occupazione e sradicamento dal proprio ambiente (che smentisce la convinzione comune che gli italiani, “brava gente” siano stati più “morbidi” dei nazisti) che irrompe sulla scena e su un microcosmo come era il piccolo paese di Casoli.

L’A. mostra egregiamente queste due storie: in linea generale gli “ebrei stranieri” ebbero una vita meno dura nel campo di Casoli (pagata però a carissimo prezzo successivamente): si trattava di persone che in non pochi casi disponeva di mezzi finanziari (a volte anche notevoli) e questo valse loro la possibilità di cavarsela meglio rispetto agli “internati politici” che li sostituirono – in genere povera gente che talvolta nemmeno sapeva per quale ragione fosse finita lì e che fu sottoposta a un regime di controllo e di vita molto più pesante e invasivo.

Da questo punto di vista Lorentini fa bene a rimarcare che la nebulosità della legislazione in vigore consentisse ai vari organi e al personale periferico dello Stato un’ampia libertà di azione e come spesso i due piani si intrecciassero o si sovrapponessero. In altre parole la legislazione consentiva di fare un uso razziale di provvedimenti di ordine pubblico.

È descrivendo la vita interna del campo – allestito velocemente, cosa piuttosto strana ma indicativa, considerata la farraginosità della condotta di guerra del regime durante la guerra – che macro-storia e micro-storia si fondono: la descrizione dell’amministrazione del campo, la capacità – o l’incapacità – degli internati di adattarsi alle contingenze, le corrispondenze, fanno emergere la brutalità inumana del regime, le sottili strategie degli internati per sopravvivere – acquistare qualcosa dagli abitanti, pranzare o cenare alle osterie per gli ebrei che potevano permetterselo – la pesantezza di un “ozio coatto” avvilente e psicologicamente devastante.

Lorentini fa interagire questi soggetti – una burocrazia occhiuta inefficiente ma indifferente, il personale che dirige il campo, gli internati –  e ne emergono elementi significativi: la “funzionalità” dei luoghi di detenzione per la povera economia del paese, le eccezioni verso personalità importanti – un luminare ebreo invitato a pranzo da altri – le ipocrisie dei fascisti locali che espongono denunce trincerandosi dietro l’anonimato, l’organizzarsi degli “internati politici” con l’elezione di un capo.

Ho accennato alla smentita secca e documentata della bonarietà dei militari. Un altro “mito” da sfatare è la bonarietà degli apparati repressivi del regime: il confino come luogo di “vacanza” per gli oppositori del regime . Tutt’altro. Di “ozio” coatto, forzato, imposto parlano molti internati che subiscono la pesantezza dell’inazione e si sentono condannati (senza aver fatto nulla per esserlo) a una inazione psicologicamente rovinosa. Così come fa bene l’A. a ricordare che le leggi razziali non colpirono solo gli ebrei ma anche anche altre minoranze come gli zingari e a spiegare i motivi per i quali in Italia si è tardato molto a parlare dei campi. Lo fa citando un altro autore (p. 43, nota 87) dando prova di grande rispetto e maturità.

Completano il volume un’Appendice in cui si riportano le schedature degli internati “ebrei stranieri” e quella degli internati politici. È un lavoro che scaturisce da un’accurata ispezione all’Archivio Comunale e dal suo sito che ho già segnalato tempo fa: La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascistiUn video sul Campo di concentramento fascista di Casoli

L’ozio coatto si inserisce in un filone di studi recente ma già discretamente nutrito, ma questo libro ha il pregio della chiarezza espositiva e della esaustività.

Perciò, chi vuole conoscere e capire un aspetto poco noto della nostra storia e cominciare a comprendere gli infiniti aspetti delle violenze e brutalità che i regimi fascisti hanno fatto e le guerre fanno esplodere, L’ozio coatto di Lorentini è il libro ideale.

Un “mare di cose” nella Biblioteca storica di Studi Adriatici

Un vero Mare Magnum questa Biblioteca storica di Studi Adriatici…

La Biblioteca Storica di Studi Adriatici è la biblioteca on line dell’Istituto di Scienze Marine che ha sede a Venezia e varie filiali in altre città (Bologna, Genova, Lerici, Napoli, Trieste).

Considerata la specificità dell’argomento esplicitata fin dalla denominazione verrebbe da considerarla una biblioteca di nicchia per pochi addetti ai lavori, dediti a ricerche specifiche.

La Biblioteca Digitale

In realtà non è così sia perché da un lato la

Biblioteca storica di Studi Adriatici BSA include i fondi: Istituto di Studi Adriatici, Comitato Talassografico Italiano, Osservatorio della Pesca Marittima, Biologia del Mare, Istituto per lo Studio della Dinamica delle Grandi Masse confluiti in ISMAR Venezia

[dall’altro, la biblioteca]

raccoglie testi di argomento scientifico ed umanistico dedicati a Venezia, all’Adriatico, ai Balcani e al mare in generale dal Rinascimento agli anni 2000.

Un vero Mare Magnum

Infatti, curiosando tra i 746 testi fino ad ora scansionati, si trova letteralmente un mare di materiale disparato: dai molti volumi de Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato ai 18 volumi de L’arte di verificare le date dei fatti storici delle inscrizioni delle cronache e di altri antichi monumenti Dall’anno 1770 sino a’ giorni nostri; dalla Storia della Repubblica di Venezia dal suo principio sino al giorno d’oggi di Giuseppe Cappelletti a molte opere riguardanti l’Albania, la Croazia, l’Istria, la Dalmazia, Venezia (sia opere di storia che studi idraulici e memorie) Trieste…

Vi sono dizionari della lingua veneta, bollettini bibliografici, libri di memorie, molte opere incentrate sul Mediterraneo durante la Grande Guerra…

A testimonianza dell’ampiezza degli argomenti citiamo ad esempio L’intervento dell’Italia nei documenti segreti dell’intesa e (un’opera che sicuramente non mi sarei mai aspettato di trovare in una biblioteca di questo genere) la formidabile Storia dei Papi di Pastor; un’inchiesta in più volumi su I danni ai monumenti e alle opere d’arte delle Venezie nella Guerra mondiale: 1915-1918; numerose sono le opere che indagano la Jugoslavia (dalla sua formazione, alla struttura economica, al suo ruolo sul mare ecc.) e altrettanto numerosi sono i volumi d’arte incentrati su varie città (Venezia, Rovigo, Ferrara…).

Sto tralasciando molto, molto altro. Invitandovi ad andare a curiosare, preciso che una volta giunti sulla pagina iniziale della biblioteca, ci si trova di fronte alle opere raggruppate per decenni. Per aprire l’elenco del decennio prescelto ho dovuto cliccare col pulsante destro del mouse e poi “apri link in un’altra scheda” e la lista si aprirà normalmente. I libri si possono scaricare in formato PDF.

Idealmente la Biblioteca Storica di Studi Adriatici si può integrare con Travelogues che ho recensito in Un ricchissimo sito sul tema del viaggio.

Devo la scoperta di questo sito all’amico Emanuele Catone, che ringrazio.

I Mélange e le Publications de l’école française de Rome

I Mélange e le Publications de l’école française de Rome su Persée

Del portale Persée ho già parlato in un’altra occasione. Da questa splendida biblioteca digitale voglio segnalare riviste e annali che riguardano l’Italia. La prima sono i Mélanges de l’école française de Rome. Persée li ha digitalizzati dal 1881 al 2009 per complessivi 287 numeri. Un lavoro impressionante.

École française de Rome

Fondata nel 1875, l’École française de Rome è un’istituzione pubblica scientifica, culturale e professionale sotto la supervisione del Ministero nazionale dell’istruzione, dell’istruzione superiore e della ricerca.

La missione fondamentale della École française de Rome è la ricerca e la formazione alla ricerca nel campo dell’archeologia, della storia e di altre scienze umane e sociali, dalla preistoria ai giorni nostri. La sua principale area di intervento copre un’area che comprende Roma, l’Italia, il Maghreb e i paesi dell’Europa sudorientale in prossimità del Mare Adriatico.

I Mélange  hanno una cadenza biennale. Dal momento che è disponibile un indice degli autori, ho dato un’occhiata: vi hanno collaborato e vi collaborano molti dei nostri storici più autorevoli: Bigatti, Franco de Felice, Insenchi, Legnani, Mastellone, Morabito, Pivato, Rao, Riccardi, Mariuccia Salvati, Turi, Viola e altri ancora. L’elenco, ovviamente, è ampiamente incompleto.

La stessa istituzione dal 1965 ci offre le Publications de l’École Française de Rome. Per l’età contemporanea ci sono offerti numeri tematici e atti di convegni. Mi limito a segnalare alcune cose: Opinion publique et politique extérieure en Europe. I. 1870-1915. Actes du Colloque de Rome (13-16 février 1980) in tre volumi, Les Noblesses européennes au XIXe siècle. Actes du colloque de Rome (21-23 novembre 1985), Les Italiens en France de 1914 à 1940. Sous la direction de Pierre Milza, Villes et territoire pendant la période napoléonienne (France et Italie). Actes du colloque de Rome (3-5 mai 1984) e molto, molto altro davvero.

Infatti, vi sono anche monografie tematiche e un gran numero di Tesi. Andate a curiosare e a frugare… merita davvero.

 

Arti e mestieri del Settecento

Una fonte (quasi) inesauribile per storici, studiosi (e aspiranti romanzieri). I 18 volumi del Dizionario delle Arti e de’ Mestieri

Alzi la mano chi non si è mai messo di fronte al pc e aperto un foglio di word pensando: “adesso scrivo un romanzo”. Io ne avrò iniziati almeno cinque (e ovviamente non ne ho finiti nessuno…).  Il fatto è che per scrivere romanzi non basta soltanto il talento, occorre tecnica e preparazione. Chi, poi, intenda scrivere un romanzo storico si troverà di fronte a una serie di problemi anche maggiori. Immaginiamo di dover descrivere un pranzo di ricchi aristocratici del 1700: di sicuro le portate erano molto differenti rispetto a quelle di oggi. Bisogna scovarle, documentarsi insomma.

In aiuto agli aspiranti scrittori di romanzi storici viene questo Dizionario di Arti e de’ Mestieri scritto da Francesco Griselini e poi proseguito da Marco Fassadoni.

Come si pescavano le anguille – o come si cucinavano? Come si fabbricava la carta? Quanti tipi ne esistevano? E l’inchiostro? Come si conciavano le pelli o si fabbricava la seta? Come si navigava? – l’autore è un veneziano, impossibile che non trattasse questo argomento. Come si doveva curare un giardino o coltivare un orto? Insomma, chi ha la curiosità di scoprire merci e mestieri di tre secoli fa, questo Dizionario di Arti e de’ Mestieri fa al caso suo.

Un intellettuale impegnato e partecipe

Ovviamente lo scopo degli autori era molto più serio di quanto ho scritto fin’ora. Nella voce Francesco Griselini del Dizionario Biografico degli Italiani Treccani il curatore Paolo Preto (alla quale rimando per approfondimenti e indicazioni bibliografiche) traccia il profilo di un personaggio impegnato e partecipe delle vicende culturali e politiche del suo tempo.

Del resto, già il titolo dell’opera non può non rimandare all’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers di Diderot e d’Alambert. Il Dizionario di Arti e de’ Mestieri si poneva come

silloge di “quanto di migliore da uomini celebri e pieni di patriottismo è stato pubblicato in differenti luoghi e in differenti tempi” in materia d’agricoltura e di industria; l’agricoltura, “industria madre delle arti”, può progredire con l’ausilio dell’attività riformatrice dell’autorità politica, in “una specie di guerra, ove soltanto si vince e si trionfa quando il sovrano qual capo e duce dirige i suoi sudditi, gli animi alle belle ed utili intraprese, e che questi concorrono co’ loro studi e colle loro applicazioni vèr quella meta, cui segna la strada il genio per il ben pubblico, la gloria nazionale e l’interesse comune”

e – come ha scritto uno storico – era “la più chiara enunciazione e il tentativo più organico e volonteroso di mettere la terra veneta a contatto con la spinta del riformismo economico e sociale, l’espressione più sentita e generosa di un’illusione destinata presto a cadere di fronte alla irrimediabile cristallizzazione delle strutture oligarchiche dello stato”.

Ciò che a noi oggi può servire come fonte per studi di storia o come piacevole diletto per soddisfare semplici curiosità ha avuto all’epoca una valenza precisa, almeno negli intenti degli autori.

I 18 volumi del Dizionario di Arti e de’ Mestieri si trova sia digitalizzato dal Getty Research Institute per conto di Internet Archive a questo indirizzo: Dizionario delle Arti e de’ Mestieri, sia su Google libri a questo indirizzo: Dizionario delle Arti e de’ Mestieri (in Google libri).

Andate a curiosare.

Aggiornamenti dalla Biblioteca Digitale Salernitana Salernum

I nuovi arrivi alla Biblioteca Digitale Salernitana…

Com’è naturale che sia le biblioteche digitali rinnovano e incrementano il materiale che mettono a disposizione degli utenti. Arriva dunque il momento di segnalare i nuovi documenti messi on line. La Biblioteca Digitale Salernitana (che ho presentato qui: Salernum ) non fa eccezione.

Aggiornamenti tanto più necessari perché col tempo gli articoli sul blog aumentano di numero e i vecchi articoli cadono non dico nel dimenticatoio, ma senza dubbio restano i meno ricercati, soprattutto da chi ha scoperto il blog da poco tempo e quindi non lo ha ancora esplorato per intero.

Nuovi arrivi

Tra le nuove immissioni troviamo: alcuni numeri della rivista Civiltà della Campania, un bimestrale promossa dall’Assessorato per il Turismo della Regione Campania, venti annate dell’Archivio Storico delle province napoletane (i numeri non sono in ordine cronologico), tre volumi del Bollettino bibliografico della storia del Mezzogiorno d’Italia (ogni volume comprende più anni); alcuni numeri delle riviste Salernum, e Salerno Quadrante.

Anche le monografie sono state incrementate. Oltre ad alcune opere di carattere economico e/o politico vi è un’interessante monografia sui Paesaggi Salernitani e altre ancora.

Insomma, gli aggiornamenti della Biblioteca Digitale Salernitana Salernum – Aggiornamentisono notevoli per studiosi, studenti e curiosi e, sicuramente, un buon sostegno al portale Storia della Campania.

Buona lettura

Periodici e Giornali digitalizzati Parte X

Giornali e periodici di Roma da varie biblioteche

Questa parte dei Periodici e Giornali digitalizzati è dedicata ai periodici di Roma. Infatti,

La Biblioteca universitaria Alessandrina vuole mettere a disposizione di studiosi e curiosi, in formato digitale consultabile, la sua raccolta di periodici pubblicati nella provincia di Roma tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo pervenuti per diritto di stampa.

A partire dal 1815 la biblioteca, infatti, ha ricevuto gli esemplari delle opere stampate nello Stato Pontificio e, dal 1870, gli esemplari di quelle stampate da tipografie della provincia di Roma.

La raccolta comprende 80 testate per un totale di circa 60.000 immagini. Tra i titoli si trovano periodici illustrati per bambini e ragazzi (Il novellinoIl folletto dei bambini, Il messaggero dei fanciulli, Il messaggero della gioventù), giornali di carattere politico (L’azione socialista, Il domani politico quotidiano,L’iniziativa giornale politico repubblicano, Il pensiero guelfo democratico cristiano), periodici culturali (Bianco e nero giornale settimanale d’arte, Il giornale del teatro).

Così ci presenta il progetto Periodici della Provincia di Roma tra Ottocento e Novecento che ospita le testate. Purtroppo, come ho già rilevato in altre occasioni, la consultazione non è agevole. Manca infatti un elenco dei giornali digitalizzati. Ci si può muovere però in altri modi effettuando la ricerca per anno.

Dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma

Il progetto della Biblioteca Alessandrina e di Internet Culturale non è l’unico che ci permette di consultare giornali e periodici di Roma. Oltre ai progetti Periodici preunitariQuotidiani digitalizzati dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma, la BSMC ci regala Il Diritto (dal 1860 al 1871), la Gazzetta Ufficiale di Roma (per il 1870-71), il settimanale Meridiano di Roma.

Dalla Emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ha scommesso moltissimo sulla propria Emeroteca. I giornali e periodici digitalizzati sono centinaia ed è probabile che mi sfuggano alcune pubblicazioni. Tra i giornali e i periodici che voglio segnalare qui sono: il Giornale di Roma (dal 1849 al 1870), Rivista di Roma politica, parlamentare, sociale, artistica (dal 1899 al 1932 con interruzioni), Rassegna Romana (dal 1933 al 1938), Roma rivista di studi e di vita romana (dal 1923 al 1944), Quadrivio: grande settimanale letterario illustrato di Roma (dal 1933 al 1943), Corriere di Roma: quotidiano di informazioni / a cura del PWB,  il Messaggero di Roma (dal 1946 al 1989 – del Messaggero sono disponibili altre annate, i link nel portale dell’Emeroteca sono immediatamente sopra a questo).

Conclusioni

Da questo elenco sono rimaste escluse molte testate. Nella sua Digiteca  la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea ha realizzato uno splendido progetto sulla Repubblica Romana del quale parlerò prossimamente in un altro articolo.

Anche l’Emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma contiene numerose testate. Sono periodici e giornali tematici e non generici come quelli presentati qui. Perciò li presenterò in altre occasioni.

Intanto, buona lettura.

Cultura e progresso nel Regno delle Due Sicilie

Una fonte per la storia del Regno delle due Sicilie. Gli Annali Civili

Nel presentare alcune Riviste digitalizzate per la storia del Risorgimento. ho fatto cenno all’importanza che in generale hanno rivestito riviste e periodici. Gli Stati Preunitari avvertivano acutamente la distanza che li separava dalle potenze europee. Cultura e progresso erano due fari che attraevano non solo le menti più attente e inquiete, ma anche i governi stessi.

Genesi e scopo degli Annali

Ne sono prova, per il Regno delle Due Sicilie, questi Annali Civili del Regno delle due Sicilie (voluti dal sovrano in persona) laddove si sottolineava con rammarico che “noi siamo istruiti delle nostre cose da autori stranieri”. Rivista a carattere miscellaneo come era caratteristica dell’epoca, gli Annali si posero il compito di presentare i progressi e le acquisizioni nei campi della scienze sociali, naturali e umane , dalla ricerca, dall’industria, dall'”ingegno” degli abitanti del Regno, e che fossero considerati degni, è detto consapevolmente nelle presentazione al pubblico che apre il primo fascicolo.

Diretti dal Taddei, agli Annali collaborarono tra gli altri Melchiorre Delfico, Leopoldo Pilla, Gabriele Costa, Arcangelo Scacchi, Emanuele Taddei, Cesare Malpica, Giuseppe Nicolini, Bernardo Quaranta, Teodoro Monticelli, Nicola Santangelo. Dopo la morte del Taddei Raffaele Liberatore, uno dei collaboratori più assidui su svariati argomenti, ne acquisì la direzione.

In ogni caso, come accadeva altrove del resto – basti pensare allo Stato Pontificio – la libertà intellettuale degli autori era limitata dall’occhiuta vigilanza della censura.

Anche in questo caso troviamo articoli e relazioni sull’economia del Regno, divulgazione scientifica, arte, recensioni di libri, bibliografie ecc. Abbiamo così la possibilità di confrontare la sensibilità che percorreva il Regno delle Due Sicilie con quella di altri Stati preunitari.

Gli eventi del 1848 ne interruppero la pubblicazione, che riprese qualche anno più tardi sempre per volere del sovrano. I numeri che abbiamo a disposizione grazie  al Getty Museum che li ha digitalizzati e riversati su Internet Archive sono quelli della prima serie: dal 1° volume del 1833 al quarantacinquesimo del 1847.

Annali come “specchio” di una società

Riviste e periodici riflettono le intelligenze, gli umori, il grado di “civilisation” dei vari Stati preunitari. Gli Annali Civili del Regno delle due Sicilie non fanno eccezione e il lettore di oggi potrà giudicare da sè, sfogliando i “dodici o più fogli, nella forma dell’in 4°, con ottima carta e nitidi tipi a doppia colonna di stampa” che componevano gli Annali. Annali che, oltre ad unirsi alle altre riviste che ho già segnalato, possono integrare Storia della Campania:

Buona consultazione: Annali Civili del Regno delle Due Sicilie

Le riviste italiane di storia su JSTOR

Riviste italiane di storia su JSTOR

Non c’è bisogno di dilungarsi più di tanto su JSTOR. Semplicemente è una delle più grandi biblioteche digitali in rapporto alle riviste e, da qualche tempo, anche a pubblicazioni di carattere scientifico.

JSTOR è:

è un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla comunità accademica per la scoperta, l’utilizzo e lo sviluppo di una vasta gamma di lavori intellettuali in un archivio digitale affidabile.

Il nostro intento fondamentale si propone lo scopo di proteggere la documentazione accademica per i posteri e di sostenere efficacemente la ricerca e l’insegnamento. Abbiamo predisposto una piattaforma di ricerca che distribuisce strumenti e tecnologie di informazione per incrementare la produttività e promuovere nuove forme di cultura. Collaboriamo con organizzazioni che ci sostengono nella realizzazione dei nostri obiettivi e il massimo beneficio per la comunità accademica.

Per quanto riguarda le riviste italiane di storia (contemporanea), attualmente le riviste sono:

Contemporanea (dal 1998 al 2013), Archivio Storico Italiano (dal 1842 al 2016), Egitto e Vicino Oriente (dal 1978 al 2017), Meridiana (dal 1987 al 2019), Quaderni Storici (dal 1970 al 2013), Quaderni Storici delle Marche (dal 1966 al 1969), Rivista di Storia della Chiesa in italia (dal 2001 al 2015),  Studi Storici (dal 1959 al 2013).

Fino a non molto tempo fa JSTOR era a pagamento. Ora gli articoli pubblicati prima del 1923 si possono scaricare gratuitamente, mentre si può leggere on line un numero limitato di articoli ogni mese.

Anche con questa limitazione JSTOR resta comunque un ottimo servizio. Buona navigazione: JSTOR