Recensione. Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Un ottimo libro su come gli italiani vissero la prima guerra mondiale. Una lettura facile e preziosa.

Il valore di cesura epocale della Grande Guerra è un dato di fatto ormai comunemente accettato: Hobsbawm ha fatto iniziare il suo “Secolo breve” col 1914; in un libro discutibile e discusso Arno Mayer ha fatto finire l’Ancien régime alla stessa data e, più recentemente, Richard J. Evans ha chiuso la sua grande sintesi sull’Ottocento con l’inizio della prima guerra mondiale (vedi, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914).

Che la Grande Guerra segni la fine del mondo aristocratico come ha sostenuto Mayer, o del mondo formatosi attorno all’ascesa della borghesia, come ritengono Hobsbawm e Evans, poco importa. Ciò che conta è il fatto che la Grande Guerra chiude un’epoca e ne apre un’altra.

La apre all’insegna della novità più sconvolgente: la capacità di produrre morte in modo seriale, anonima e su scala inimmaginabile fino a quel momento. Il progresso tecnologico che si innesta nella produzione bellica introduce per la prima volta la possibilità di produrre armi e munizioni a getto continuo e, conseguentemente, la possibilità di uccidere indefinitamente. Ma in realtà, in quella guerra, per la grande massa di fanti-contadini abituati alla vita dei piccoli paesi, tutto appare sovradimensionato, impressionante: il numero dei proiettili e delle armi, la quantità di derrate alimentari o della posta e… quello dei cadaveri: “i soldati parlano spesso della mass dei morti come se fosse merce accatastata e imballata” (p. 143). La guerra produce anche una morte qualitativamente diversa che inverte il percorso fatto fino allora fin almeno dalla fine del Settecento. Da due secoli si tendeva a rendere la morte più asettica, depurata, meno invadente (si pensi alla costruzione dei cimiteri al di fuori dei paesi); ora, in trincea, i soldati sono costretti a guardare continuamente i cadaveri immobili nella “terra di nessuno”, le loro carni entrare in putrefazione, marcire murando lentamente in materiale organico e a sentirne il fetore (p. 337).

Il mito risorgimentale dell’eroismo del soldato cade miseramente e questi viene introdotto in un “tritacarne” che lo rende anonimo, lo trasforma in semplice carne da macello, lo spersonalizza inserendolo in un contesto in cui egli diventa e si sente come infinitesima parte, del tutto ininfluente, di un meccanismo infinitamente più grande di lui, avvertito come incontrastabile e inarrestabile.

Si tratta di un processo del tutto nuovo che ha ricadute su molti versanti. La “quantità” impressionante, continua, infinita di morte produce assuefazione: la morte (non soltanto quella provocata dalle armi, ma anche dalle malattie) diventa una costante, una presenza quotidiana che dà vita a reazioni molteplici: dal rifiuto della guerra e alla sua denuncia, a forme di “spaesamento” e smarrimento della propria personalità, all’esaltazione della morte e della violenza. A medici e psichiatri si presenta una psicopatologia inedita: lo “shell schock”, lo “schock da combattimento” (un tema sul quale Gibelli ha scritto un libro importante).

L’esaltazione della morte e della violenza rivestono una particolare importanza nel caso italiano. Gibelli illustra come la Grande Guerra sia stata l’incubatrice del fascismo. Un aspetto interessante di questo fenomeno, analizzato con finezza dall’A. è lo scadimento del linguaggio. In alcuni giornali il linguaggio diventa volgare, violento, diretto a screditare l’avversario non nella sfera delle idee ma con argomentazioni che escono dalla politica e che spesso riguardano perfino i connotati fisici dell’avversario. Anche in questo caso si tratta di un processo di incubazione: il disprezzo volgare dell’avversario e la violenza verbale diventano premessa per la futura violenza fisica delle squadre fasciste (vedi ad es. pp. 326 e ssgg.)

Il passaggio dalla violenza verbale a quella futura dei manganelli è solo uno degli aspetti della maturazione del fascismo. In realtà, e l’A., lo dimostra ampiamente, la guerra sviluppa una serie di “torsioni” che sboccano inevitabilmente nel prossimo regime.

In primo luogo la netta maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e la decisione di entrare nel conflitto viene presa da un manipolo di personalità nel completo disprezzo di una volontà popolare di segno opposto sebbene perfettamente conosciuta. Siamo quindi di fronte ad una evidente forzatura al limite del “colpo di stato” per affermare la volontà di un’infima minoranza sulla stragrande maggioranza della popolazione. La spaccatura tra interventisti e neutralisti diventa così una frattura che attraversa tutto il conflitto e prosegue ben oltre. Il nemico non è soltanto quello esterno degli eserciti nemici, ma ne esiste anche uno interno: sono i pacifisti e le forze politiche neutraliste (socialisti e, in una certa misura, cattolici), accusati di sabotare lo sforzo bellico.

Il prevalere delle idee nazionaliste a favore della guerra fu dovuto alla messa a punto di una propaganda ossessiva e capillare – che fu indirizzata a tutti, perfino ai bambini – ma anche alle posizioni oggettivamente deboli delle forze pacifiste. Le posizioni neutraliste del socialismo internazionale si dissolsero: tranne quello italiano tutti i partiti socialisti dei paesi coinvolti nel conflitto votarono i crediti di guerra ai loro governi. L’interventismo democratico, che vedeva nella guerra l’occasione per fare piazza pulita della società esistente, vide le proprie idee clamorosamente smentite dai fatti. E lo stesso partito socialista finì paralizzato dalla propria posizione espressa nell’ambigua formula “nè aderire nè sabotare”.

Gli scenari aperti dalla Grande Guerra pongono sotto pressione la classe dirigente liberale che si rivela incapace di governarli. Uno dei più importanti e decisivi è il fatto che la guerra fa irrompere definitivamente le masse nella vita politica e civile del Paese. Oltre al bisogno incessante di soldati, il protrarsi e le dimensioni del conflitto richiedono interventi dello Stato in molti ambiti. Dall’organizzazione e direzione di alcuni settori dell’economia e della produzione (la Mobilitazione Industriale arriverà a controllare quasi 2000 stabilimenti per un totale di 571.000 occupati, più del 70% concentrati a Milano, Torino e Genova, p. 179), al proliferare della burocrazia, alla messa a punto di una propaganda diversificata, efficace e martellante.

Un ruolo centrale viene ricoperto dalle donne: esse entrano negli uffici e nelle fabbriche, nelle organizzazione di volontariato e negli ospedali. Per molte di loro la guerra apre un periodo di emancipazione e di relativa libertà dai molti vincoli e limiti nei quali erano costrette in precedenza. Sulle donne di campagna grava il peso del lavoro dei campi in sostituzione degli uomini, ma la direzione degli affari di famiglia le rende più autonome e sicure di sé. Non è un caso se alcune delle proteste più importanti contro il caro-viveri vedano in primo piano le donne.

Se le donne si pongono come soggetto che i governi non possono sottovalutare, l’incapacità delle classi dirigenti di comprendere le situazioni nuove prodotte dalla guerra sono visibili perfino nel fastidio che la parte della classe politica favorevole alla guerra dimostra verso le manifestazioni interventiste nella primavera del 1915. Abituata a governare dall’alto il Paese, la classe dirigente liberale non sa maneggiare e controllare la piazza e ne diffida.

Il ridursi della distanza tra “paese legale” e “paese reale”, tra governanti e governati e la scarsa conoscenza dei primi nei confronti dei secondi provoca un atteggiamento vessatorio delle élites nei confronti della popolazione. Se lo scatenarsi del conflitto ha colto di sorpresa i governi dei paesi coinvolti nel 1914, l’Italia ha avuto un anno a disposizione per valutare lo scenario che la guerra stava delineando. Al momento dell’entrata in guerra era già evidente che si trattava di un conflitto diverso e ben più micidiale di quelli precedenti.

Eppure quella distanza viene continuamente ribadita. Lo si vede nella implacabile disciplina di guerra; nell’abissale differenza di trattamento tra graduati e soldati semplici; nella odiata e temutissima pratica delle “decimazioni” (il sorteggio casuale di condanne a morte in caso di ammutinamenti e rivolte dei soldati, vedi p. 123); nella devastante e sempre più insensata strategia militare, imposta dall’inflessibile Cadorna, degli assalti che costano migliaia e migliaia di vittime e feriti per pochi palmi di terra. E ancora, lo si riconosce nella generale incomprensione dei medici sulle ragioni che portano non pochi soldati a procurarsi lesioni e ferite e in quella degli psichiatri di fronte ai traumi di guerra. Lo si constata nella durissima legislazione di guerra vigente nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica (mentre alcune grandi industrie crescono enormemente sia in termini di addetti che di profitti). Lampante poi, in questo senso è l’atteggiamento dei governi nei confronti dei prigionieri di guerra: mentre le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi con gli Imperi centrali per far avere rifornimenti ai prigionieri, “il governo italiano, convinto a lungo di non poter contare sulla fedeltà dei combattenti” proibì e ostacolò “in ogni modo la pratica degli aiuti organizzati” (pp. 130-131 e 265-66).

L’entrata delle masse nella vita del Paese ebbe anche altri effetti. Parafrasando il titolo di un libro importante sulla Francia, Gibelli titola un capitolo: “da contadini a italiani”. Per moltissimi soldati la guerra significò uscire dagli angusti limiti del paese in cui erano nati e avevano vissuto e lavorato fino a quel momento: conobbero città, usi e costumi nuovi; mentalità diversissime entrarono in contatto e si confrontarono (p. 162). La guerra fu anche, per moltissimi fanti-contadini, una grande scuola nel vero senso del termine: moltissimi impararono a leggere e scrivere. Da questo punto di vista “si trattava insomma del primo, grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e di formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica. Quel che non aveva potuto o voluto fare la scuola veniva tentato ora in quella scuola sui generis che era l’esperienza di trincea” (p. 134)

Tuttavia, il passaggio da contadini a italiani o, in altri termini, da sudditi a cittadini, avvenne in modo distorto. Tra i ceti dominanti era diffusa l’idea che al popolo italiano fosse necessario passare attraverso una sorta di cerchio del fuoco per maturare e acquisire la piena cittadinanza. In altri termini, quel passaggio avvenne all’insegna della coercizione imposta dall’alto: “le classi dirigenti non solo gettarono milioni di uomini al massacro, ma contemporaneamente offrirono e imposero alle classi popolari le parole per dare un nome e un senso a ciò che ai loro occhi non ne aveva” (p. 151). Se espressioni di patriottismo, ancorché incerte (e spesso non del tutto sincere) si affacciano nella corrispondenza, segno di una certa efficacia della propaganda, tuttavia “quel che […] non emerge mai nelle testimonianze dei soldati è un’identificazione (e men che meno una fiducia nello stato e nelle istituzioni, p. 158)”.

Dunque il processo di nazionalizzazione delle masse avvenuto durante la Grande Guerra si presenta monco, incompiuto. Lo testimonia la vicenda tragica di Caporetto, in un certo senso punto di arrivo della storia dall’unificazione in poi e ripartenza di quella successiva (tra Caporetto e l’8 settembre 1943 si sono non poche analogie (pp. 260 e ssgg). Se è vero che dalla coercizione pura e semplice si passò ad una più sofisticata strategia di persuasione e di attenzione alla vita dei soldati, non di meno le responsabilità militari degli alti gradi dell’esercito furono occultati. Gli interventisti considerarono Caporetto come prova evidente della propaganda “disfattista” dei neutralisti – e a testimonianza di un’altra “torsione” la prosecuzione della guerra fino alla vittoria veniva giustificato proprio col fatto che la guerra aveva richiesto immensi sacrifici e innumerevoli vittime. Ma Caporetto evocava lo spettro di masse armate le quali, anziché subire docilmente un “salutare processo di disciplinamento [e di] omologazione […] passando così dall’esclusione all’inclusione subalterna nella nazione”, si dimostrava pronta a dirigersi verso obiettivi diversi da quelli indicati. In breve: con Caporetto “si presentava insomma il problema del controllo sociale in una società rimescolata” dalla guerra e i cui vecchi equilibri venivano profondamente intaccati. La reazione delle classi dominanti fu quella di ricorrere agli schemi interpretativi della criminologia di stampo positivistico, ai temi dell’inferiorità biologica della plebe, evidenziando così la particolare arretratezza della società italiana (pp. 274-75). (Su Caporetto vedi anche Caporetto sul web).

Contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, Gibelli ritiene che Caporetto non compattò affatto la società italiana che si riscuote di fronte allo spettro dell’invasione: questa interpretazione rischia di essere “più un mito che una verità accertata […]. L’idea della guerra come cosa propria […] non era mai diventata una convinzione davvero diffusa né tra le truppe né nel paese” (pp. 303-304). Al contrario, Caporetto rafforzò la contrapposizione tra interventisti e neutralisti convincendo i primi della necessità di imbavagliare “Parlamento e oppositori, liquidando le libertà e ristabilendo in maniera ferrea le gerarchie sociali” (p. 308). Da Caporetto si sprigionano pulsioni forcaiole e reazionarie che si espandono e coinvolgono i ceti medi, cresciuti numericamente anche grazie alla guerra, ma declassati dall’inflazione, dall’avvenire incerto e quindi attraversati da profonda irrequietezza. Questi ceti trovarono qualche rassicurazione proprio dall’intensa mobilitazione patriottica. In breve: il fascismo era alle porte.

La disfatta di Caporetto fu oggetto di una inchiesta che però occultò la responsabilità delle gerarchie miliari (Badoglio ne uscì indenne nonostante  avesse gravi responsabilità) e venne chiusa in fretta in quanto aveva accresciuto la spaccatura tra neutralisti e interventisti. Il vento di destra che iniziò a spirare nel Paese e l’avvento del fascismo misero a tacere il fatto che migliaia di uomini erano stati portati al massacro contro la loro volontà provocando così non solo una ulteriore sconfitta dei neutralisti, ma una nuova distorsione nel dar forma alla memoria dell’evento. Molto opportunamente l’A. rimarca che  “i combattenti non si sentivano affatto eroi […]. ll mito della guerra eroica è una costruzione culturale elaborata soprattutto a posteriori dai volontari per nobilitare la morte di massa” (p. 208).

Con La Grande Guerra degli italiani Gibelli ha scritto una storia di come gli italiani vissero e si comportarono durante il conflitto. Un angolo visuale del genere implica rispondere ai vari interrogativi insiti nella domanda più generale avvalendosi di una documentazione che consenta di studiare l’animo degli italiani di fronte e all’interno del conflitto. Per questa ragione alla letteratura e alla documentazione archivistica, Gibelli affianca epistolari, diari, testimonianze – esaminandoli con le dovute cautele e grande finezza. Ciò di consente da un lato di illustrare le molte sfumature  dei pensieri e delle posizioni via via assunti dai combattenti, dai loro famigliari, amici e dai protagonisti; dall’altro di illuminare dal basso le loro vicende.

Ne emerge un libro scritto con grande finezza, scritto con una penna leggera e sensibile che pone in risalto il lascito di un evento che continua ancora oggi ad agire: dopo la Grande Guerra nessun conflitto di medie dimensioni avrebbe fatto contare le vittime in migliaia, ma a decine, centinaia di migliaia, se non a milioni. Senza possibilità di uccidere in serie, cioè senza la Grande Guerra, i campi di sterminio non sono immaginabili. Così come un percorso probabilmente diverso avrebbe preso la rivoluzione russa: la militarizzazione della società in URSS – certamente accresciuta e alimentata da una feroce guerra civile – aveva le sue radici nella prima guerra mondiale. E purtroppo anche la nostra assuefazione alla visione della morte e di violenza di ogni genere proviene da quel terribile evento.

Pubblicato più di vent’anni fa, La Grande Guerra degli italiani di Antonio Gibelli è ancora un libro importante e davvero bello.

Buona lettura.

Il progetto Marengo: decine di riviste digitalizzate

Decine di riviste digitalizzate nel Progetto Marengo.

Il progetto Marengo, ideato dalla Università degli studi di Milano e sostenuto dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Cariplo, ci regala decine di riviste digitalizzate.

A una corposa serie di testate umoristiche e satiriche edite tra Otto e Novecento, sono state affiancate via via riviste di vario genere: da alcune testate rivolte ai soldati durante la prima guerra mondiale (sulle quali si può consultare Prima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro) a riviste per ragazzi (altre si trovano anche nella Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma, vedi: Periodici e giornali digitalizzati Parte I e nella Biblioteca digitale del Senato); da periodici di moda a riviste d’arte (sulle quali si possono vedere BiASA. Una emeroteca per l’Archeologia e la Storia dell’ArteUna miscellanea di riviste d’arte della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma).

Omnibus

Mi sembra opportuno segnalare la presenza di riviste americane, francesi e tedesche, mentre tra le riviste italiane mi limito a indicare rotocalchi come Gioia, Omnibus Oggi e altri ancora nonché, su tutt’altro versante, una serie di riviste post-sessantottine.

Sebbene le riviste non siano state digitalizzate per intero (le annate sono spesso incomplete), il progetto Marengo è senza dubbio uno dei più interessanti tra quelli finora realizzati: Progetto Marengo.

Buona lettura.

Recensione. Angelo Ventrone: La strategia della paura.

Un libro che porta una interpretazione molto interessante sulla strategia della tensione.

La tesi di questo libro di Angelo Ventrone è chiarissima: L’Italia repubblicana non ha corso il pericolo di subire ripetutamente un colpo di stato, come spesso si è pensato. In realtà la strategia della tensione era parte integrante di una più ampia e articolata strategia della paura.

C’è un dilemma nella nostra storia repubblicana: come mai tutti i tentativi di colpo di stato furono bloccati all’ultimo minuto? E chi e perché li bloccò? La risposta di Ventrone è interessante. Non si trattava di attuare un colpo di stato, ma di farlo credere possibile all’opinione pubblica. In altre parole, di fronte alla costante crescita della sinistra – e in particolar modo del Partito comunista – che spaventava larghi settori della società, l’obiettivo era quello di creare e ingigantire la paura della presa del potere da parte di una destra in gran parte ancora ancorata al fascismo e decisamente impresentabile. In questo modo veniva creata l’immagine di un paese accerchiato a sinistra da un Partito comunista che solo sulla carta si dichiarava democratico mentre in realtà era un cavallo di Troia dell’Unione Sovietica e a destra, da movimenti neo-fascisti. Perciò gli unici garanti della salvaguardia della democrazia erano i partiti moderati di governo.

Da ciò ne deriva che coloro che nell’estrema destra volevano veramente la presa del potere e instaurare una qualche forma di dittatura – sull’esempio greco o cileno – erano una minoranza esigua. E soprattutto, questa galassia di grupposcoli di estremisti furono in realtà ampiamente usati e manipolati da coloro che non intendevano assecondarli:

Per evitare […] che gli attentati, con il loro successo, finiscano per rafforzare le ali estreme dello schieramento politico, si opera in un duplice modo: si depotenzia il messaggio delle organizzazioni terroristiche creando confusione e incertezza sulla loro colpevolezza e sulla effettiva capacità d’azione (per esempio con l’alto numero di attentati falliti e con il parziale successo delle forze dell’ordine); e se ne bilancia la potenzialità enfatizzando la minaccia tanto dall’estrema destra quanto dall’estrema sinistra.
Questo è appunto lo schema […]: la realizzazione di attentati da attribuire alla sinistra, facendo però filtrare l’ipotesi che è stata la destra ha l’obiettivo di impedire che […] il successo ottenuto dall’attentato possa in realtà giovare al prestigio della sinistra rivoluzionaria. Denunciare le responsabilità della destra neo-fascista, i cui esponenti sono arrestati e processati già nei primi anni Settanta, ha lo scopo inverso: evitare che la destra possa approfittare degli attacchi terroristici per far precipitare la situazione e, nel caos che ne seguirebbe, andare al potere (pp. 182-83).

Viene così messa in atto una serie di azioni estremamente complesse che presuppongono una organizzazione estremamente sofisticata, che impone una ulteriore domanda: di chi fu la regia di tutto questo?

L’A. esclude che vi sia stata un’unica mente, un “grande burattinaio” che ha tenuto le fila degli avvenimenti. Con l’aprirsi della guerra fredda iniziò anche un gioco di scatole cinesi: in funzione anti-sovietica e anticomunista fu recuperato parte del personale che aveva militato nella Repubblica Sociale. Lo fecero i governi a guida democristiana (vedi, ad es. pp. 66-67), ma lo fecero anche gli USA nell’ambito della NATO; dal regime furono recuperati strutture e metodi di azione concreta (il “servizio informazioni” e la schedatura di decine di migliaia di militanti comunisti e socialisti e attivisti sindacali). Fu cercata e messa a punto la collaborazione di giornalisti (Montanelli e molti altri, alcuni giornalisti del periodico “Il Borghese” sono implicati in varie trame); com’è noto, la P2 di Licio Gelli ebbe molti addentellati.

A mettere a punto e ad alimentare la strategia della paura vi fu la sinergia di molti compartecipi. Attori capaci anche di modificare la strategia. A un certo punto fu evidente che la lunga serie di attentati non indeboliva il Partito comunista. Infatti i tentativi della destra estrema di provocare continuamente la sinistra per indurla a reagire per poi avere la giustificazione per schiacciarla, caddero nel vuoto (p. 153). Il Pci riuscì a mantenere sempre i nervi saldi e la sua ascesa proseguì fino al 1976 e questo portò a cercare di indebolirlo non più attaccandolo da destra, ma cercando di screditarlo e di metterlo sotto pressione infiltrando e manipolando il variegato (e al negli anni Settanta numeroso) mondo della sinistra extra-parlamentare, spingendo i gruppi più decisi ad azioni sempre più radicali.

Il nostro paese ha avuto un “deficit di democrazia”? Nel paese che ha dato i natali al fascismo il problema è stato posto e si pone. A leggere La strategia della paura di Angelo Ventrone il dubbio che la storia della prima repubblica sia quella di un paese a “libertà limitata” diventa molto forte. Ma il dato interessante che l’A. non manca di sottolineare è che il rifiuto di frange delle forze armate, delle forze dell’ordine e del mondo politico di riconoscersi nella democrazia nata dalla Resistenza ha radici molto più profonde della storia repubblicana.

Certo, lo stesso riproporsi, quasi immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, del Movimento Sociale ne è una prova eloquente, ma è lo stesso avvento delle masse nella vita politica del Paese ad essere avvertito come un problema. Ventrone mostra in modo convincente che già nel corso della Grande Guerra si manifestò da più parti l’idea di schiacciare il Partito Socialista, le forze che erano contrarie alla guerra e lo stesso Parlamento, descritto da Mussolini come un “bubbone pestifero” da estirpare.

Secondo quest’ottica la volontà popolare non ha alcun valore e così come una popolazione che non voleva la guerra fu costretta a combatterla, così, in ambito democratico, il fatto che una larga parte degli aventi diritto al voto scegliesse il Pci era ritenuto un pericolo mortale che doveva essere fermato  ad ogni costo, anche attraverso le stragi.

In conclusione, la strategia della paura ha avuto successo? A mio parere la risposta non è univoca. Se da una parte il Pci non arrivò mai al potere, dall’altra l’intuizione di Togliatti in creare un forte partito ben radicato sul territorio si rilevò decisivo per la salvaguardia della democrazia: la tentazione da parte di molti di mettere il Pci fuori legge (ben documentate dall’A.) affiorarono di quando in quando, ma nessuno ebbe il coraggio di attuarla. Ma anche l’azione di esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine non inquinati da “deviazioni” e decisi a non far deragliare il Paese verso derive autoritarie è meritevole di ammirazione.

Resta da fare i conti, storicamente, con i traumi subiti da chi rimase vittima di quelle stragi (un costo enorme, senza dubbio). Intanto Ventrone ci regala un libro molto interessante su cui riflettere.

Buona lettura.

Estense Digital Library

Una nuova Biblioteca digitale italiana: la Estense Digital Library

Coloro che seguono questo blog sanno bene come più volte abbia lamentato l’assenza di una grande biblioteca digitale come GallicaDeutsche Digitale BibliothekDigital Public Library of America e altre grandi biblioteche digitali che ho segnalato nella pagina Biblioteche Digitali.

Senza dubbio alcuni progetti notevoli sono stati realizzati: Biblioteca Europea di informazione e cultura, l’Emeroteca Digitale Braidense e altre ancora che ho indicato sono belle realtà, tanto più encomiabili perché realizzate con mezzi molto più limitati rispetto a quanto viene praticato in altri Paesi.

Ora però questa lacuna si appresta ad essere colmata grazie alla Estense Digital Library, “il progetto di Digital Humanities realizzato da Gallerie Estensi con il supporto di Fondazione Modena nell’ambito di AGO Modena Fabbriche Culturali”.

Al momento – la Estense Digital Library è stata appena resa disponibile al pubblico – sono disponibili online 700 mila pagine tra manoscritti e libri rari provenienti dalla Biblioteca Universitaria.

Il progetto è ripartito in due grandi sezioni: Estense e Open, a loro volta suddivisi in: Libri antichi e rari, Fonti musicali, Mappe, Manoscritti, Fascicoli per quanto riguarda la sezione Estense.

La sezione Open: Immagini, Mappe, Spartiti Musicali, Libri Digitali, Periodici.

La Estense Digital Library è un progetto di grande respiro e di enormi potenzialità. Finalmente!

Recensione. Richard J Evans: Alla conquista del potere. Europa 1815-1914

Alla conquista del potere è un affresco maestoso. Evans racconta e spiega l’Europa del XIX secolo in modo magistrale

 

Alla conquista del potere di Evans è molto più facile da leggere che da recensire perché questo libro di quasi 1000 pagine di testo si legge con una facilità sorprendente. Merito della penna sensibile di Evans che ci regala una storia d’Europa nel lungo Ottocento in buona parte innovativa.

Innovativo, Alla conquista del potere lo è sicuramente nell’impianto. Gli otto lunghi capitoli che compongono il libro (debitamente suddivisi in paragrafi) si aprono con brevi cenni biografici di personaggi oggi in gran parte dimenticati: da uno scalpellino all’uomo “più forte del mondo” che si riciclò come mercante d’arte saccheggiando le piramidi egizie, passando per biografie di donne solitamente sfortunate e infelici che spesso suppliscono la scarsa avvenenza fisica con un tenace impegno culturale e sociale.Sfruttando l’ampliamento delle tematiche studiate dagli storici negli ultimi decenni, Evans si sforza di farci sentire oltre che vedere il XIX secolo: l’odore fumoso e pungente delle bettole e delle osterie, quello acre delle manifatture che faceva ammalare di tisi le operaie, l’aria plumbea o opprimente di Londra o quella carica di odori della natura dei terreni di caccia e dei boschi… e ancora piazze, mercati, esposizioni universali, canali, fiumi, paludi…

In altri termini l’A. prende per mano il lettore per portarlo a spasso in un secolo carico di innovazioni, mutamenti, permanenze e contraddizioni.

Nessun secolo ha visto l’Europa al centro del mondo come l’Ottocento. La Rivoluzione francese e la rivoluzione industriale cominciano a plasmarlo. È un mondo che si amplia – nelle conoscenze geografiche ad esempio – e si restringe – le navi a vapore, le ferrovie, il telegrafo ne collegano i continenti e lo restringono: la fiumana di europei che se ne andarono dall’Europa verso le americhe e l’Australia sarebbe stata impensabile nei secoli precedenti. L’orizzonte limitatissimo dei contadini, che fino ad allora raramente uscivano dai loro villaggi si amplia, se non altro alle zone del circondario, a mercati più vicini.

Sebbene l’A. offra una trattazione comparata, all’interno di quell’Europa si possono notare grandi differenze. l’Europa non è un continente delimitato geograficamente: a est sfuma nell’Asia; lo è e lo era in senso culturale: per fare un esempio, il francese era la lingua delle classi colte anche in Russia. Un confine ideale che il lettore potrebbe inserire riguarda proprio la distinzione tra l’Europa occidentale e quella orientale. Nella prima, ad eccezione della penisola iberica, l’industrializzazione procede più spedita e con essa le città si trasformano e si ingrandiscono con tutto il corollario di problemi urbanistici, abitativi, sanitari ecc. (che si esemplificano e si manifestano, ad esempio, nelle epidemie di colera). Nella seconda, il dominio delle campagne persiste e con essa quella di una nobiltà terriera che, invece, a Ovest sta cedendo il passo: la condizione dei contadini e dei servi in quelle zone fa inorridire i visitatori. L’aristocrazia arretra ovunque, ma la sua forza rimane notevole.

Ma il vero spartiacque del secolo Evans lo colloca nella primavera del popoli del 1848. È da lì che decollano almeno due degli elementi che avranno un’importanza centrale nei decenni successivi: nazionalismo e questione sociale. Ma, giustamente, Evans avverte che il nazionalismo che si affaccia col ‘48 non corrisponde “alla volontà sovrana di un particolare popolo”. In realtà, “la maggior parte dei nazionalisti […] voleva solo una maggiore autonomia all’interno di una struttura politica più ampia, o semplicemente il riconoscimento della propria lingua e della propria cultura” (pp. 241-42).

I terribili anni Quaranta, gli “anni della fame” portarono sul tappeto le condizioni disperate del proletariato non solo nella Manchester descritta da Engels. Lo “spettro del comunismo” del Manifesto di Marx ed Engels rimase tale, così come non si verificò la spaccatura in due della società tra capitalisti e proletari. Al contrario, emersero ceti intermedi di professionisti e nella stessa classe operaia gli operai specializzati raggiunsero livelli di vita sicuramente migliori rispetto agli inizi della rivoluzione industriale. Movimenti operai però si organizzarono e il marxismo (o le sue varianti) si affermò nei partiti operai e nei sindacati e divennero una realtà con la quale, a partire dagli ultimi due decenni del secolo, i governi dovettero fare i conti. Ad eccezione della Gran Bretagna, dove i governi cercarono accuratamente di evitare lo scontro con le organizzazioni operaie e promossero, in diverse tappe, varie riforme, negli stati in cui la classe operaia era forte e organizzata i governi promossero i primi interventi a formare il welfare state allo scopo di sottrarre loro consensi.

Il giudizio di Evans sul ‘48 è positivo:

“i troni europei erano stati scossi fin dalle fondamenta. Figure come Metternich e Luigi Filippo [erano state scacciate]. I sovrani erano stati costretti ad abdicare, a cedere una parte sostanziale dei loro poteri o a rinunciare alla loro pretesa di governare per diritto divino […]. In tutta Europa erano sorte assemblee rappresentative […]. Il principio dell’autodeterminazione con successo in un paese dopo l’altro. Si erano avviate ampie e decisive riforme economiche e sociali con una spettacolare manifestazione dell’uguaglianza davanti alla legge” (p. 269).

E ancora:

“se la democrazia nella sua forma moderna si basa soprattutto sul suffragio universale maschile e sulla responsabilità dei governi nei confronti del Parlamento e dell’elettorato, allora il flusso della storia nella seconda metà del XIX secolo sembrava dirigersi inesorabilmente in questa direzione. La marcia indietro nella rivoluzione del 1848 non significò la sconfitta del liberalismo; al contrario” (pp. 766 e sgg).

Per Evans anche le condizioni delle donne conobbero un consistente miglioramento lungo il secolo: “Nonostante il persistere di molte disuguaglianze, uno degli aspetti più straordinari del XIX secolo fu la graduale affermazione dei diritti delle donne [e] anche nella sfera privata [i loro diritti] fecero passi avanti” (pp. 679 e 681). Sono giudizi complessivi condivisibili, ma l’A. stesso mostra come invece per almeno metà secolo (e nell’Europa meridionale e centro-orientale anche oltre) in confronto al Settecento la condizione delle donne dei ceti medio alti regredì, mentre col lavoro di fabbrica, la proliferazione e ampliamenti delle città e il conseguente aumento della prostituzione la loro condizione divenne infernale (sulla prostituzione, pp. 654 ssgg.). A metà secolo gli uomini che avessero confrontato il loro mondo con quello dell’Antico regime avrebbero ancora trovato molte somiglianze; ma se la stessa cosa avessero fatto gli uomini nel 1900 in rapporto al 1850 avrebbero notato molti più cambiamenti che continuità: la fotografia, l’automobile, la macchina da cucire, l’aspirina, l’ascensore (perfino le ancora poco affidabili scale mobili), la più modesta ma rivoluzionaria bicicletta annunciavano la modernità del XX secolo.

Alcuni progressi sono spettacolari. Carestie ed epidemie continuarono a manifestarsi, ma la più micidiale di tutte – la peste – sparì e le altre si fecero sporadiche; la mortalità infantile e l’analfabetismo in alcune zone diminuirono drasticamente; la speranza di vita iniziò ad allungarsi; la possibilità di spostarsi coinvolse sempre più persone (per non dire della comodità dei trasporti). Non si può non rimanere ammirati ancora oggi di fronte a interventi come la costruzione del Canale di Suez,  la Transiberiana o la bonifica di immense paludi.

Alcuni di questi progressi modificarono per sempre la vita delle persone: l’illuminazione ne è un esempio, mentre la costruzione di grattaceli testimonia l’affermarsi di una nuova concezione dello spazio.

Fatta eccezione per terremoti ed eruzioni vulcaniche il controllo dell’uomo sulla natura si fece pressoché completo. Evans collega questo tema alle ripercussioni sull’ambiente: i boschi si restrinsero; la caccia, passione di gran moda tra i ceti abbienti, portò all’estinzione di alcuni animali; l’inquinamento cominciò a manifestarsi. La vita, soprattutto quella di città, divenne frenetica provocando i primi malesseri e disturbi psichici. I manicomi iniziarono a proliferare. L’introduzione dell’istruzione obbligatoria, l’emergere di nuove professioni e l’urbanizzazione modificarono le strutture famigliari: in molti casi e per alcuni ceti professionali i figli smisero di essere considerati fonte di reddito e quindi  le famiglie divennero meno numerose. Una seconda conseguenza fu che la vita urbana allentava il controllo delle famiglie su componenti che soffrivano di disturbi psichici (pp. 552 e 578-79). I manicomi risposero ad una seconda necessità della borghesia: si affiancarono alle carceri per il controllo sociale di quelle classi che cominciarono ad essere percepite dalle élites come pericolose. (Le varie branche della medicina conobbero progressi spettacolari anche per quanto riguardava il risanamento delle città dotandole di reti fognarie e migliorando le condizioni abitative degli slums, ma come testimonia la vicenda di Jack lo squartatore, moltissimo restava ancora da fare. Vedi Paul Begg Jack lo squartatore. La vera storia). Infine, la loro presenza rimanda anche a cambiamenti profondi nella sfera dei sentimenti: la fredda ragione illuministica lascia il passo alle tempeste interiori del romanticismo che poi, più avanti nel secolo, saranno represse con l’accentuazione dei caratteri sessuali secondari nell’uomo – che diventa baffuto e barbuto – e nella capacità di reprimere le lacrime nelle donne.

Per illustrare questi e molti altri fenomeni e cambiamenti Evans saccheggia letteratura e arte. Del resto l’Ottocento produsse una quantità di scrittori e artisti di tale levatura che potrebbe essere studiato anche utilizzando esclusivamente questo genere di fonti.

Pur restando una componente importante del libro, la storia politica (della diplomazia, delle guerre ecc.) non è l’asse portante del testo. Evans colloca la storia d’Europa sul più ampio scenario mondiale, ma il libro fa emergere e illustra il modo di vivere degli europei. Da questo punto di vista allora un interrogativo lo pone il titolo del libro: chi va “Alla conquista del potere”? Se si trattasse soltanto del colonialismo e dell’imperialismo l’A. non avrebbe avuto bisogno di quasi 1000 pagine; sarebbe stato sufficiente l’ultimo capitolo. La borghesia? Certamente sì, tanto che l’autore titola un paragrafo l’età della borghesia. Ma in un certo senso tutti i protagonisti vanno alla ricerca del potere: le donne per una pari dignità con gli uomini; i lavoratori per condizioni di lavoro decenti e diritti; banchieri e industriali per i mercati; stati per raggiungere l’indipendenza o per l’impero; giornalisti e masse popolari per influire la vita politica… l’Ottocento e un secolo ascendente; il progresso – stimolato, ammirato, temuto o ostacolato – è, forse, il vero protagonista delle pagine di Evans.

Quel percorso ascendente si arresta con la Grande Guerra e con essa non finisce solo il “lungo Ottocento”, ma cala il sipario su un’intera epoca.
Con Alla conquista del potere Evans ci regala un libro straordinario che incatena letteralmente il lettore alle pagine. Ed è un libro che si presta magnificamente per chi è a digiuno della storia o per quelli che la ritengono noiosa. Un capolavoro.

 

Visitare Roma tra Seicento e Ottocento

Andarsene a zonzo per Roma tra il Seicento e l’Ottocento servendosi delle guide per turisti e appassionati d’arte

Avevo in mente di preparare un articolo sulle guide alle città. Se ne trovano molte on line. Dopo la lettura del libro di Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità e altri che ho in lettura, mi sono reso conto che la faccenda è molto più complessa di quanto supponessi inizialmente.

Anche se il viaggio per piacere rimase qualcosa ad appannaggio di pochi (per chi vuole può vedere Gran Tour e viaggiare in ItaliaViaggiare nei secoli passati coi fondi della Beic), i gusti dei viaggiatori mutano. Naturalmente, per i secoli qui presi in esame, l’arte giocava – come gioca tutt’ora – un ruolo importante (infatti basta sfogliare, ad esempio, BiASA. Una emeroteca per l’Archeologia e la Storia dell’Arte), ma non vi è solo questo aspetto.

 

 

Ne fa testo, ad esempio, quanto afferma l’autore di una di queste guide, L’antiquario, o sia La guida de’ forestieri pel giro delle antichità di Roma:

È cosa maravigliosa che mentre tanti forestieri continuamente a vedere le antichità di Roma e altre magnificenze di questa città non vi sia stato mai alcuno che abbia pubblicato un libro proprio a soddisfare la loro curiosità Io non intendo di dire non vi sia alcun libro su questo soggetto giacchè so benissimo che ne sono varj benchè in realtà non siano che uno solo essendo copiati l’uno dall’altro. Infatti questi differiscono o nell’ordine o nella lunghezza, tutti i medesimi comuni ragguagli, le medesime inconsistenti osservazioni, le medesime inconvenienti lodi i medesimi errori e tutti mancano di esattezza di brevità di erudizione Per questa ragione risoluto di comporre una piccola opera.

C’è una qualche pretesa in questa prefazione. Se confrontata ad una guida di metà Seicento le indicazioni tutto sommato non sono molto dissimili: Descrittione di Roma antica e moderna: nella quale si contengono chiese, monasterij, hospedali, compagnie, collegij, e seminarij, tempij, teatri, anfiteatri, naumachie, cerchi, fori, curie, palazzi, e statue, librerie, musei, pitture, sculture, & i nomi de gli artefici: indice de’sommi pontefici, imperatori, e duchi: con due copiosissime tavole. Semplicemente il lettore trova nel titolo quanto può trovare all’interno.

Simile è l’Accurata, e succinta descrizione topografica e istorica di Roma moderna di Ridolfino Venuti, più volte ristampata (qui si rimanda al secondo volume dell’edizione del 1767).

Non a caso sono ancora l’arte e l’architettura, e in particolar modo le chiese, a farla da padrone nella Descrizione itineraria di Roma di Giovanni Battista Alberti.

Arricchita di piante dei XV rioni è la La città di Roma, ovvero, succinta descrizione di questa superba città: con due piante generali di essa e de’ XIV rioni di Dominique Magnan, nell’edizione del 1826 ma più volte ristampata anche nel secolo precedente.

La Nuova e succinta descrizione di Roma antica e moderna: e de’ monumenti sacri e profani che sono in essa e nelle sue vicinanze di Francesco Archini, nell’edizione del 1825 presenta la novità di scandire le giornate dei lettori/visitatori in giornate per ottimizzare i tempi.

Con un taglio più turistico, con indicazioni di alberghi, trattorie, bagni ecc. ma anche a piazze, librerie, teatri, feste principali è la Descrizione di Roma e contorni (S. I. A.).

Anche il Vaticano, ovviamente, esercitava una attrazione particolare. Ad esso sono dedicati gli otto volumi di Erasmo Pistolesi: Il Vaticano descritto ed illustrato.

Come si vede si tratta di un materiale composito che può essere utile per capire meglio i gusti delle varie epoche, ma anche per ritrovare informazioni utilizzabili per ricerche di altro genere oppure per semplice piacere di visitare una Roma in parte scomparsa. (Le opere si trovano in Internet ArchiveGoogle libri; le immagini sono consultabili e scaricabili nella Digiteca della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma e da Europeana – Art).

Buona lettura.

 

 

Recensione. Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola

“Quel che ci ha insegnato l’influenza spagnola è che un’altra pandemia influenzale è inevitabile, ma che se farà dieci o cento milioni di vittime dipende solo da come sarà il mondo in cui si scatenerà”

“La pandemia che cambiò il mondo”, recita il sottotitolo del bel libro di Laura Spinney sulla pandemia di spagnola del 1918. Possibile che la pandemia più devastante e mortale della storia sia in gran parte un enigma?

Dalla ricostruzione fatta da Spinney parrebbe proprio di sì. Non sappiamo con certezza chi o cosa l’abbia provocata, né dove si originò. I maggiori indiziati sono gli uccelli, ma anche i maiali e i cavalli; c’è chi sostiene che sia apparsa per la prima volta negli Stati Uniti, chi indica la Francia e chi punta la propria attenzione sulla Cina. Tutte queste ipotesi si basano su prove interessanti, ma nessuna è in grado di stabilire con certezza l’origine della pandemia.

Resta il fatto che la spagnola è la pandemia più letale della storia: c’è chi suppone l’incredibile cifra di 100.000.000 di morti (l’influenza spagnola ebbe una mortalità “venticinque volte più alta” rispetto alle altre pandemie – p. 205). Che siano 100, 50 o 30, quando i morti si contano a decine di milioni stabilire la cifra esatta ha poco senso. Da questo punto di vista ha ragione l’A. quando pone la domanda fondamentale: come mai un evento così sconvolgente e globale ha attirato di rado l’attenzione degli storici? Dall’Alaska al Cile, dalla Russia al Sud Africa, dalla Persia alla Francia, dalla Cina al Portogallo… nessun paese, nessuna regione è rimasta immune dal contagio. Furono le navi a portare in giro per il mondo il virus (p. 101). L’unica certezza che abbiamo è che la spagnola “non ebbe inizio in Spagna” (p. 179).

Il fatto è che l’enorme importanza della Grande Guerra ha offuscato l’importanza di questo fatto e la spagnola è rimasta “accodata” (per così dire) alla Prima Guerra Mondiale, una sorta di strascico luttuoso insomma.

Che una pandemia di quelle proporzioni abbia inciso sugli eventi in corso e futuri è fuori discussione. Eppure è proprio quando l’A. “entra” nella storia e ne valuta l’impatto sugli avvenimenti che sorge qualche dubbio. Ad esempio, che il generale Ludendorff abbia incolpato il dilagare della spagnola tra le truppe tedesche quale motivo della sconfitta della Germania non stupisce: Ludendorff era un uomo incline a dare la colpa a chiunque o a qualunque cosa pur di non prendersi le proprie responsabilità. Una cosa è sostenere, come fanno molti storici e l’A. lo rileva, che la spagnola accelerò la fine del conflitto, altra – e mi pare discutibile – è lasciare intendere che la Germania perse la guerra a causa della pandemia (pp. 268 e ssgg).

Così pure qualche perplessità suscitano le argomentazioni sullo stato di salute del Presidente americano Wilson nel corso della Conferenza di pace e delle ripercussioni che potrebbero avere avuto sugli eventi successivi. Molto più degli Stati Uniti, erano la Gran Bretagna e, soprattutto, la Francia a voler punire in modo esemplare la Germania. Anche la ricostruzione dedicata alla creazione della sanità pubblica in Inghilterra mi pare per certi aspetti discutibile: più che la spagnola, la creazione del welfare fu il riconoscimento tangibile del governo nei confronti di coloro che avevano sostenuto lo sforzo bellico (si veda, ad esempio, Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949).

Non si tratta di fare le pulci al libro. Anzi, la Spinney ha il merito di aver posto il problema. Semplicemente, come sempre, non tutti i fenomeni indicati sono riconducibili ad un solo evento – per quanto sconvolgente sia stato.

Farei un torto se indicassi esclusivamente gli aspetti che mi sembrano più deboli. Il libro offre moltissimi spunti  di ricerca. Perfino la malattia non è uguale per tutti. Spinney dimostra che povertà, sovraffollamento e malnutrizione facilitarono il lavoro mortale del virus (vedi, ad es., p. 221). Le pagine dedicate a certi quartieri di New York,  Odessa, Rio de Janeiro sono esemplari.

Tanto più che Spinney non ha scritto una storia della spagnola. La sua ricostruzione si muove tra scienza, storia, sociologia e giornalismo. I capitoli che ricostruiscono il dibattito scientifico e le ipotesi su come si trasmette il virus oltre ad essere molto belli sono fondamentali. Altrettanto interessanti sono le pagine dedicate alle reazioni delle persone comuni di fronte alla pandemia, più o meno le stesse che stiamo vivendo oggi, sono importanti anche per la situazione attuale non solo perché, tra l’altro, l’uso delle mascherine viene indicato come uno strumento di prevenzione tra i più efficaci  (p. 223), ma anche per la “tenuta” delle popolazioni in rapporto alla quarantena: la gente accetta le restrizioni, ma ha una capacità di sopportazione limitata.

Se dal punto di vista editoriale poche pubblicazioni possono vantare un’uscita più indovinata – con ogni probabilità il libro è stato scritto per il centenario – visto che la pandemia di Covid ha indubbiamente stimolato la curiosità verso epidemie precedenti, non di meno questo libro ha molti meriti. Tra gli altri, la dimostrazione di come eventi di questo genere possono sconvolgere fino a far deperire culture locali (come nel caso dell’Alaska e delle sue popolazioni).

Non ultimo tra i meriti la grande capacità di scrittura dell’Autrice. Le lunghe digressioni su regioni e città sono splendide e la penna di Spinney sa essere chiara e avvincente al tempo stesso.

Che si tratti di uno studio serio e affidabile mi pare dimostrato dalla seguente affermazione:

“Quel che ci ha insegnato l’influenza spagnola è che un’altra pandemia influenzale è inevitabile, ma che se farà dieci o cento milioni di vittime dipende solo da come sarà il mondo in cui si scatenerà” (p. 187).

Solo chi ha studiato – e capito – a fondo l’argomento può esporsi ad una dichiarazione così perentoria. E i fatti le hanno dato ragione.

(Per un parallelo con l’Italia, vedi Alcuni articoli sulla “spagnola”).

Buona lettura.

 

 

Recensione. Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)

La nascita e il percorso travagliato ma entusiasmante del socialismo italiano in quasi un secolo di storia

Quando i grandi studiosi giungono a fine carriera avvertono la necessità di fare i conti con una vita di lavoro. Renato Zangheri, oltre che grande storico è stato, com’è noto, Sindaco di Bologna e militante nel Pci e poi Pds. Anziché scrivere un libro di memorie Zangheri ha scritto una Storia del socialismo italiano che è anche una risposta al suo bisogno di studioso-militante di tirare le somme col suo pensiero e con la sua storia personale. A quegli ideali egli ha dedicato la sua vita di studioso e di politico e questa tensione di impegno la si avverte in tutta l’opera.

Questa Storia del socialismo italiano è – a mio parere ovviamente – il miglior libro sull’argomento. In primo luogo, in questo primo volume, Zangheri dà alla parola socialismo l’accezione più ampia possibile: non solo socialisti, anarchici e comunisti, ma anche repubblicani, radicali, liberali. I filoni di pensiero che si snodano dalla Rivoluzione francese fino  alla creazione di un partito socialista beh definito, compiuto e delineato sono molteplici. Zangheri non ne trascura nessuno. Li segnala, li discute e li intreccia con protagonisti, avvenimenti e altri percorsi. Ne nasce una storia illuminata dall’alto e allo stesso tempo dal basso. Dall’alto: intellettuali, gruppi ristretti, pensieri “importati” da altri paesi. Non può essere diversamente data la frantumazione geo-politica del Paese e la quasi generale arretratezza delle sue economie: “salvo eccezioni, la cultura politica del Risorgimento non conobbe che indirettamente i grandi pensatori socialisti, né ebbe una formazione propria, “autogenetica”” (p. 54).

Ma storia illuminata dal basso, soprattutto. Spesso la storiografia si è occupata dei gruppi dirigenti, dei capi, dei pensatori principali. Zangheri tiene conto anche di questi, ma apre il suo sguardo ai militanti, simpatizzanti, compagni di viaggio temporanei. Guarda e ragiona su chi -spesso illustri sconosciuti – a quel movimento ha dato vita con l’azione: sono muratori, imbianchini, calderari, piccoli artigiani, calzolai, pittori, contadini, braccianti; donne e uomini, popolani, gente umile.

Certo, la storiografia ha scavato molto in questo senso, ma Zangheri è consapevole che molte zone del nostro Paese hanno prodotto uomini rimasti sconosciuti che meriterebbero una biografia. In questa impostazione sta uno dei grandi punti di forza del libro. Se tutta la storia non è mai lineare, quella del socialismo italiano è storia di scale interrotte, di percorsi accennati e talvolta abbandonati, di tentativi falliti, di contrasti anche violentissimi, di faticose ricomposizioni, di ripensamenti.

Zangheri è maestro nel mostrarci questi intrecci: Mazzini e Garibaldi, Mazzini e Bakunin, poi Costa con gli anarchici e il suo distacco: sensibilità diverse, dibattiti, contrasti, tattiche divergenti, che scendono tra i militanti, tra i gruppi. Li troviamo a ragionare nelle osterie come sotto l’ombra di un grande albero, a discutere ed azzuffarsi (anche con delitti). Ma è una sociabilità, uno stare assieme, un progettare insieme, che nasce e che si irrobustisce anche in altri modi: conferenze di singoli, orazioni funebri, stampa. A poco a poco anche il linguaggio si perfeziona e si modella. (Sulla stampa ho indicato molto materiale. Vedi ad esempio: Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960Andrea Costa in vari progetti on line)

Percorsi in salita solo in parte, è vero – e nelle conclusioni dirò il motivo – ma non di meno un procedere faticoso. Sullo sfondo ci sono le trasformazioni economiche e sociali. Si affacciano con il 1848, ma sono i decenni che si aprono dai primi anni Settanta ad essere decisivi. In gran parte delle campagne del centro-nord del Paese le condizioni di lavoro, di salario e di vita di braccianti e mezzadri peggiorano; i patti agrari si inaspriscono (su questo, vedi anche Adriano Prosperi Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento); poco più oltre i primi passi verso una più decisa industrializzazione producono i primi contraccolpi.

C’è lo Stato e ci sono i governi. Zangheri non nasconde, e anzi riconosce i non pochi meriti della Destra storica, ma ne mostra anche l’estrema durezza verso le classi popolari e i tentativi di blandire i lavoratori con una propaganda tendente a smorzarne la combattività. La polizia è occhiuta ed efficiente, la magistratura arcigna e spesso insensibile. La Sinistra, nonostante le promesse iniziali, non si distacca poi molto da questa impostazione: “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (p. 89).

Si pone allora uno dei temi centrali del libro: la “nazionalizzazione delle masse”; fenomeno che avviene attraverso percorsi del tutto particolari. Di fronte a governi che mirano ad escluderle o a tenerle ai margini, le masse, soprattutto quelle contadine, si “nazionalizzano” attraverso le lotte e i processi che subiscono. La contrapposizione frontale tra socialismo e Stato è una contrapposizione inevitabile. Solo più tardi, con il lento ampliarsi degli elettori ci sarà lo spazio per confronti e ingressi più mediati.

Distanza dello Stato e dei governi dalle classi popolari, ma distanti sono anche repubblicani, anarchici e socialisti dai bisogni reali: lo testimoniano i fallimenti insurrezionali di Pisacane, Mazzini e poi più avanti di Bakunin e dei moti del Matese. Saranno necessari tempo, delusioni e ripensamenti per colmare – almeno in certe zone, non ovunque – quella distanza. Con franchezza – e rivendicando quanto fatto – Costa lo riconoscerà apertamente.

Se oltre ai mestieri guardiamo all’età dei protagonisti, gran parte di essi sono giovani uomini di venti, trent’anni. Ragazzi, ma già uomini, allevati e cresciuti in contesti in cui si diventava adulti precocemente, sotto il peso di lavori faticosi. E forse sarebbe bene fare ricerche approfondite sulle ricadute circa le loro possibilità di sostentamento e delle loro famiglie provocate dall’uso massiccio del carcere preventivo di mesi e mesi di detenzione ancor prima di avere un processo, in tempi in cui le fasce popolari erano sprovviste di qualunque tutela. Il diventare adulti molto presto può spiegare la tempra, ma non l’ardore, la passione, gli slanci, la generosità.

C’è la Comune di Parigi, che è il battesimo del fuoco (e insanguinato) di un proletariato che si presenta sulla scena non più alleato, ma contro la borghesia che sta plasmando un’epoca. Gli avvenimenti parigini sono come un fascio di luce che indica la strada. Quasi di colpo la strategia di Mazzini appare vecchia e inadeguata. Scuote coscienze: Garibaldi simpatizza per la Comune ed è un’adesione di grande peso.

La strada è ancora incerta, in gran parte da fare, ma è segnata. La Comune offre la sensazione a  questi giovani di essere dentro al grande corso della storia, di essere dalla parte giusta. Poco prima c’era stata la nascita dell’Internazionale, che avrà con gli italiani un rapporto burrascoso, ma quel clima di poter incidere sugli avvenimenti grandi della storia quei giovani l’avvertono, lo fanno proprio. Una chiave di lettura del libro può anche essere questa dimensione internazionale: la Francia, la Gran Bretagna, la Svizzera, la Germania…

Sui rapporti tra l’Internazionale e gli italiani Zangheri scrive pagine molto belle e illuminanti. Anche in questo caso il percorso è tortuoso. In Italia c’è Bakunin la cui personalità dirompente e ammaliante affascina quasi tutti i più giovani. Ma al di là dell’ascendente del russo l’attecchire delle idee bakuniniste è anche la storia di contesti economici e locali, di sensibilità. Zangheri la dipana in tutte le sue sfaccettature.

Ci sono il sapere scientifico – che pochi di questi giovani padroneggiano – e il progresso elementi indispensabili per comprendere certe mentalità, anche quelle dei rivoluzionari. Aderire alla scienza e al progresso è anche un rifiutare tradizioni – che può essere la religione come i metodi delle Società di Mutuo Soccorso – e limiti geografici. La penna di Zangheri è sensibilissima nell’illuminare lo svolgersi dei fatti dal basso con questa tensione costante. Le pagine restituiscono il vibrare di questi giovani seri, impegnati, ma anche leggeri e disposti a rischiare.

Il libro si arresta ai ripensamenti di Costa dopo gli ultimi tentativi insurrezionali caduti miseramente (Bologna 1874, Matese 1877) e con la sua “Lettera agli amici di Romagna” con la quale imbocca una strada diversa.

Questa Storia del socialismo italiano è anche molto altro. È anche un libro magistrale dal punto di vista metodologico. Zangheri padroneggia una quantità impressionante di fonti e di studi. Si può dire che nelle note a margine si trovi indicata tutta la bibliografia disponibile fino al momento dell’uscita del libro.

Questa Storia del socialismo italiano dovrebbe essere letta e studiata a fondo. Certo, quei giovani sentivano di avere il vento in poppa e anche se la realtà delle cose era molto più complicata di quanto avevano inizialmente immaginato, il vento in poppa l’avevano davvero: il socialismo stava imparando a parlare e aveva molto da dire.

Da questo punto di vista un paragone coll’oggi è improponibile. Il vento non tira in quella direzione. Ma è bene leggerlo oltre che perché bellissimo, anche per capire che c’è moltissimo da fare e che non sarà affatto semplice.

Se a fine carriera si arriva a scrivere un libro come questo allora si può star certi di aver lasciato qualcosa di buono.

Buona lettura.

Una mostra virtuale sul Cholera Morbus

Il Cholera Morbus a Bologna nel 1855

In tempi di Covid l’interesse per le epidemie nel passato è aumentato in modo considerevole. Sul web le notizie, gli articoli e le informazioni sulla Spagnola, che fino a pochi mesi fa in pochi consideravano, sono ormai numerosissime.

Con questa mostra virtuale sul Cholera Morbus e sull’epidemia che infuriò a Bologna nel 1855 l’Archiginnasio di Bologna ha anticipato i tempi. Infatti la mostra risale a qualche tempo fa.

Riprendo dall’eccellente introduzione:

Bologna, estate del 1855: una terribile epidemia di colera causa 4000 morti in pochi mesi. La città è sotto choc, in migliaia fuggono nelle campagne, mentre il Municipio tenta di fronteggiare la diffusione del morbo aprendo lazzaretti e Uffizi di Soccorso, ma sarà quasi tutto inutile: il colera era una malattia misteriosa, di cui non si sapeva nulla e tutte le terapie risultarono inefficaci. La Biblioteca dell’Archiginnasio racconta l’epidemia con una mostra, basata per lo più su proprio materiale, ma anche su documenti dell’Archivio Storico del Comune e della Società Medica Chirurgica.

La Deputazione Straordinaria di Sanità, appositamente creata per gestire l’emergenza, dovette affrontare problemi enormi, dalla cura dei tantissimi malati, al seppellimento di migliaia di cadaveri. Cercò di attuare provvedimenti per fermare il contagio, ma non si sapeva che il vibrione del colera, non ancora scoperto, si diffondesse in particolare attraverso le acque dei pozzi e dei canali contaminate dai liquami infetti. L’acqua, per secoli la grande ricchezza di Bologna, si trasformò in strumento per diffondere la morte.

La mostra è estremamente ricca e ben organizzata. Ci fa conoscere la Bologna di metà Ottocento, l’arrivo dell’epidemia, le misure adottate per fronteggiarla, i medici, i “rimedi” e le cure, la vita in tempo di epidemia.

L’Archiginnasio è una biblioteca ricchissima. Buona parte del materiale proposto viene dai suoi fondi: opuscoli, la Relazione della Commissione di sanità e altro ancora. Altre sezioni sono poi dedicate ai alle persone e ai luoghi. Una cronologia aiuta il visitatore a muoversi tra le varie sezioni.

Altro materiale sul Cholera morbus a Bologna si trova in Storia e memoria di Bologna. Ad esempio si può consultare l’ottima scheda su Francesco Rizzoli che diresse il Lazzaretto.

A breve spero di riuscire a pubblicare una bibliografia sull’argomento. Buona navigazione.

 

Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza

Un classico della storiografia dell’alimentazione tra tavole imbandite, mercati, campi, boschi, città scorpacciate, bevute e paura della fame.

Fame e abbondanza, due facce della stessa medaglia? “Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane”… siamo sempre lì: tavole imbandite con ogni ben di Dio (per pochi) da una una parte, piatti semi vuoti e di cibo povero (per i più) dall’altra.

Tra questi due poli – la fame e l’abbondanza – Montanari tiene conto di un’ampia gamma di fattori. La storia da lui scritta è molto più di una storia dell’alimentazione in Europa. È la storia di incontri/scontri tra culture diverse: la cucina mediterranea che ruota attorno al pane, all’olio e al vino che si scontra con quella dei barbari, che introducono carne – il maiale – lardo e strutto. Si apre uno scontro che ha nel cibo lo specchio dei propri valori. La carne si impone (forse sarebbe meglio dire si intreccia) come simbolo di popoli guerrieri: il consumo di carne, la voracità e l’appetito più che robusto dei re e dei capi dei barbari è simbolo di forza, audacia, abilità nel combattere: chi non si mostra gran mangiatore non è degno di comandare (lo imparò a sue spese il duca di Spoleto che non fu eletto re perché parco nel mangiare – p. 32). È anche il segno di un rapporto diretto tra capo e popolo e cioè di una società poco stratificata.

Il cibo però è una trasformazione: prima di finire in tavola è un prodotto che dev’essere coltivato, allevato, raccolto o cacciato. E allora la storia dell’alimentazione diventa storia economica, storia dell’evoluzione della produzione agricola, di mercati, di prezzi e dell’economia in generale. Montanari mostra con grande efficacia queste evoluzioni. Lo scontro cambia attori in campi coltivati e boschi. I primi si dilatano a scapito dei secondi quando si tratta di dover fronteggiare periodi più o meno lunghi di carestia; i secondi si restringono anche per quanto riguarda la possibilità di essere sfruttati dalla popolazione, dato che attraverso varie tappe finiscono nelle mani dei signori e delle città. Nei campi, con lentezza, mutano le coltivazioni: in tempi di carestia – e sono i più numerosi – le coltivazioni che danno più più resa si ampliano. Di solito sono cereali inferiori, i cui prodotti sono meno gustosi e nutrienti. Allora anche il pane si diversifica: pane bianco, pane “nero” (composto di mille ingredienti), pane per ricchi e benestanti e pane per i ceti popolari e per i poveri.

Signori e città: signori e contadini, città e campagna. Lo scenario si arricchisce di nuovi protagonisti. I primi arroccati entro le mura, timorosi delle pressioni dei secondi che nei periodi di crisi mirano ad entrarvi e ben decisi a difendere i propri privilegi; i secondi impegnati a cavarsela come possono a seconda delle congiunture e delle trasformazioni economiche: meglio dei cittadini in qualche caso, quando in tempo di carestia le città restano sguarnite di rifornimenti mentre nelle campagne qualcosa si racimola; peggio – quasi sempre molto peggio – quando nuove colture si affermano ma la produzione finisce nelle mani dei proprietari terrieri. Allora la loro dieta di restringe paurosamente: la carne sparisce dalle loro tavole e la dieta diventa monotona con mais, patate e pani “duri” impastati di cereali minori a dettare legge e riempire (ma non nutrire) stomaci affamati.

C’è anche il tempo dell’abbondanza che viene dopo le carestie: Quattrocento e prima metà del Cinquecento sono secoli di “abbondanza”. In un’Europa decimata dalle carestie e dalla peste per i superstiti prende l’avvio un lungo periodo di disponibilità di carne e di cibo in generale (non senza sprechi).

In quei secoli cambiano molte cose attorno al cibo. Se la società si stratifica, le dispute tra città e tra stati non vengono più risolte con l’uso immediato delle armi. La diplomazia riveste un ruolo importante. Anche il modo di presentare il cibo cambia. Attorno alla tavola nasce una scenografia che ha al centro la “rappresentazione” del cibo. Rappresentazione che diventa anche ostentazione. Il potere non si mostra più attraverso un appetito vorace, ma con la disponibilità di cibo. Le portate si moltiplicano per mostrare la possibilità di scegliere e quindi per marcare nettamente le distinzioni di classe.

Sulla scena fanno il loro ingresso nuovi gusti. Nel corso del medioevo era il costo proibitivo delle spezie a indicare la ricchezza di chi le ostentava. Ma le spezie imprimono sapori forti. Con l’età moderna comincia a prendere piede un gusto più tenue e delicato; il burro rende più dense e meno forti le salse. Vi sono anche nuovi sapori. Zucchero, cioccolata, caffè, thé soppiantano la concorrenza del miele, del vino e della birra.

Il loro arrivo indica mutamenti profondi nella sfera economica. Dietro al linguaggio religioso, nello scontro tra “Riforma” e “Controriforma” c’è una divisione continentale non soltanto geografica e religiosa, ma c’è il nascere e il progressivo irrobustirsi del capitalismo moderno: caffè e thé sono bevande eccitanti che stimolano la veglia mantenendo il cervello sveglio e pronto. Hanno la meglio sul vino e sulla birra che intorpidendo intralciano il lavoro e quindi la produzione. (Su questi temi vedi anche Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Così come era capitato almeno in parte per le spezie anche queste sostanze erano appartenute al mondo della medicina. E i medici – assieme agli intellettuali – giocano un ruolo centrale nel “giustificare” scelte alimentari: accade per il mais e la patata (destinati a diventare per un lungo periodo consumo esclusivo di larghe fasce di popolazione) e per sottolineare differenze di classe tra gli stomaci delicati dei ricchi e quelli dei poveri, abituati ad alimenti più rozzi.

Storia dell’alimentazione come storia culturale dunque: idee e religione. Ancora una volta c’è uno scontro tra carne e pesce, tra giorni di “grasso” e giorni “di magro”. Montanari ci porta nei conventi e alla mensa degli uomini di Chiesa: il pesce, inizialmente separato e in opposizione alla carne, diventa a poco a poco accettabile come cibo per i giorni di “magro” e alla fine di un lungo, frastagliato percorso, si instaura una sorta di convivenza. L’astinenza dal consumo di carne ha una connotazione religiosa e, con l’Illuminismo, filosofica e culturale – almeno per ristrette élites.

Montanari ci segnala il dipanarsi di questi percorsi anche avvalendosi di numerosi ricettari e libri di cucina. Sono indicazioni preziose che ci aiutano a comprendere il fatto solo apparentemente scontato che la preparazione del cibo è lo specchio non solo dell’abilità di chi lo prepara, ma di epoche e contesti.

La fame e l’abbondanza è un libro “gustoso” che giustamente è diventato un classico nel suo genere. Buona lettura.